Home Opinioni Opinioni Musica

‘Song Machine’ dei Gorillaz è il jukebox perfetto per quest’epoca di musica liquida

La creatura di Damon Albarn non ha mai avuto un’identità così indefinita. Più che una band è un contenitore musicale senza forma dove c’è spazio per Elton John e Skepta, Cure e St. Vincent

Gorillaz

Vorrei essere Damon Albarn per parecchie ragioni. Naturalmente, in primis, per i Blur. C’era bisogno di dirlo? No, ma fa sempre piacere citarli. E Damon poi è incredibilmente riuscito a sopravvivere a quel passato pesantissimo, spogliandosi dal brit rock anni ’90 e rilanciando la propria carriera verso altri orizzonti con un’altra band splendida come The Good, The Bad & The Queen e, soprattutto, regalandoci i Gorillaz.

Ma quello che più mi affascina di Damon Albarn è il modo in cui ha guadagnato un ruolo di rispetto transgenerazionale nella musica mondiale. Non sono molti quelli che possono (e vogliono) mandare una mail, scrivere un messaggio su WhatsApp, fare una chiamata e ritrovarsi sul disco Robert Smith dei Cure, Elton John, Peter Hook dei Joy Division/New Order e Beck, autentici pionieri del pop occidentale. O mischiarsi con talenti contemporanei come St. Vincent, slowthai, Jpegmafia, Skepta. Per far chiarezza, Song Machine, Season One: Strange Timez, il nuovo disco dei Gorillaz, vanta 25 collaborazioni in 17 brani. Capite? Un elenco che spazia dalla grazia di Joan As Police Woman alla new sensation del rap londinese Octavian, dalla female band giapponese Chai a Tony Allen, uno dei più grandi batteristi che questo pianeta abbia avuto il piacere di ospitare. E ancora, giusto per non dimenticare nessuno, Fatoumata Diawara (con tanto di video girato sul Lago di Como), Georgia, Kano, Leee John, Roxani Arias, ScHoolboy Q, 6lack, Earthgang, GoldLink, Moonchild Sanelly e Unknown Mortal Orchestra.

I Gorillaz stanno continuando il loro percorso di de-personalizzazione (ok, fa ridere dirlo di una band digitale illustrata), diventando più che mai un contenitore artistico di espressioni, sottoculture, flow. Da sempre band dai confini fluidi, un one-man-show fittizio, progetto capace di presentarsi sul palco con sole proiezioni per poi intraprendere un tour con decine di musicisti e ospiti (ricordate quando per il Plastic Beach Tour schierarono Paul Simonon e Mike Jones dei Clash?), i Gorillaz hanno deciso di sfruttare ancor più questa capacità di essere luogo franco per talenti e contaminazioni. Su questo versante il tempo sembra essere dalla loro, ora che l’industria musicale si sta definitivamente spogliando del peso dell’album a favore di strutture più libere e aperte.

Quindi Song Machine è un disco o un mixtape? Opterei per la seconda. L’universo Gorillaz è oramai invaso da una quantità di luoghi e stimoli differenti da diventare difficile da raccontare in un costrutto musicale unitario. In Song Machine sono presenti almeno dieci differenti generi musicali, come fare a descriverli senza perdersi in noiosissimi nerdismi giornalistici per dimostrarvi quanto abbiamo studiato? Forse il trucco sta proprio nel non cercare di trovare un’identità unitaria nel lavoro. Se stiamo parlando di una macchina in grado di irradiare l’ambiente di canzoni, forse dovremmo trattare questo Song Machine come un jukebox, dargli una nostra monetina e scegliere il brano che vogliamo ascoltare. Lasciarci ispirare da un titolo, da una collaborazione, da una sensazione e provare qualcosa di differente ad ogni randomico play. Forse nell’epoca in cui i dischi non esistono e la discografia è un continuo rilancio di singoli, Song Machine è il jukebox che possiamo accendere quando ne sentiamo il bisogno, senza grandi pretese intellettualistiche, ma con la voglia unica di ascoltare canzoni.

Perché le canzoni ci sono, su tutte MLS con Jpegmafia e Chai, Aires con Peter Hook e Georgia, Désolé con Fatouma Diawara, The Valley of The Pagans con Beck. E sono presenti anche esperimenti davvero interessanti come Opium con gli Earthgang, Friday 13th con Octavian, Momentary Bliss con slowthai e gli Slaves. I brani, come sempre, sono ben scritti e suonati, mentre si spazia con disinvoltura tra i generi. Manca, alla fine, solo quell’amalgama strutturale da disco, ma abbandonati i concept album di inizio carriera, sembra che i Gorillaz siano meno interessati ad esprimere la loro creatività su binari predefiniti. Per questo è anche difficile dare un giudizio complessivo su Song Machine: si può fare la recensione dei dischi singoli contenuti in un jukebox? Non credo. Ma si possono scegliere i brani preferiti e goderseli in un mondo di avatar digitali. Siamo pur sempre nel 2020, nel futuro, no?

Altre notizie su:  Gorillaz