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‘Somebody Up There Likes Me’ racconta la risalita dagli inferi di Ronnie Wood

«È l'essenza della sopravvivenza», dice il chitarrista dei Rolling Stones del documentario in cui racconta la lotta con le dipendenze. «Ero tutto un vaffanculo, non rompetemi i coglioni. Non ero più io»

Ronnie Wood nel 1974

Foto: D. Morrison/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images

Pensi agli Stones e la prima immagine che ti viene in mente è quella di Mick Jagger appoggiato alla schiena di Keith Richards. Quasi come se le figure di Brian Jones e Mick Taylor fossero state cancellate dalla memoria collettiva o, per lo meno, da quella di chi di chi va a vederli in concerto in attesa dell’arrivo del riff di Satisfaction. E Ronnie Wood? Il caso di Wood ha pochi eguali al mondo. In pochi ci pensano, ma senza Ronnie oggi gli Stones molto probabilmente non esisterebbero. Non solo perché il suo arrivo alla metà degli anni ’70 riuscì a risvegliare una band che sembrava destinata a ripetere all’infinito un cliché destinato a un pubblico di soli nostalgici; ma perché da, almeno quindici anni, con Richards ridotto ormai a semplice specchietto per le allodole, è proprio Ronnie il motore musicale della band.

Chiunque abbia visto gli Stones dal vivo nel nuovo millennio sa che non si tratta di lesa maestà. L’ultimo album in studio di Wood si intitolava I Feel Like Painting e, a partire dall’immagine di copertina, metteva in luce il profondo legame tra le due anime del chitarrista: quella dell’artista visivo e quella del ragazzino ancora innamorato del blues con cui era cresciuto negli anni ’60. Non è quindi un caso che Somebody Up There Likes Me, il documentario di Mike Figgis che ne ripercorre l’esistenza (appena uscito in DVD, ndr), parta proprio dagli stessi due elementi. La pellicola inizia proprio con l’immagine di Ronnie, avvolto in un classico grembiule da pittore, intento a osservare e riprodurre in pochi tocchi la ballerina che posa di fronte a lui. Una scena che riconduce più a Degas che al carrozzone del rock‘n’roll, ma che viene spezzata da immediatamente dalle dolenti note della sua armonica, intenta a replicare il più classico dei giri blues, mentre al suo fianco scorrono immagini della sua giovinezza.

Tuttavia, Somebody Up There Likes Me, come presto spiegherà Ronnie, è il racconto sentito della sua risalita dagli inferi delle dipendenze. In particolare quella dal fumo, raccontata come la più difficile da sconfiggere. «Quando mi hanno operato il cancro, mi hanno tolto un’enfisema. Hanno detto che i miei polmoni erano messi come se non avessi mai fumato. Ho pensato che fosse un jolly piovuto dal cielo; lassù qualcuno mi ama e anche qualcuno quaggiù». State tranquilli però: l’intenzione del regista non è quella di buttarla sul metafisico o sulla scoperta del potere salvifico della fede, come il titolo potrebbe erroneamente fare pensare. Durante la lunga intervista in cui rivede le proprie cadute e le risalite successive, Wood fa tutto fuorché rinnegare ciò che è stato. Semplicemente, sa di essere stato fortunato e di aver cercato di cogliere, spesso con grande ritardo, i segnali che il fato gli stava mostrando.

Il documentario racconta la continua evoluzione umana e artistica di un musicista trovatosi spesso in balia di eventi più grandi di lui. È una ricerca perenne, iniziata suonando prima la batteria, poi il basso, infine lo strumento che ne ha decretato la fortuna: «Quando ho preso in mano per la prima volta una chitarra, ho capito di essere arrivato a casa». Una casa cercata ancora a lungo in realtà, passata dai semisconosciuti Birds (senza y, va da sé) e per l’incontro con Jeff Beck e Rod Stewart, ma giunta a naturale compimento solo con l’ingresso negli Stones. Pensate ai tratti fisionomici di Ronnie: chi altro avrebbe potuto fare parte della band se non lui? È una questione quasi lombrosiana, quasi come se gli altri membri del gruppo avessero usato la pratica frenologia per scegliere il sostituto di Mick Taylor: «Lui è perfetto, guarda la sua faccia e la conformazione del cranio. Sembra uno di noi».

In effetti, se fossero bastate la perizia tecnica o i comportamenti rock’n’roll, sarebbero stati perfetti anche musicisti come Eric Clapton o Rory Gallagher, due che di dipendenze ne sapevano qualcosa. Ronnie, però, aveva anche la fisionomia da Rolling Stone. Se inizialmente l’attitudine da party animal di Wood si è rivelata fondamentale per l’integrazione nel gruppo, col tempo le cose sono degenerate. Diventato presto il toxic twin perfetto di Richards, Wood è finito con altrettanta rapidità nella spirale del disagio. «Ero tutto un vaffanculo, non rompetemi i coglioni. Non ero più io». Da lì, la lenta risalita, con una giovane moglie capace di prendersi sulle spalle i suoi fantasmi e di dargli due bimbe sulle quali ricostruire la propria anima.

Ronnie è perfetto nel ruolo di storyteller che non la butta mai sul patetico e condisce la narrazione con momenti esilaranti come quello in cui imita, ridicolizzandolo, quel Peter Grant con cui ebbe diversi problemi ai tempi del Jeff Beck Group. Wood descrive il film come «l’essenza della sopravvivenza», in una vita che continua a vivere senza rinunce e rimpianti. «Non cambierei nulla, ad eccezione del fatto che terrei gli occhi un po’ più aperti. Sono stato nelle mani del destino per tutta la vita… E mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto».

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