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Sognate di mettere in piedi una band di successo? Non fatelo!

Lo dicono le classifiche: a parte qualche rara eccezione, i nuovi gruppi non sono più al centro della musica che va. E poi, non vorrete mica farvi anni di litigi, cause in tribunale e psicoterapia, no?

Sono finiti i tempi in cui le band andavano d'amore e d'accordo e conquistavano il mondo

Foto: Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images

Se il vostro sogno è mettere su una band, non saremo noi a sconsigliarvi. In fondo, anche Elvis, Chuck Berry e Little Richard che ci guardano da lassù ammetteranno che a rendere importante il rock’n’roll sono stati i gruppi. Persino David Bowie a un certo punto ha voluto essere semplicemente il cantante dei Tin Machine, e si sa: puoi tirar fuori Bruce Springsteen dalla E Street Band, ma non puoi tirar fuori la E Street Band da Bruce Springsteen.

Ma detto questo, chiedetevi anche se un altro vostro sogno è lasciare una traccia nella musica/arrivare al grande pubblico/cambiare il mondo/avere successo e diventare sfacciatamente ricchi. Anzi, perché accontentarsi, tanto vale prendere tutte queste opzioni in blocco. È così? Ebbene, in questo caso il secondo sogno fa a pugni col primo. Perché in questa fase della storia della musica, per chi vuole formare un gruppo ci sono alcuni problemi che per comodità riassumeremo nel seguente elenco – e vi consigliamo di stamparlo e appenderlo accanto ai poster dei Led Zeppelin e dei Nirvana.

Perché non dovreste mettere su una band

1) Tempo un anno, e si inizia a litigare per i soldi. Anche quelli per la pizza. Figuriamoci quelli per la droga. Quelli, vi toccherà chiederli ai vostri genitori.
2) Trovare un’intesa con altri, fare compromessi e stimolarsi a vicenda è difficile. Se tra voi c’è un tastierista, poi, non provateci nemmeno.
3) Tanto, prima o poi Quello Bello se ne andrà per fare il disco solista. In cui dirà che eravate dei pesi morti (cfr. Neil Young, Thrasher) o che il suo odio per voi è tutto ciò che gli avete mai dato (Robbie Williams, No Regrets).
4) Occupate troppo spazio e costate di conseguenza. Chiedete a qualsiasi manager. Quattro camerini, quattro stanze d’albergo, quattro posti in business class (o sull’Intercity). E credete di andarci in quattro, sulla copertina di Vanity Fair? Nemmeno se vi mettete tutti e quattro con Anna Tatangelo.
5) Prima o poi il batterista si farà arrestare per motivi imbarazzanti, trascinando la band nell’infamia sui media (intendiamoci: noi, in quanto media, siamo a favore).
6) I giornalisti vogliono parlare solo con il LEADER della band. Che identificano immancabilmente in Quello Bello.
7) La magica intesa tra Lennon e McCartney, tra Jagger e Richards – tutto vero, ma le coltellate che si sono tirati? Magari alle risse tipo Sting e Stewart Copeland o i fratelli Gallagher vi sentite preparati, ma sareste pronti a snervanti cause in tribunale o anni di psicoterapia passati a maledire i vostri ex soci (vedi alla voce: Pink Floyd)?
8) Ma poi, soprattutto: delle band non interessa più niente a nessuno.
9) No, delle band non interessa più niente a nessuno. E sapete perché?
10) Perché delle band non interessa più niente a nessuno.

A nessuno?

Ok, non spariamo sentenze definitive: in realtà, a qualcuno interessano. Per esempio, mentre scriviamo i giovani Rolling Stones sono al n. 1 nel Regno Unito con la ristampa del più mediocre tra i loro vecchi dischi (sì, qualche critico-fan ci sta provando, a rivalutare Goats Head Soup del 1973. Ah, le cose che si fanno per amore). E poi dietro al n. 11 dei Killers, che festeggeranno il ventennale l’anno prossimo, vanno benissimo due album con i vecchi cavalli da battaglia dei Fleetwood Mac, al n. 12 e 23. E fa sempre piacere vedere al n. 15 la leggendaria raccolta dei Queen del 1981. Iniziate a capire dove stiamo andando a parare? No? Dobbiamo aggiungere che in top 50 ci sono anche raccolte degli Oasis e Beatles, di ABBA e Status Quo e la nuova fanfara dei Metallica? I gruppi più recenti in top 50 sono gli Arctic Monkeys (coi dischi del decennio scorso, forse sono usciti a prezzo scontato), gli Hurts (ingresso un po’ mesto, al n. 21), Disclosure (al n. 30) e Biffy Clyro (nessuno ha detto recentissimi). Già che ci siamo vale la pena segnalare la bella favola dei Pineapple Thief che entrando al n. 46 ottengono il loro secondo miglior piazzamento in vent’anni di onesta carriera. Ecco, segnatevelo perché questo tipo di risultato potrebbe essere il coronamento dei vostri sforzi. Nel 2040.

Se vogliamo passare alla classifica degli Stati Uniti, per noi è solo un piacere: ci si mette molto meno. Cinque gruppi in top 50. Rolling Stones al n. 19, Queen al n. 29, Metallica al n. 36, Creedence Clearwater Revival al n. 46 (con una raccolta, ovviamente) e Rumours dei Fleetwood Mac (n. 49). Tutta roba freschissima, nevvero?

Infine, l’Italia. Qui, largheggiamo: consideriamo tutta la top 100. In questo momento ci sono 17 album di band, ed è una percentuale altissima rispetto al solito. Ma occhio: in quei 17 ci sono Nirvana, Pink Floyd (due titoli, indovinate quali) AC/DC, Rolling Stones – e ovviamente, non con album nuovi. Quello dei Metallica lo consideriamo nuovo, ma se siete fan del gruppo siete autorizzati ad alzare le sopracciglia. Inoltre, abbiamo contato come gruppo anche i MeControTe, cioè gli idoli dei bimbi Luì e Sofì (che potevamo fare?). In realtà, al momento, oltre ai Pinguini Tattici Nucleari (i sottaciuti ‘vincitori’ di Sanremo, praticamente in top 10 da febbraio) si potrebbe azzardare che la band più popolare della penisola sia un duo di rapper: gli Psicologi. In fondo hanno tre album in graduatoria. Ma nessuno dei tre è in top 30. Insomma, vi abbiamo convinti?

Non siete ancora convinti?

Troviamo la vostra mancanza di fede disturbante. Ma se volete altre cifre, possiamo sfinirvi fino a notte. Bene: cerchiamo di evidenziare la diminuzione nel corso degli anni (se volete, potete andare alle conclusioni, saltando questa parte che è per ossi duri). Tra i 40 album più venduti nel Regno Unito nella prima metà di questo 2020, 7 sono di band. Pochi. Ma sentite i nomi: Queen (unici in top 10, con l’immancabile Greatest Hits del 1981), Fleetwood Mac, Oasis, Beatles, ABBA – se non fosse per i coreani BTS, non ci sarebbe nessuna band fondata negli ultimi trent’anni. Non negli ultimi venti o negli ultimi dieci: negli ultimi TRENTA. Per il 2015 abbiamo il dato di tutto l’anno: 11 band su 40. Erano Coldplay (unici in top 10), Little Mix, One Direction, Mumford & Sons, ELO, Years & Years, Royal Blood, Fall Out Boy, Take That, Catfish & The Bottlemen, Stereophonics. C’era anche qualcuno di questo secolo, via. Nel 2000, forse a questo punto avrete colto l’antifona, erano ancora di più: 17 su 40. Beatles, Westlife (due titoli), Texas, Coldplay, Travis, Corrs, S Club 7, Savage Garden, Destiny’s Child, Toploader, Oasis, Steps, All Saints, U2, Blur, UB40, Bon Jovi.

Nel caso degli USA, Billboard fornisce solo le prime dieci posizioni per il primo semestre 2020. Ci sono due band, è vero. Entrambe della Corea del Sud: BTS, NCT-127. Se andiamo a vedere le stesse annate che abbiamo considerato per il Regno Unito, avevamo 12 band tra i 40 album più venduti del 2015 (Maroon 5, One Direction, Pentatonix, Fall Out Boy, Florida Georgia Line, Zac Brown Band, Imagine Dragons, Twenty One Pilots, Walk the Moon, Mumford & Sons, Little Big Town, Rae Sremmurd). Nel 2000 ce n’erano 18 su 40, e un buon numero in top ten (nel dettaglio: ‘N Sync, Creed, Beatles, Backstreet Boys, Destiny’s Child). Al n. 30 c’erano persino gli Eiffel 65. Noterete anche in questo caso il calo progressivo. Veniamo allora all’Italia.

Nella prima metà del 2020 abbiamo 14 nomi nella top 100 FIMI degli album: non abbiamo considerato “gruppi” Gué Pequeno & Marracash o Mina & Ivano Fossati, speriamo sarete d’accordo. Per ora, c’è un miglioramento rispetto all’intera annata del 2019, nella quale se ne possono contare 12, con i soli Queen tra i primi trenta (seguiti da Imagine Dragons al n. 41, Thegiornalisti, Pink Floyd, Coldplay, Dark Polo Gang, Benji & Fede, Il Volo, Pinguini Tattici Nucleari, Il Pagante, Nirvana, BTS). Ok, in questi anni in Italia piace soprattutto il maschio da solo, coi pieni poteri. Ma non è sempre stato così. Perlomeno, nell’era in cui le classifiche erano orientate sul CD e non sullo streaming, per esempio nel 2015, tra i 100 album più venduti in Italia troviamo addirittura 26 album di gruppi, guidati da The Kolors al n. 3, Il Volo al n. 7 e i Modà al n. 9 – non fate gli schizzinosi, per le statistiche valgono, e gli album de Il Volo sono quattro. Se aggiungessimo i due album della temporary band Fabi, Silvestri & Gazzé, arriveremmo a un considerevole 28. Per quanto riguarda il 2010, purtroppo non disponiamo dei dati FIMI e ripieghiamo su quelli del sito HitParadeItalia, che per quell’anno include anche le compilation (che la FIMI ha incluso solo dal 2020). Anche con meno posti a disposizione, contiamo 18 band. Nel 2000, a fronte di 19 posizioni portate via dalle compilation, ci sono ben 29 band in classifica, con Beatles al n. 1, Lùnapop al n. 3 e U2 al n. 6. Notato il calo? Ve lo avevamo detto che dovevate fidarvi.

Ma i singoli?

Già, perché parliamo sempre di album? Perché con i singoli va anche peggio. Del resto, storicamente, le band e le loro fortune si basano più sugli album – il che è già un indizio per capire perché si stanno estinguendo. Comunque, se proprio volete, ora nel Regno Unito ci sono 4 band nella top 40 (BTS, Little Mix, Clean Bandit, Blackpink… Sì, in qualche caso la definizione “band” causa qualche capogiro). Il declino comunque è stato lento e costante: nel 2010 tra i singoli più venduti dell’anno 7 erano di gruppi (Journey, Black Eyed Peas, Plan B, Glee Cast, Train, The Wanted, Florence & The Machine). Nel 2000 erano il doppio, 14 (Baha Men, All Saints, Fragma, S Club 7, Westlife con due titoli, The Bloodhound Gang, Corrs, Outside & Neutrino, Five, Queen, Limp Bizkit, Delerium, ancora All Saints). Siccome ci illudiamo che a questo punto vi fidiate delle nostre cifre (però basta dirlo, e ne aggiungiamo altre), ci limitiamo a segnalare che nell’attuale top 40 USA dei singoli, Billboard si limita a due nomi: BTS e Maddie & Toe. Però vale la pena notare una cosa: i pezzi in joint venture, tra & commerciali o featuring, sono 22. Allo stesso modo, in Italia ci sono 4 band in top 40, ma 25 featuring. Otto dei quali in top 10.

Tirando le somme

I featuring, accordi di collaborazione a breve termine combinati tra gente che molto spesso non si incontra per incidere il pezzo – e a volte nemmeno per il video o la session fotografica – hanno soppiantato decisamente quelli a lungo termine rappresentati dai gruppi. A favorirli è stato anche lo streaming: ogni artista coinvolto nel progetto porta il proprio pacchetto azionario (i fan), e insieme questi fanno salire i clic (farlo con due gruppi è un po’ complicato). Di fatto il rap, genere dominante di questa fase, ha velocemente messo a profitto la sua propensione a costituire rapidi sodalizi tra cani sciolti, e ultimamente persino il pop chiringuito dei tormentoni si è adeguato, regalandoci ogni estate una raffica di canzoni immonde realizzate in beata compartecipazione.

Finita un’epoca? Beh, non è detto che il K-pop non faccia scuola rigenerando le boy band, o che i talent si mettano con maggiore frequenza a produrre altri fenomeni come One Direction, The Kolors o Maneskin (anche se la durata delle loro fortune tende ad accorciarsi). O che il genere dominante non riporti di moda i gruppi: non tanto con nuove versioni di Public Enemy o Beastie Boys (o Club Dogo), ma con versioni rappuse delle boy band, tipo Dark Polo Gang o FSK Satellite. Anche se poi, alla fine, le ragioni pratiche sono sempre decisive. In apertura abbiamo menzionato che per qualsiasi manager è meglio gestire un solista che una band. Ma anche certi fattori tecnici hanno influito non poco a far nascere l’epoca d’oro dei “complessi”. Uno che dovrebbe conoscere la materia, Keith Richards, nel libro According to The Rolling Stones ricorda che la diffusione delle chitarre elettriche indusse molti locali da ballo a impiegare band che riuscivano a far ballare i ragazzi producendo lo stesso fragore di un’orchestra più numerosa, ma chiedendo meno soldi. Da Chuck Berry, in particolare, il rock’n’roll imparò a «suonare una chitarra come un’intera sezione fiati, il che permetteva di risparmiare un bel po’ di grano il giorno di paga, e di mandare a spasso tutti quelli che suonavano trombe e sax», spiega Richards.

Poi, va beh, possiamo aggiungere motivi antropologici di grana grossa. Per decenni, chiunque abbia raccontato degli inizi della propria esperienza in una band ha usato praticamente le stesse parole: «Us against the world», la spinta a giocarsela insieme contro tutto e tutti. Ma non sfugge a nessuno che di questi tempi, al netto del gran parlare di bro e di fra’ e di gang, la riscossa individuale è molto più sentita.