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Senza McCoy Tyner, John Coltrane non sarebbe stato un gigante

Il pianista scomparso venerdì scorso e il grande sassofonista formavano con Jimmy Garrison ed Elvis Jones il quartetto jazz che ha rivelato al mondo il suono della telepatia musicale

John Coltrane sul palco dell'Half Note Club di New York nel 1965

Foto: Adam Ritchie/Redferns/Getty Images

Quando si parla di rock si parla di band: Led Zeppelin, Who, Rolling Stones. Quando si parla di jazz si tende a parlare di individi: Miles, Monk, Coltrane. Da un certo punto di vista è giusto: se la canzone è il mezzo d’espressione primario del rock, nel jazz ci si fa strada con l’assolo. Non importa se parliamo di Coleman Hawkins, Louis Armstrong, Freddie Hubbard o del monumentale – ora in pensione – Sonny Rollins, tutti questi musicisti diventavano leggendari solo quando facevano un passo davanti a tutti per parlare con la loro voce.

D’altra parte, il jazz è la musica collettiva definitiva. Sono tanti i momenti magici generati da gruppi fondati sul momento, spesso per suonare un sera o due. Ma tutti i grandi mutamenti sono arrivati grazie alla chimica di un gruppo definito, un insieme di musicisti che lavorava sera dopo sera per raggiungere una sorta di telepatia condivisa. È questo che McCoy Tyner – il pianista scomparso venerdì a 81 anni, ultimo membro rimasto del John Coltrane Quartet, una delle band più straordinarie del 20esimo secolo – voleva dire nell’intervista del 2003 al giornalista jazz Ted Panken. Per Tyner, lui, Coltrane, il contrabbassista Jimmy Garrison e il batterista Elvin Jones conoscevano “uno il vocabolario musicale dell’altro”. È questo che voleva dire il critico Ben Ratliff nell’ultimo paragrafo di Coltrane: The Story of Sound, il saggio definitivo sul viaggio musicale del sassofonista: “La verità del jazz sta nelle sue band”.

Quindi, nonostante Coltrane, Tyner, Harrison e Jones avessero suonato con centinaia di altri musicisti nel corso delle loro carriere – come succedeva a tutti nella loro forma d’arte –, è insieme che hanno raggiunto l’immortalità. “Quando pensate a Coltrane mentre suona My Favorite Things o A Love Supreme, nella vostra testa ci sono sia il sassofono di Coltrane che il piano di Mr. Tyner”, ha scritto Ratliff sul New York Times. Quel suono di pianoforte era una vibrazione fresca, nitida e a volte nostalgica, il contrappeso del rimbombo della batteria di Elvin Jones, dello schiocco del basso di Jimmy Harrison, dei volteggi del sax soprano di Coltrane e anche dell’urlo da predicatore del suo sax tenore. Esattamente come i Led Zeppelin, la band di Hendrix, i White Stripes o gli Slayer del periodo di Reign in Blood, l’effetto combinato della comunicazione tra questi quattro strumentisti era irriducibile. Era il suono di musicisti che avevano coltivato la loro voce personale, ma che insieme riuscivano a suonare come una cosa sola.

E visto che il suono di Tyner, Garrison e Jones è così profondamente fissato nei capolavori di Coltrane come A Love Supreme e Crescent, così come negli album meno noti ma altrettanto affascinanti come Sun Ship, Transition e il recente Both Directions at Once, non possiamo celebrare il sassofonista senza celebrare il gruppo, e tutte le ore passate sul palco per sviluppare un linguaggio sui generis. Coltrane ha fatto magie con Miles Davis prima di fondare il quartetto, e con Alice Coltrane, Rashied Ali e altri ne farà altre dopo la sua fine. Tyner ha fatto lo stesso con decine di altri gruppi in album come The Real McCoy (1967) o i meno conosciuti Quartets 4×4 (1980) e Guitars (2008); come lui anche Garrison e Jones. Ma è il contesto di una band, di quella band, che li ha trasformati in leggenda.

Si potrebbe dire lo stesso di Ornette Coleman e del suo quartetto del 1959 con Don Cherry, Charlie Haden e Billy Higgins, oppure Bill Evans e il trio del 1961 con Scott La Faro e Paul Motian, o i quintetti di Miles Davis negli anni ’50 e ’60, l’orchestra di Count Basie di qualche anno prima, o il Modern Jazz Quartet. Per non parlare degli ensemble di culto come l’American Quartet di Keith Jarrett, i Naked City di John Zorn o il gruppo guidato dal sassofonista George Adams e dal pianista Don Pullen. Pensate a una qualsiasi delle rock band più importanti della storia, di cui ricordate con affetto tutti i musicisti, e il principio è lo stesso: non si può celebrare il solista, l’autore principale o il frontman senza celebrare il contesto che li ha trasformati in miti (forse è per questo che i fan accettano controvoglia le reunion in cui mancano membri chiave).

Il jazz ha ormai superato il modello della working band. I collettivi come i Bad Plus, il trio Medeski, Martin & Wood, i Kneebody o il Brandon Marsalis Quartet sono la minoranza, e non importa quanto bandleader di successo come Kamasi Washington e Robert Glasper si affrettino a nominare i loro collaboratori. La morte di McCoy Tyner – e la fine simbolica della fusione mentale che aveva raggiunto con Coltrane, Garrison e Jones – ci ricorda che il jazz ha sempre trovato la sua forza nel collettivo.

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