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Se non vi piace il disordine, non potete amare King Krule

Dopo l'ambizioso 'The Ooz', Archy Marshall è diventato padre ed è fuggito da Londra. Da questi cambiamenti è nato 'Man Alive!', un disco in equilibrio tra caos creativo e bisogno di razionalità

King Krule

Foto: Charlotte Patmore

Quando ci immaginiamo l’album di debutto di un diciannovenne, tendenzialmente pensiamo a prodotti teen pop confezionati a tavolino da adulti iper-giovanilisti, destinati a essere poi interpretati da facce fresche e disimpegnate. Non è sempre così, però, per fortuna. Due delle principali eccezioni arrivano dall’Inghilterra: Adele, che nel 2008 uscì con l’ormai classico album 19, delle cui canzoni era anche autrice, e King Krule, che nel 2013 pubblicò il sorprendente esordio 6 Feet Beneath the Moon, dove figurava anche come songwriter, arrangiatore e produttore. Nonostante ci sia un abisso musicale a dividerli, qualcosa in comune ce l’hanno: entrambi sono pubblicati da XL, un’etichetta indipendente che da sempre si distingue per la qualità e la ricerca, ed entrambi hanno frequentato la BRIT School di Londra, un liceo specializzato in arti performative, lo stesso di Amy Winehouse, Jessie J, Kate Tempest, Octavian, Rex Orange County e tanti altri. Come dire, la classe non è acqua.

Che quello di King Krule, all’anagrafe Archy Marshall, fosse un talento raro ai tempi se n’erano accorti in molti. Perfino Kanye West (che lo aveva invitato a collaborare ricevendo un secco rifiuto: troppa pressione per uno che non aveva ancora neppure compiuto 20 anni) e Beyoncé (che aveva condiviso su Twitter alcune sue canzoni, anche se Archy è convinto che sia opera del suo social media manager e che lei non sappia neppure chi lui sia). I suoi primissimi brani, come Easy Easy e A Lizard State, erano fortissimi e dirompenti, capaci di mandare in frantumi gli schemi e i generi con facilità e naturalezza, mandando in brodo di giuggiole la critica e il pubblico più esigente.

Anche i video che li accompagnavano, e la sua stessa immagine, erano una piacevole novità: impossibile, per gli stilisti e i visual artist, non innamorarsi all’istante di quel ragazzo rosso, lentigginoso e allampanato, che imbracciava una chitarra elettrica infagottato in abiti formali con un’impeccabile estetica anni ’50. Ma King Krule non ha mai amato sedere sugli allori, perciò dopo una manciata di anni, nel 2017, dopo il side project A New Place 2 Drown firmato con il suo nome di battesimo, è tornato con un album che sparigliava ulteriormente le carte: The Ooz. Un lavoro ambiziosissimo e ancora più complesso del precedente, tanto che secondo alcuni critici era “fin troppo ambizioso” e “difficile da ascoltare”. Nonché piuttosto lungo: quasi 70 minuti, una rarità di questi tempi.

D’altra parte, aspettarsi la semplicità da un artista come lui è pura utopia: cresciuto con una passione divorante per la letteratura, la poesia, l’arte, la pittura, il jazz, il punk e l’hip hop, attinge a piene mani da tutte queste influenze, rimescolandole in un compendio disordinato, esplosivo e privo di struttura canonica. Un po’ come la sua mente: per anni, da ragazzino, è stato in cura per svariati problemi di salute mentale e, come ha dichiarato in un’intervista del 2013 al Guardian, “è stato allora che ho deciso di fottermene del sistema: la maggior parte delle volte dottori, psichiatri e assistenti sociali si sbagliavano del tutto su di me. Di base, odiavo tutti quanti”. 

Il nuovo album Man Alive!, uscito da qualche giorno, segna uno spartiacque tra una vita vecchia e una nuova, tra l’impellente spinta del caos creativo e il bisogno di dargli un minimo di razionalità. Il motivo è di ordine pratico: durante la lavorazione del disco Archy ha scoperto che la sua compagna, la fotografa Charlotte Patmore, aspettava una bambina. Così, anziché andare nel panico come ogni normale ventiquattrenne che scopre all’improvviso che diventerà padre a breve, ha deciso di rivoluzionare completamente la sua esistenza: dopo una vita intera trascorsa a Londra si è trasferito nel nord-ovest dell’Inghilterra, in una cittadina di poco più di 100 mila abitanti, St. Helens, dove viveva la famiglia di lei. È stato proprio lì che ha finito di comporre il disco, nella tranquillità della provincia inglese, con l’irrequietezza della gioventù che si scontra per la prima volta con la voglia di lasciare a sua figlia Marina (che oggi ha quasi un anno) un mondo migliore di quello che ha ricevuto in sorte lui.

Il risultato, Man Alive!, è in perenne bilico tra atmosfere dilatate e riflessive – come quelle del primo singolo, (Don’t Let the Dragon) Draag On – e pezzi decisamente più punk ed energici, ad esempio Stoned Again. Tra intense vocalità alla Bowie (Cellular) e simil-ballate ipnotiche (Alone, Omen 3) c’è ancora spazio per la complessità estrema che lo ha sempre contraddistinto: le ultime tre tracce dell’album, Underclass, Energy Fleet e Please, Complete This sono talmente ipertrofiche da risultare quasi cacofoniche al primo ascolto. D’altra parte c’è da aspettarselo da un artista poliedrico, che non ama collaborare con i soliti noti, è fanatico del field recording e delle tracce audio sovrapposte e dichiara di stancarsi in fretta delle proprie composizioni, che ama soprattutto suonare dal vivo, dove l’esplosione di sensazioni è massima. Non è un disco per tutti, insomma: se non amate il disordine, non potete amare King Krule. Ma se il disordine vi disturba immensamente, forse la creatività non è comunque il vostro ambito di riferimento.

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