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Roma Brucia: la vera storia del punk nella capitale

Non c’era nulla di punk, nella Roma di inizio ‘77. E se anche c’era, nessuno se ne accorgeva. La storia del rock nella capitale è il primo capitolo del nuovo libro di Federico Guglielmi, di cui abbiamo un estratto

I Bloody Riot nel 1983

Quello che segue è il primo capitolo di “Roma Brucia: Quarant’anni di musica capitale”, il nuovo libro di Federico Guglielmi dedicato al panorama rock (e dintorni) romano del passato e del presente: oltre duecento artisti trattati, centinaia di recensioni e concerti, interviste e fotografie. Una storia che non poteva iniziare se non col punk e l’hardcore.

Escludendo alcuni concerti del Banco del Mutuo Soccorso e uno dei Grosso Autunno, il mio primo contatto dal vivo con un gruppo rock romano avvenne il 9 ottobre 1978, al Teatro Olimpico: gli Elektroshock, con uno di quegli accoppiamenti improbabili che inducono a chiedere “perché?”, suonavano di spalla alla Average White Band. Dato che questi ultimi, con tutto il rispetto per le loro indubbie qualità, non mi sono mai interessati, ipotizzo di esserci andato per i primi, già piuttosto chiacchierati nel “giro” nel quale mi muovevo come giovane appassionato e conduttore radiofonico. Nonostante la copertina reciti “1978”, l’unico LP della band avrebbe visto la luce nel primo scorcio dell’anno seguente e fu proprio la sua uscita a segnare l’avvento ufficiale del nuovo rock capitolino, dove per “nuovo” si intende naturalmente – come da ormai solidissima consuetudine – quello costruito sulle fondamenta gettate dalla rivoluzione punk del ‘76/’77, che aveva appunto creato una frattura con il “vecchio”.

Gli Elektroshock non erano esattamente un gruppo punk, ma con il punk flirtavano che era una bellezza. A Roma il punk autentico esisteva già, ma era confinato nell’underground e prima che alzasse la testa con la pubblicazione dei primi dischi ci sarebbe voluto ancora un po’. La storia raccontata nelle prossime pagine inizia dunque con un lungo articolo sulla nascita e la crescita della scena punk e prosegue con recensioni (per lo più) d’epoca e scritti realizzati per le ristampe (o prime stampe) di CD o vinili con materiali di quel periodo fondamentale.

Visto che siamo tra persone serie, non vi racconterò balle che possano rendermi più credibile e/o stimabile ai vostri occhi: non leggerete, dunque, che nel ‘77/’78 cantavo in una cover band di Damned e Ramones o che sfidavo le notti romane con una spilla da balia a incattivirmi il volto e un giubbotto di pelle con la scritta “I don’t care” verniciata sulla schiena. All’epoca dei miei diciassette anni, però, acquistavo dischi, conducevo trasmissioni radio (anche se non ancora punk-oriented al 100%), assistevo ai concerti e avevo modo di incontrare quanti – non troppo numerosi, in verità – condividevano con me interessi e passioni musicali: vivevo in qualche modo la “scena”, insomma, e sono stati proprio i miei ricordi per fortuna non tanto sbiaditi – a fungere da base di partenza per questo piccolo viaggio in un passato ormai remoto. Un viaggio effettuato assieme ai veri protagonisti di quei giorni, ritrovati e intervistati allo scopo di ricostruire – spesso con una certa difficoltà: dopo vent’anni la memoria può fare brutti scherzi – il quadro completo di date, nomi, luoghi, avvenimenti e atmosfere. Quella che segue, per lo più narrata in prima persona da alcuni dei suoi rappresentanti più attivi e in vista, è l’unica, vera storia del primo punk capitolino.

1.We can be heroes (just for one day)
Maurizio Gamba, detto “Maurizione” per la sua ragguardevole altezza e per questioni anagrafiche (nel ‘77 aveva già diciannove anni), è il decano dei punk romani. Impossibile dire se sia stato il primo in assoluto a indossare il famigerato giubbotto alla Ramones, ma è certo che chiunque facesse parte dell’ambiente lo considerava un precursore, un esempio, un modello. Prima DJ radiofonico e poi cantante/urlatore degli Ulster Punk Group, Maurizio è l’unico degli intervistati a non aver più rapporti con la musica “attiva”… ma nonostante la vita normale è rimasto per molti aspetti punk, nella mentalità e nel cuore. Se il rock (non solo il punk) capitolino fosse il Colosseo, i fratelli Chris e Fabiano “Master” Bianco – sezione ritmica resa ancor più affiatata dai legami di sangue – ne sarebbero di sicuro le pietre portanti, non fosse altro perché la loro lunga avventura come Raff, per l’intero arco degli ‘80, ha lasciato una traccia più che profonda in un underground rimasto (purtroppo) sempre tale. Prima di adottare quella sigla il gruppo ha però operato per un paio d’anni con un nome ben più inquietante, Trancefusion, acquisendo una discreta notorietà grazie alle frequenti esibizioni e alla presenza in quasi ogni occasione che avesse sapore di rock’n’roll.

Luigi Bonanni lo conoscono tutti. Principale ideatore dei Centocelle City Rockers (equivalente romano del Bromley Contingent, ma senza Sex Pistols da seguire), voce dei Bads (e, in seguito, di Apocalypse Hotel e Garçon Fatal) e figura-chiave della scena, ha superato alla grande ogni sorta di peripezie musicali e umane. La negatività del punk lo ha traviato ma non è riuscita a trascinarlo nel baratro, né tantomeno a fargli abbassare la testa. Lorenzo Canevacci, sul finire degli anni ‘70, era ancora troppo giovane per essere un protagonista. Lo è diventato poco dopo con i Bloody Riot, la più famosa band punk cittadina e la prima ad aver realizzato un disco. La sua breve testimonianza, benché “fuori tema” dal punto di vista cronologico, è utile per comprendere il passaggio di consegne tra la prima e la seconda blank generation della Capitale.

2.1977 (I hope I go to heaven)
Non c’era nulla di punk, nella Roma di inizio ‘77. E se anche c’era, nessuno se ne accorgeva. Niente jeans strappati né giubbotti di pelle, niente dischi – si poteva trovare qualche titolo d’importazione, pensate un po’, solo in un paio di negozi specializzati in disco-music – né concerti. Il nulla assoluto, nonostante i mezzi di informazione compissero ogni sforzo – cogliete, per favore, la sottile ironia – per presentare nel modo più distorto possibile quanto già da mesi e anni stava accadendo a New York e Londra. Finché all’improvviso, verso la metà dell’anno… “ Conducevo un programma di rock generico in un’emittente privata del mio quartiere, Monteverde. Un giorno, lì a Radio Boh – davvero, si chiamava così – arrivò non so attraverso quali canali una copia del singolo God Save The Queen dei Sex Pistols: fu una vera folgorazione, mai in vita mia avevo visto e sentito nulla di così alieno. Mi misi alla ricerca di altri dischi simili, e i primi che acquistai furono gli album d’esordio di Damned, Stranglers e Ultravox!… guardavo le copertine e cercavo di immaginarmi come dovesse essere quella scena di Londra di cui anche la stampa specializzata (e non) cominciava a occuparsi, quei concerti pieni di gente ‘orribile’, come si diceva qui da noi. In pochi mesi, nonostante le difficoltà di reperimento di materiale sonoro e informativo, la mia trasmissione si spostò al 100% sul punk, divenendo un preciso punto di riferimento per chi scopriva quella musica e se ne appassionava. Conobbi Maurice Jorio, detto Stamira, che scriveva a “Ciao 2001” lamentandosi di come il punk venisse trattato poco e male, e i fratelli Bianco, appena arrivati da Milano, che stavano cercando di metter su una band. Poi, mi pare nei primi mesi del ‘78, i Penetration fecero un concerto al Piper. Noi veri punk eravamo dietro, mentre lo spazio sotto il palco era occupato da qualche decina di idioti nazi-fascisti attirati dall’assurdo equivoco delle croci uncinate. Al Titan, invece, suonarono i Decibel, Adam & The Ants, gli Elektroshock… ” (Maurizio Gamba)

Roma è grande, e per quanto i punk dessero indubbiamente nell’occhio è plausibile che alcuni potessero vivere in regime di isolamento, magari nella convinzione di essere gli unici. “ Doveva essere la fine del ‘76. Mi capitò sottomano un numero di “Gong” con un servizio su artisti tipo Patti Smith, Television e Ramones, indicati come perpetuatori dello spirito del rock americano più estremo, tipo Stooges, Lou Reed e New York Dolls, del quale ero appassionato. Il primo Ramones, recuperato in circostanze casuali, mi colpì moltissimo, e così adottai quel genere di look: jeans stracciati, magliette, scarpe da tennis, giubbotto di pelle. Più avanti, una volta scoperti i Sex Pistols, indossavo pantaloni larghi, scarpe tipo clipper, giacca di papà nera e strappata. Era tutto molto naïf, per nulla costruito. Vivevo a Centocelle, all’epoca una sorta di zona di frontiera dove proliferavano lotte politiche e criminalità organizzata, e superata la fase in cui venivo visto come un marziano ho cominciato a raccogliere qualche proselito. Eravamo in pochissimi, stavamo per strada, ma la nostra ambizione era fare della musica: così, quando andavo ancora a scuola, misi su una band che chiamai Bads, ‘I Cattivi’. Facemmo alcuni concerti nel periodo delle autogestioni scolastiche, ma il migliore fu quello ad una rassegna per emergenti che si tenne al Music Inn, un locale jazz. Però eravamo già nel ‘79” (Luigi Bonanni). Con tutta probabilità, i Bads sono stati il primo gruppo punk romano. Il loro repertorio era composto quasi esclusivamente di cover (Ramones, Sex Pistols, Adverts, Dead Boys, Heartbreakers, Damned) più un paio di brani originali in italiano (tra cui Il gobbo , dedicata ad Andreotti). Gli altri – Trance – fusion, Elektroshock, Ulster Punk Group – sono arrivati nel 1978.

3.‘78 (Revolutions a minute)
“Tutto è cominciato quando ancora stavamo a Milano, e frequentavamo la scuola america – na perché per parecchi anni la nostra famiglia aveva vissuto negli Stati Uniti. Si suonava in casa, per cazzeggiare: sempre canzoni nostre, di ispirazione rock. Grazie a Paolo Zanetti, fratello del fonico dei Chrisma, conoscemmo Maurizio Arcieri, che si offrì di darci una mano: ci fornì degli strumenti migliori e ci fece ascoltare cose tipo Sex Pistols e Damned. Il primo dei vari concerti milanesi come Trancefusion lo tenemmo nel ‘77, proprio grazie a Maurizio, in una galleria d’arte alternativa chiamata Out/Off: si trattò quasi di un evento, perché, molta gente ebbe per la prima volta la possibilità di toccare con mano questo punk di cui tanto si iniziava a parlare, anche se in maniera sballata. Nel febbraio del 1978 ci siamo trasferiti a Roma, e subito abbiamo cercato di rifondare la band. Maurizione, che abbiamo conosciuto in un negozio di dischi, ci diede il telefono di Vittorio Tedesco, che divenne il nostro cantante. In seguito arrivò Lucio Cillis alla chitarra e con questa formazione suonammo per la prima volta in una rassegna all’aperto. Al Titan, dove eravamo di casa, entrammo in contatto con Massimo Costa e Roberta De Nicola, che si proposero come manager e ci trovarono un mucchio di date, a cominciare da quella del Piper, in primavera assieme a Yogurt (un gruppo hard rock) ed Elektroshock come spalla degli inglesi Hunter. Era una specie di concerto di prova, e infatti ci presentammo non come Trancefusion ma come Brats. Il nostro rock non era certo leggero, ma eravamo favoriti dal fatto che le canzoni possedessero comunque un’impronta melodica: nessuno ci cacciò mai via dal palco, anche se ci prendevamo le nostre brave dosi di sputi e vaffanculo. Non avevamo un look, solo jeans strappati e magliette, i pezzi duravano un paio di minuti e i testi riguardavano la condizione giovanile, la sfiga, le ragazze… “ (Chris e Fabiano Bianco)

La geografia del punk capitolino andava dunque delineandosi: da un lato i Centocelle City Rockers (che di lì a poco avrebbero avuto una seconda, più effimera filiazione musicale, i Noise), dall’altro il Titan con i Trancefusion come fulcro; nel mezzo, svariati “cani sciolti” chiamati a raccolta dal programma di Maurizione (in procinto di dar vita agli Ulster Punk Group) e un plotoncino di rocker “vecchio stile” riciclatisi in chiave più o meno punk (tra i quali gli Elektroshock, il cui folle cantante spruzzava sugli spettatori il proprio sangue appositamente prelevato con una siringa). Tutti costoro, nell’estate del ‘78, trovarono asilo presso il Joahnn Sebastian Bar, un piccolo club situato (come il Titan) nella zona di Piazzale degli Eroi e utilizzato come sala-prove e teatro per esibizioni dal vivo. Questa particolare parentesi durò pochi mesi ma per molti fu un’esperienza aggregativa di enorme importanza; i ragazzi – giovanissimi e attempati, proletari e borghesi, posati e fuori di testa – potevano essere uniti, come auspicava un celebre inno – If The Kids Are United degli Sham 69 – che in quegli stessi giorni conosceva l’onore della pubblicazione a 45 giri. La scoperta di non essere poi tanto pochi, assieme a un naturale spirito di emulazione e competizione, spinse alcuni a formare nuove band. “ Con alcuni ragazzi e ragazze conosciuti tramite la radio misi su un gruppo di brevissima durata. Gli Ulster Punk Group nacquero subito dopo grazie al mio incontro con Paolo Monaco, detto Piccolo, che suonava la batteria; ci battezzammo così in onore della canzone degli Sham 69, della quale facevamo anche la cover. Non volevamo essere legati ad alcun discorso di tipo politico, ma molti brani – ne ricordo uno in particolare, Bobby Sands – prendevano in effetti posizioni ben precise. Io credevo davvero nel punk, in questa voglia di ribellione che trovava sfogo in atti creativi: il punk mi ha formato a livello sociale, mi ha permesso di liberare la mia rabbia cantando, mettendo su gruppi, andando ai con – certi, bevendo e facendo cazzate, ma almeno dentro di me non sono rimaste frustrazioni ” (Maurizio Gamba). Tale visione non negativa del punk è condivisa anche da Luigi Bonanni: “ Miravo all’antagonismo e alla provocazione, ma il mio atteggiamento era sempre propositivo. Non ho mai avuto una mentalità da ‘no future’, e anche se non vedevo un domani splendente non perdevo la speranza. Purtroppo Roma era la patria del nichilismo, non era facile combinare qualcosa di serio. L’esplosione del punk verificatasi nei primi anni ‘80 ha portato nell’ambiente gente che della distruzione e dell’autodistruzione faceva la sua bandiera. ”. Trasgressione, insomma, ma anche semplice desiderio di divertirsi, di far casino come si poteva: con la birra, con il girovagare senza meta, con i capelli resi dritti dal sapone e le spille da balia spesso solo appoggiate – e non infilate – nelle guance, con il rock’n’roll. Purtroppo, seppure non da subito, anche con l’eroina, in un triste processo di identificazione con l’antieroe Sid Vicious che alcuni hanno portato fino alle estreme conseguenze.

4.1979: no time to be 21 (to be anyone)
“Esibirsi era una cosa difficilissima. I Trancefusion erano gli unici che riuscivano a suonare spesso, mentre per i Bads e per gli altri gruppi giovani come i Noise, i Sex, i Cinecity Acids – dei quali faceva parte Marco Conidi – e gli Ach Dopo del disegnatore e grafico Cristiano Rea – poi ribattezzatisi Apologia di Reato – ogni concerto era un vero e proprio avvenimento ” (Luigi Bonanni). “ Incidere un disco? Stai scherzando? Non c’era la minima idea di come fare, non ci si pensava affatto. Anche se ci fossero stati i soldi da investire in un progetto di questo tipo, nessuno sarebbe mai stato in grado di autoprodursi ” (Maurizio Gamba). L’esiguità degli spazi, la mancanza di etichette indipendenti, i problemi pratici di ogni genere (che oggi farebbero ridere, ma che allora erano realmente insormontabili) e anche una certa abulia di fondo impedirono al punk romano di far levare alta la sua voce e di lasciare ai posteri documenti tangibili della sua esistenza. Il 1979 si trascinò così senza colpi di scena – se si eccettua la trasferta di massa per i Clash a Bologna, con tanto di striscione da stadio “Centocelle City Rockers” – limitandosi a registrare mese dopo mese un sensibile incremento dell’audience. I punk, in ogni caso, erano ancora ben lungi dall’essere accettati dalla società, e quando andava bene erano trattati con diffidenza. “ All’inizio ci incontravamo alla Stazione Termini, alla fermata del 75, per una ragione semplicissima: con quell’autobus arrivavano due ragazze amiche nostre, che a causa dei loro capelli colorati erano prese di mira da chiunque. Era una rissa continua con tutti: coatti, gente di sinistra, gente di destra… i punk non erano etichettabili quindi erano automaticamente percepiti come una minaccia. Dalla Stazione, percorrendo tutta Via Nazionale, raggiungevamo il nostro ritrovo: il Bibo Bar, a due passi da Piazza Venezia. Anche in questo caso la scelta era giustificata da una ragione pratica: si trattava dell’unico posto a Roma, o almeno l’unico che conoscessimo, dove vendevano la birra Ceres” (Luigi Bonanni). “ Eravamo solo sei o sette ragazzi che andavano in giro vestiti un po’ strani: non davamo fastidio a nessuno, anche se eravamo un po’ chiassosi e qualche atteggiamento poteva incutere soggezione. La polizia? Per strada non ho mai avuto problemi: al massimo mi chiedevano i documenti, ma mi bastava mostrare il badge del posto dove lavoravo – l’avere un’occupazione veniva considerato una prova di serietà – per essere lasciato in pace ” (Maurizio Gamba)

5.Career opportunities (the ones that never knock)
All’alba del 1980, la Capitale punk fu in qualche modo scossa dal “1° Festival Rock Italiano”, una rassegna per i nuovi gruppi nazionali sponsorizzata da “Ciao 2001” e ospitata prima dal Cinema Teatro Palazzo e quindi dal Cinema Teatro Espero di Via Nomentana. Non sono sicuro se, in qualità di giornalista (del “Mucchio Selvaggio”), conduttore radiofonico (la mia trasmissione serale, dalle antenne rock dell’allora ascoltatissima Punto Radio, si chiamava “Kick Out The Jams (Motherfuckers)” ed esperto di nuove tendenze, fossi anche uno dei giurati, ma ricordo benissimo che per parecchio tempo i miei pomeriggi del sabato furono monopolizzati dalla manifestazione. Si videro parecchi gruppi non romani di rilievo, all’Espero: tra gli altri, Rats, Cheetah Chrome Motherfuckers, Ranxerox (i futuri Gang), Mess. La parte del leo – ne la fecero però i numerosi punk dell’Urbe, che sostenevano in modo non sempre civile (sulle pagine di “Ciao 2001” Aldo Bagli rivolse anche loro un pubblico invito, ovviamente non raccolto, a non rendere i ragazzi sul pal – co “un bersaglio inerme da lattina vuota”) le band degli amici: oltre agli Apologia di Reato, gli Ulster Punk Group (“ Minacciammo scherzosamente Aldo Bagli ” – racconta Maurizione, “ perché ci definì ‘allucinanti, a metà tra il ridicolo e il parrocchiale’. Qualche settimana dopo lo stesso Bagli ci segnalò tra i migliori degli esclusi ”) e soprattutto i Luxfero, il cui cantante Filippo (o, meglio, “Lucifero”) – 50% Bowie e 50% Iggy Pop, come anche la musica del suo gruppo – era senza dubbio un personaggio. I Luxfero, come tutti, si sciolsero non molto tempo dopo, senza realizzare alcun disco: ricevettero un’offerta di produzione sia da me che dall’onnipresente Bagli, e scelsero il cavallo sbagliato. L’apice della rassegna fu comunque toccato sabato 26 aprile, quando sul palco apparvero a sorpresa Captain Sensible e Paul Grey dei Damned chiedendo un batterista per una estemporanea jam. All’invito risposero Piccolo degli Ulster Punk Group e Luigi Bonanni dei Bads, che assieme ai due illustri ospiti improvvisarono Pretty Vacant dei Sex Pistols e New Rose degli stessi Damned. Molto romanticamente, mi piace ricordare quei caotici ma emozionantissimi dieci minuti come un riconoscimento ufficiale del punk romano dei tardi ‘70. Il primo, e anche l’ultimo.

6.One law for them (another one for us)
Al “1° Festival Rock Italiano” i Trancefusion, già trasformatisi in Raff e apparentemente lanciati verso una Carriera con la “C” maiuscola, e i Bads, scioltisi da qualche mese, parteciparono solo come spettatori. “ Diventammo Raff quando il nostro manager Ciccio Donato, che era DJ del Titan e giornalista, ci suggerì di cambiare nome e immagine. Il repertorio, però, rimase lo stesso. Noi volevamo solo suonare e divertirci: così come non ci interessava la politica, non ci preoccupavamo più di tanto delle opportunità di emergere. L’obiettivo di Ciccio, invece, era accasarci presso una major, e ci riuscì con la EMI: conserviamo ancora una copia del contratto, firmato da loro ma non da noi, grazie al quale Ciccio – si dice – aveva anche ottenuto un congruo anticipo. Per la EMI registrammo due session di provini, una di tre e una di quattro pezzi, delle quali dovrebbero anche esistere delle lacche… loro volevano che cantassimo in italiano e che scrivessimo brani alla My Sharona … ci affidarono anche a un paroliere, ma noi ci siamo sempre rifiutati di accettare i loro suggerimenti e quindi i dischi non hanno mai visto la luce. L’atteggiamento dei discografici non ci piaceva: si dichiaravano interessati a noi, ma in realtà erano interessati a ciò che in teoria potevamo diventare nel caso avessimo seguito i loro consigli ” (Chris e Fabiano Bianco).

L’asse di rotazione della scena si spostò verso il Metal X, nelle vicinanze del Vaticano, verso il Uonna Club di Via Cassia, un vasto locale della periferia Nord, e in seguito anche verso il Tube, un gigantesco e suggestivo scantinato nella zona di S. Giovanni. Come in Inghilterra e negli Stati Uniti, l’allarga – mento del bacino di utenza ebbe come effetto collaterale il crearsi di divisioni, incomprensioni e conflitti. “ Dopo l’Espero abbiamo modificato il nome in Ulster 77 proprio per sottolineare i nostri legami con le origini, prendendo contemporaneamente le distanze dalla eccessiva violenza, musicale e non, di molti nuovi punk. Non è durata molto, e quando il gruppo si è separato sono entrato nei Nightseekers, per poi mollare definitivamente nel 1983. Perché? Perché l’impossibilità di realizzare qualcosa di bello e concreto stava trasformando il divertimento in frustrazione, e anche perché la situazione nel giro era diventata davvero triste: ho sofferto parecchio nel 1982 all’epoca della frattura tra punk-anarchici e skinhead-nazisti, quando molti ragazzi che credevo fedeli alla filosofia punk si sono rasati i capelli e si picchiavano con quelli assieme ai quali avevano bevuto fino a due giorni prima ” (Maurizio Gamba)

“Ho voluto interrompere l’attività dei Bads perché mi dava fastidio che il punk stesse diventando sempre più una moda: una forma di elitarismo e di snobismo che oggi non approvo, ma che allora mi sembrò più che giustificata. Mi sentivo tradito dagli eventi e non mi ritrovavo nelle nuove logiche, e quindi ho preferito tirarmi fuori dalla musica suonata pur continuando a frequentare gli amici del giro. Il fondo, un po’ per tutti, fu toccato con l’arrivo su vasta scala dell’eroina, portata dagli ex fricchettoni convertitisi al punk; la cosa strana è che non prese piede per questioni di disagio sociale, ma solo per una sorta di assurda ammirazione per Sid Vicious: nonostante lui ci avesse lasciato le penne, o forse proprio per questo” (Luigi Bonanni).

7.White trash (2nd generation)
La seconda generazione punk capitolina, complice il rapido sviluppo delle strutture di base dell’underground autoctono, raggiunse traguardi che la precedente non aveva neppure osato sognare. Dopo il singolo Chi siamo noi? / U.X. (RCA, 1982) degli Uniplux, punk solo per quanto concerne il pezzo del retro e la grafica di Cristiano Rea, l’onore di firmare la prima vera testimonianza della scena toccò ai Bloody Riot, il cui omonimo 7”EP autoprodotto uscì nell’estate del 1983 anticipando di due mesi Shotgun dei miei protetti Shotgun Solution; altri EP 7 pollici realizzati in proprio, come Drop Down Dead dei Nighters (i Nightseekers dopo l’abbandono di Maurizione) e The Kids Today dei Klaxon furono editi nel corso del 1984, ampliando efficacemente la documentazione di una realtà ormai del tutto svincolata – nonostante il contributo di svariati elementi della “vecchia guardia” – da quella che le aveva fornito ispirazione e appoggio. “ Credo che l’unico vero punto d’incontro tra il primo punk romano e quello si trovava nel comune desiderio di divertirsi e di fare casino, non è casuale che tutti i luoghi di ritrovo e di appuntamento fossero birrerie e pub. A Roma non c’è mai stata una grande coscienza politica, eravamo immuni dalla tendenza al dibattito tipica degli anarco-punk milanesi e bolognesi. Quando andavamo al Nord, noi romani eravamo definiti menefreghisti, nazisti e rompipalle: la storia del nazismo, però, non aveva senso, altrimenti non saremmo certo finiti a stazionare attorno a Via dei Volsci e Radio Onda Rossa. Rispetto a quelli dei ‘70, noi punk degli ‘80 eravamo perseguitati dalla polizia, non hai idea di quante volte sono stato provocato e poi gonfiato di botte senza alcun motivo. Inoltre, il look era più estremo e ricercato, e in generale tutto – dalla musica al comportamento durante i concerti – era più violento. Comunque, negli ‘80, al fianco di quelli che ci credevano sul serio c’era un’alta percentuale di ‘punk’ per moda o per atteggio ” (Lorenzo Canevacci).

Di quest’altro punk, almeno per adesso, non ci occuperemo: come già riferito in precedenza, al di là di ogni evoluzione e/o involuzione successiva, l’epigrafe dell’originaria scena capitolina è stata scritta durante i pomeriggi dell’Espero. Rimpianti? Solo che Bads, Trancefusion, Ulster Punk Group e magari Luxfero non abbiano lasciato ai posteri alcuna testimonianza discografica. La mia speranza è che queste pagine, cariche di enfasi forse eccessiva, servano anche a far saltar fuori qualche nastro da consegnare alle stampe: affinché di questi prime mover , forse non eccezionali sotto il profilo musicale ma straordinari per sincerità, passione e coraggio, non restino solo il ricordo, una manciata di foto ingiallite e qualche (demenziale) recensione d’epoca. (da “Bassa Fedeltà” n.7 del maggio/giugno 1998)

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