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Quarant’anni fa usciva il disco più importante di Lucio Dalla

Oggi, per il compleanno di Lucio Dalla, ci sarà un mega concerto a Bologna. Sul palco Carboni e amici, per festeggiare anche all'omonimo album che ha da poco compiuto 40 anni

Fonte: Twitter

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Venticinque, quaranta, e poi il “traguardo” dei cinquant’anni: è vero, la musica italiana pare ostaggio del suo passato, delle ricorrenze e delle mitizzazioni posticce. Anche se postume, anche se superflue o troppo revisionistiche. Sembra tutto ridotto a un enorme guardarsi indietro, “per tenere viva la memoria dell’artista” quando – per mantenerne integro il ricordo – basterebbe in realtà un silenzio educato, o comunque lontano da operazioni così gratuite. Ecco: come più o meno tutti i cantautori, anche Lucio Dalla non è immune da queste ritualità spinte, e la sua discografia – già da qualche tempo nel giro degli anta – sta tornando in pillole, fra libri illustrati, eventi e bonus track.

Oggi, ad esempio, in un concerto a Bologna con Gaetano Curreri, Luca Carboni e Lo Stato Sociale (tra gli altri) si celebrano i quarant’anni di Lucio Dalla, l’album omonimo datato 1979. Ma se qui, come sempre, il rischio della ricorrenza inutile era alto, stavolta vale la pena fermarsi e ascoltare davvero, perché stiamo riportando alla luce il suo disco più importante. Chiaro: non che sia il più riuscito in assoluto (è una bella gara, questa, fra tutte le opere uscite fra il 1973 e il 1980), e non lo ricordiamo certo perché sia il più ispirato del lotto (lo è), ma semplicemente perché è la sintesi perfetta di tutte le anime del cantautore bolognese, di quelle che già c’erano e di quelle che sarebbero venute poi. Una mappatura della geografia dalliana, insomma; così: in equilibrio sintetico e programmatico.

Facciamo ordine, comunque. Per capire come Dalla, nel 1979, abbia coniugato tutto ciò bisogna un attimo ricostruire la sua carriera. Allora: il Nostro inizia a sbocciare, dopo una gavetta di schiaffoni, fra il ’71 e il ’72, a Sanremo, con i classici Piazza Grande e 4/3/1943. Funziona, è nazionalpopolare, buca lo schermo, ma rischia anche di ridursi a una macchietta. Così, per non cadere in trappola, programma la sua fuga bellissima: tre dischi col poeta (e concittadino) Roberto Roversi, che per lui scriverà i testi. Siamo a metà dei 70s, e fra Automobili e Anidride Solforosa si innestano lavori cervellotici e maledetti, in cui il Lucio si esalta come compositore e sperimentatore, fra ermetismo e poesia.

È il suo periodo più complesso e impegnato, che lo conduce alla svolta della maturità del 1977: lì, per la prima volta, Dalla decide di fare tutto da sé, testi e musiche. C’è Com’è profondo il mare quindi, un trionfo di istrionismo cantautorale e forse il suo album più bello e denso di idee. E c’è una sorta di svolta pop, sì, ma siamo ancora su livelli “elitari”.

Il neo-quarantenne Lucio Dalla, invece, compie il passo decisivo e porta tutto in una dimensione nuova, davvero nazionalpopolare. Nel giro di un anno, Dalla diventa un divo, un personaggio (basta guardarsi Borotalco di Verdone, o le immagini di Banana Republic, per capire), senza rinunciare a nulla (complessità degli arrangiamenti e delle composizioni, poesia dei testi) di ciò che l’aveva segnato. Più del successivo Dalla (all’epoca coi nomi era uno stillicidio), che in un certo senso inaugurerà (bene) la sua fase popolare che arriverà fino ai giorni nostri, quest’album infatti si tiene in equilibrio maestoso come un’espressione di pop colto e corale, quasi fosse il racconto – collettivo e partecipato – della storia dell’umanità, fra miserie e trionfi.

Merito dei suoni in primis: gli Stadio si prendono la scena come backing-band, e definiscono un’oasi accattivante di ritmiche e chitarre con la punta arrotondata che, all’epoca, era impossibile trovare altrove, e che dominerà le classifiche. Le melodie, poi, sono sempre superbe, illuminate, ariose e slanciate; serrate, spesso, complesse e al tempo stesso immediate, con Dalla che incastra benissimo lo scat, la sua poesia e in generale tutti i testi all’interno di metriche tanto tortuose. Di corsa, in torsione, a volte per miracolo: ma il risultato è sempre esemplare, e popolare.

Come riuscirà anche a Battiato con La voce del padrone nel 1981, siamo di fronte a un disco pop colto e trasversale, roba “per tutti e per nessuno”. Da una parte c’è L’ultima Luna, ad esempio, tragedia e speranze, filastrocca incalzante eppure ermetica e senza ritornelli; dall’altra Anna e Marco, quasi un neorealismo a lieto fine, una ballata romantica e malinconica in cui Dalla gioca a fare dio, e dà un po’ di tregua al genere umano. E poi la costante ascesa di Milano, che è un ritratto e una poesia di una semplicità – e di un’efficacia – disarmante (“Milano a portata di mano, ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in Siciliano”), il capolavoro sepolto Tango, fra immagini frammentate e cicatrici, come due poli dello stesso pianeta: la profonda ricerca del sé, e l’umanità del dubbio. Dalla è di carne e ossa, debolezze e sentimenti, e non lo nasconde.

Lucio Dalla l’ho recuperato in vinile d’epoca qualche anno fa, in un mercatino dell’usato. Il prezzo era basso, tipico degli LP che hanno venduto milioni di copie: perché sì, l’album fu un successo clamoroso, ed entrò nelle case di tantissimi. Di più: segnerà per sempre una stagione di musica italiana, lasciando nella nostra memoria collettiva una manciata di pezzi ancora buoni e attuali. Su tutti, per capirci, L’anno che verrà – che è il brano che chiude il disco. Ecco, quella canzone la si può davvero leggere come si preferisce: un augurio per il nuovo anno, il ritratto di una stagione di miseria per il genere umano (erano gli anni di piombo, qui da noi) o una speranza di collettiva purificazione che ciclicamente si rinnova, perché tanto non si esaudisce mai. Nel dubbio, comunque, possiamo cantarla a squarciagola, “ognuno come gli va”, a Capodanno come a marzo: la forza di Lucio, alla fine, era questa qui.

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