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Quanto ci piacciono quelli come Ghemon che si complicano la vita

Piccolo omaggio a un artista che nell'epoca degli ascolti veloci e distratti fa dischi come 'E vissero feriti e contenti' che necessitano di attenzione per essere amati. Ma alla fine arrivano, eccome se arrivano

Ghemon

Foto: Martina Amoruso

Più che una domanda, questa intende essere una provocazione: nell’ultimo anno, quante volte avete ascoltato per intero (ovvero dall’inizio alla fine, così come erano stati concepiti dai loro autori) gli album freschi di uscita che vi sono piaciuti di più?

Probabilmente non molte. E paradossalmente, più dischi ascoltate nella vostra vita quotidiana, più è viscerale e profondo l’amore che provate per la musica, e più il numero in questione tenderà ad essere basso. C’è una ragione molto semplice per tutto ciò, ovvero che grazie allo streaming abbiamo a disposizione una collezione di dischi potenzialmente infinita e che le uscite discografiche si sono moltiplicate. Per tenere il passo e non perdere il filo viviamo nella costante rincorsa degli ultimi trend, dell’hype, del nome che snocciolato nella conversazione giusta e con la persona giusta ci farà sembrare più interessanti e attenti al contesto. Ma nonostante tutti i nostri sforzi, continuiamo a perdere dei pezzi.

La logica conseguenza di tutto ciò è che alla prova dei fatti vengono premiati quei progetti che sono immediati, orecchiabili, assimilabili in tempo zero, inseribili in un solco di genere e continuità in cui riusciamo a riconoscerci senza riflettere. Progetti che osano ma non troppo, insomma. Perché ormai ci si gioca tutto al primo ascolto, e non è affatto scontato che ce ne sarà un secondo, a differenza di quanto accadeva quando gli album li compravamo (il fatto di avere un budget limitato e di spendere 20 mila lire o 20 euro per un pezzo di plastica ci spronava a non fargli prendere polvere in eterno su uno scaffale della nostra cameretta). Per tutte queste ragioni, dischi come E vissero feriti e contenti di Ghemon, uscito venerdì scorso, rischiano di partire già in svantaggio, perché l’unica cosa evidente fin dal primo ascolto è che per capirli e sviscerarli ce ne vorrà un secondo, e un terzo, e un quarto.

La copertina di ‘E vissero feriti e contenti’

Una volta tutto questo sarebbe stato normale e scontato, anzi, sarebbe stato considerato un pregio. Esistono interi generi musicali che hanno fatto fortuna perché era necessario scavare più a fondo, prima di comprenderli a pieno: il jazz, la fusion, l’elettronica sperimentale. Esistono artisti che hanno costruito la loro carriera sull’imprevedibilità e sul cercare di non ripetersi mai, da Stevie Wonder a Prince passando per gli Outkast. Eppure oggi la nostra capacità di concentrazione e introspezione sembra ridotta ai minimi termini, tant’è che un pezzo come Momento perfetto (oggettivamente uno dei migliori in gara a Sanremo, con una delle performance più riuscite sul palco dell’Ariston) è finito ai piani bassi della classifica del Festival. Come ci raccontava in un’intervista, Ghemon è perfettamente consapevole dei rischi che corre continuando a cambiare, a complicare le cose, a non riconoscersi in un’unica sonorità prevalente, ma nonostante ciò tira dritto per la sua strada: e per fortuna, verrebbe da aggiungere. Perché se così non fosse non avrebbe sfornato album meravigliosi come E poi, all’improvviso, impazzire, OrchiDEE, Mezzanotte e tanti altri. Album che continuano ad avere un senso e un valore anche a distanza di anni, che suonano ancora avanti, e che svelano i propri misteri poco per volta, come le cose migliori della vita, che vanno scoperte e assaporate lentamente.

E vissero feriti e contenti non fa eccezione, in questo senso: è un album ricco e complesso (a volte anche troppo, si rischia di essere travolti dalla quantità di rimandi e influenze che Ghemon è riuscito a infilarci dentro), scritto, prodotto e cantato da un artista che ha fatto pace con il suo passato, si gode il presente e non è ossessionato dal futuro, né in senso umano né discografico. È evidente fin da subito che alcuni brani rimarranno: la già citata Momento perfetto, ma anche l’esperimento in levare Difficile, l’apparentemente spensierata Io non posso salvarti, la scanzonata Trompe l’oeil e la malinconica e intensa Sparire. Inutile chiedersi se hanno un genere o no, se Ghemon è un rapper o un cantautore, e se le avete capite o meno: il loro scopo è arrivare, e arrivano. E il bello è che non sappiamo ancora dove ci porteranno.

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