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Quando Vasco e l’Italia scoprirono la provincia

'Non siamo mica gli americani!, il secondo album del Blasco, è molto di più di Albachiara', è una risposta all'ansia di internazionalizzazione che paralizzava la nostra musica, e l'ingresso dei racconti di provincia nell'immaginario pop

Un dettaglio della copertina di 'Non siamo mica gli americani!', il secondo album in studio di Vasco Rossi

Non siamo mica gli americani!, il secondo album di Vasco Rossi che nel 2019 spegne quaranta candeline, e da oggi è celebrato con un cofanetto per collezionisti, ha una storia emblematica. Non so con quanti altri dischi la condivida, credo pochissimi, ma il fatto è che col tempo ha cambiato titolo in quello alternativo di Albachiara – tutt’ora si chiama così anche su Spotify. Questo perché contiene il singolone omonimo, ignorato nel 1979 e poi detonato: una parabola che ne ha giustificato lo switch, per “renderlo più riconoscibile”. Insomma: almeno adesso per tutti è immediatamente “il disco di ‘Albachiara’”, no?

Ma è una storia emblematica, dicevamo, perché spiega quanto sia un lavoro ancora incompreso per l’impatto avuto sulla nostra musica. Il punto del discorso, infatti, non è la sola Albachiara: è uno dei pezzi italiani più iconici, certo, e probabilmente l’unico di questa serie con una dimensione – a suo modo – eterna; ma è comunque una delle sfaccettature del disco, in un puzzle più ampio di cui il “respiri piano per non far rumore” è complementare, ma non esemplificativo – non un parafulmine, ecco. Non siamo mica gli americani! significa piuttosto un’altra cosa: riportarci coi piedi per terra, rispondere all’ansia di internazionalizzazione. Ovvero: raccontare per la prima volta la provincia, le sue consonanze e le sue frustrazioni. Riprogettare le carte geografiche, prendersi altri riferimenti. E sì: davvero, per la prima volta in Italia. Se poi suonano famigliari – provincia, e relativi cliché – è perché dopo sono diventati un topos della nostra canzone; ma è qui – in questo disco, quarant’anni fa – il motore originale.

Chiaro, anche musicalmente l’album è un passo avanti dall’esordio di …ma cosa vuoi che sia una canzone?: il Blasco è ancora un cantautore vergine di hard-rock, ma inizia a porsi già di molto sopra le righe. E se al primo giro aveva abbracciato un format standard per i Settanta (chitarra, voce, tastiere e poco altro), ora sperimenta: scazzi di elettronica, citazioni dei Sex Pistols, contrabbassi impazziti, parole sussurrate, urlacci e versetti, oltre alle chitarre elegantissime di Maurizio Solieri e agli arrangiamenti di Gaetano Curreri – un arcitaliano dei suoni. Eppure, nonostante ciò, lo scarto vero lo segnano i testi. Perché dove vive Vasco non è (appunto) l’America, e nemmeno la Roma di Venditti e De Gregori, ma l’hinterland modenese in cui lui è il reietto, il tossico, l’incompreso. Una sorta di Bukowski minore, ma molto più umano e italiano. E provinciale. Le storie sono infatti altre – quelle dei bar della noia e i vicoli della droga – ed è grazie a esse che lui compirà il primo, grande balzo in avanti della sua carriera. Sul piano narrativo, ma anche estetico, tanto che l’Italia prima assisterà perplessa, e poi lo seguirà.

Quindi sì: il Blasco del 1979 è sicuramente il Blasco di Albachiara, che comunque in questa versione originale sgangherata nell’arrangiamento è più un quadretto allucinato da cameretta che un ballata da stadio, con quella poetica umile che inizia a trovare una dimensione sua. Ma è soprattutto quello di Fegato, fegato spappolato, un cult che racconta un quotidiano di abitudini da “paese” grottesco e misero, fra vizi e pregiudizi, siringhe e scarpe bucate, case e chiese. Comune, sarcastico, scorrettissimo. Oppure è i personaggi piccoli così de La strega (la diva del sabato sera), quasi una lotta fra pezzenti da locali dimenticati da dio, discoteche come cattedrali nella provincia più nera, dove non arriva la poesia del Lucio Dalla di Anna e Marco ma solo la spola per l’amore squallido e poco stilnovista di Va be’ (se proprio te lo devo dire), quasi una La nostra relazione 2.0. Senza stimoli quanto la vita di chi la vive, annoiata come le altre storie del disco.

Storie qualsiasi, dicevamo, firmate dallo stesso Vasco – alieno e drogato – che nel 1980 le sublimerà nella cavalcata da bar Colpa d’Alfredo, e nel 1981 nella generazionale Siamo solo noi. Storie tossiche, distopiche, senza finali, talmente microscopiche da essere ridicole ma già ribelli agli stilemi cantautorali. Già sfigate, già di provincia. Rock dentro, quando non ancora fuori. Basta prendere l’altro cult, (Per quello che ho da fare) faccio il militare, per capire: una follia di sussurri in cui il Nostro riprende la narrazione da outsider di Rino Gaetano (uno dei suoi padri più in mostra) e le svuota di ogni venatura sociale, settando uno storico inno anti-naja su un (brillante, va detto) discorso da quarto drink à la Piero Ciampi (altro riferimento imprescindibile). Disilluso, un po’ piacione, ma molto sincero e sperimentale nella struttura. Siamo nel 1979, ma questo nichilismo è già del 1985.

Inutile girarci intorno: su tutti, il merito di Non siamo mica gli americani! è stato quello di aver introdotto la provincia nel nostro immaginario musicale. Con quella narrazione vivida, realistica, senza i contorni fosforescenti ma coi finali da perdenti. Dopo quest’album, tantissimi: dai CCCP nell’alternative agli 883 nel pop, da Vasco Brondi nell’indie ai Fine Before You Came nell’emo. Dalla Pordenone dei Tre allegri ragazzi morti alla provincia cronica dei Baustelle. E poi Calcutta, gli Zen Circus, Motta. Fino a diventare, la provincia, una costituente della nostra musica, uno stato dell’anima, un cliché. Fino persino ad annoiare, a essere troppa.

Ecco: se organizzassimo una playlist a tema, davvero, non finiremmo più, fra figliocci di Vasco e percorsi diversi. Ma in apertura, comunque, andrebbe di diritto una pioniera come Fegato, fegato spappolato, con le sue manie di persecuzione da paesello e il taglio realistico e scorretto. Con buona pace dell’eterna Albachiara.

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