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Perché il walkman ha cambiato il nostro modo di ascoltare la musica

L'invenzione di Sony ti permetteva di ascoltare il punk senza infastidire il vicinato; ti costringeva ad ascoltare davvero, a girare così tante volte il Lato A e il Lato B delle cassette fino ad avere una qualche illuminazione mistica

Essere stato un adolescente a Roma negli anni ’90 ha lasciato segni indelebili sul mio carattere e come persona, e sulla prestanza fisica, perché prima di tutto a Roma macini chilometri che è una meraviglia. Di continuo, a volte anche indipendentemente dalla tua volontà. Corri appresso un bus, aumenti il passo per non perdere una metro o un treno di superficie; oppure mandi tutti a cagare e ti fai due/tre quartieri a piedi così tante volte che, alla fine, dalla Garbatella a Trastevere o da Monti al Pigneto la consideri una “passeggiata” – mentre per il forestiero è come dire la Parigi-Dakar. Lungi da visioni edulcorate di Deamicisiana memoria, forgiavi corpo e animo per diventare ciò che oggi possiamo dire di essere. Sebbene non sappiamo nemmeno noi come definirlo.

Negli anni ’90, però, Roma era una città stupenda per ascoltare musica con il walkman, e lo sarà ancora adesso con le casse bluetooth e Spotify. Perché, se la provincia ha il silenzio senza stress metropolitano, Roma ha dalla sua le distanze. Vattela a sentire un’ora di fila di musica a Ragusa o a Pinerolo. Neanche il tempo di spingere il tasto “Play” e sei arrivato a destinazione e, nel mentre, hai incontrato il mondo: Luca, Marco, la sorella di Andrea, Franca, la cognata di zio Nicola, tutti con l’esigenza di fermarti e dirti qualcosa. Insomma, sentirai anche il rumore dei tuoi passi ma un disco intero è arduo da sentire in provincia. La complessità topografica della grande città, invece, insegna al romano ad acquisire una resistenza, quasi un dono innato, all’isolamento – che colma con l’ascolto della musica. Ai tempi del walkman, riuscivi a girare così tante volte il Lato A e il Lato B delle cassette da riuscire, alla fine, ad avere sempre una qualche illuminazione mistica. Che l’attitudine di Di Anno Dickinson se la sogna, che i Depeche in fondo sono morti con l’addio di Alan Wilder, che la seconda traccia è la migliore di un disco, che i Nirvana sono stati influenzati più dai The Damned e dai Killing Joke che dai Joy Division o che, sotto la furia punk, i Dead Kennedys usavano pure conga e clarinetti.

I maligni a questo punto ci accuseranno di essere dei nostalgici e, ahinoi, non possiamo esimerci dal dire che in parte è vero. Ma nel grande pentolone dei nostri ricordi dalla lacrimuccia facile, ci sono giornate in cui qualcuno o qualcosa ci viene incontro, rendendoci l’operazione più semplice. Ebbene in questi giorni cade il 40° anniversario della messa in commercio, se si esclude un flebile test nell’aprile del 1979 presso alcune catene nipponiche e un lancio qualche giorno prima nella grande distribuzione americana, del primo Walkman a cassette per il pubblico. Già, ma non aspettatevi una dissertazione sull’opera omnia dei maestri Akio Morita, Masaru Ibuka o di quell’altro genio di Kozo Osone, che ne svilupparono i modelli di maggiore successo alla Sony, a partire dal mitico TPS-L2 in colore blu e argento, ma per la solita serie di considerazioni amarcord-assortite che a noi piacciono tanto. Del resto, la tentazione è troppo grande per limitarci alla sola cronistoria fatta di restyling, trattati sulla qualità sonora e modifiche hardware che lasciamo (più che volentieri, in verità) fare agli altri.

Dicevano: aprile del 1979. Sid Vicious era morto da pochi mesi decretando de facto lo scioglimento dei Sex Pistols e la morte del punk tutto. John Lennon invece viveva tranquillamente a Manthattan e passava le lunghe giornate americane passeggiando con Yoko Ono a Central Park vestito come uno spaventapasseri. Ronald Regan non era ancora il presidente degli States. Lo Shuttle era ancora nei sogni della Nasa e la corsa allo spazio si era conclusa per ora con un pareggio, grazie alla missione congiunta USA-URSS che prese il nome di Apollo-Sojuz. In Italia ancora ci si leccava le ferite per gli estenuanti anni di piombo e si apprestava a tirare le somme di quanto accaduto, da lì a breve, grazie alla scoperta della loggia massonica P2.

In questo psicotico contesto, la Sony lancia questa piccola scatola rettangolare che permetteva di ascoltare musica di buona qualità in ogni dove grazie all’utilizzo di pratiche cuffie. All’inizio le pubblicità la reclamizzavano come “Soundabout” mentre il nome Walkman gli fu dato in seguito, proprio per la sua caratteristica principale: poter sentire la musica in giro senza bisogno di uno stereo con tutti i sacri crismi. Il claim della casa produttrice giapponese è fin da subito destinato a fare storia per tutti i pubblicitari di là in avanti: sopra uno stampato in bianco e nero con l’immagine del primo Walkman si leggeva la scritta nera “Diventerà la colonna sonora della vostra vita”. Colpo di genio così grande da far arrossire di vergogna tutti gli autori dei vari “Ti titilla la papilla” per le caramelle Golia o “Vivere in una valle felice” per il Mulino Bianco. Uno la vedeva e strabuzzava gli occhi. Sarà un flop, dicevano. Seguivano a ruota mandrie di genitori imbufaliti, allarmati dal volume di suono degli infernali apparecchi.

Ma in barba a tutti quella scatoletta rivoluzionò in pochi anni il mondo della musica, diventando uno se simboli della cultura popolare e cambiando lo stile di vita dei giovani e dei meno giovani. Creando tutta una serie di rituali che hanno caratterizzato lo star al mondo dei più e difficilmente verranno rimpiazzati dalla multimedialità e dalla praticità dei giorni nostri. Perché, come l’adagio, le cose facili piacciono a tutti ma durano poco e, specie per chi è un po’ più in là con gli anni, il ricordo di giornate passate ad escogitare stratagemmi per non fare scaricare le pile vincono in partenza su qualsiasi playlist on-line. Direte: “Ma io oggi ho scoperto un nuovo gruppo lappone che fa gothic-trap-makarena”. Vi risponderemo: nulla potrà equiparare un riavvolgimento un nastro con una matita o una penna Bic, fosse anche di una registrazione de La Mia Moto di Jovanotti.

È quasi impossibile stabilire quanti esemplari di walkman siano stati venduti. Qualcuno una volta ha sparato un 2 miliardi. Altri invece ritengono che sia una valutazione per difetto. Intanto carrettate di antropologi, psicologi e sociologi in questi giorni si sbracciano a descrivere l’impatto che ha avuto il walkman in Italia e nell’occidente in genere. Ho sentito distintamente un’opinionista dei pomeriggi televisivi nostrani dichiarare che “Chi lo ha invento dovrebbe essere considerato al pari delle più celebri e rivoluzionarie personalità dell’arte contemporanea”. Olè. Più prosaicamente, prima del walkman, esistevano enormi impianti stereo o giradischi, che non permettevano né una fruizione individuale, né un trasporto agevole, né soprattutto una capacità d’acquisto che fosse alla portata di tutti. Conosco fior fiori di critici che hanno detestato per anni i loro compagni di scuola perché avevano un impianto Hi-Fi e loro no. Il piccolo apparecchio avviò invece una nuova dimensione per la musica. I ragazzi potevano avere un walkman senza necessariamente avere uno stereo a casa, allo stesso modo con cui adesso si possono definire ascoltatori di musica senza avere un solo disco. Potevano ascoltare l’heavy metal o il punk hardcore senza infastidire i genitori, morire per tutte le pene d’amore di Baglioni senza ammorbare il vicinato. Gli autobus, le spiagge, i treni e i parchi si sono popolati di cuffie. Il boom dei Walkman della Sony e delle sottomarche ebbe subito ripercussioni sul mercato dei dischi.

Dopo appena quattro anni dall’uscita della Sony, il numero di musicassette vendute negli Stati Uniti superò quello dei dischi, segnando l’inesorabile tramonto del vinile ancora prima della comparsa del CD. Quando gli adolescenti trapper di adesso pensano che basti sparare a palla una traccia stilosa ogni dieci dallo smart per dimostrare di avercelo, lo stile, a noi ritorna in mente quando nel 1985, con lo zampino di un giovane Jean-Paul Gaultier, Jean Louis d’Eforges lanciò il Walkman Cut, un improbabile taglio di capelli così tamarro che Gue Pequeno al confronto è Frank Sinatra sul serio.

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