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‘Ordinary Man’ è il grande epitaffio di Ozzy Osbourne

Il Madman collabora con Post Malone, Elton John e Slash per dirci che la fine è vicina. Lo vogliamo ricordare così: un po' malinconico e un po' folle

Ozzy Osbourne

Ozzy che rimanda a oltranza il suo ultimo tour. Ozzy che ammette di non riuscire più a recuperare le forze dopo un intervento. Ozzy che dichiara di avere il Parkinson e chiede ai fan di stargli vicino. È una storia che assomiglia sempre più agli ultimi travagliati anni di vita del suo vecchio amico Lemmy Kilmister, leader dei Motörhead. È con questo stato d’animo che si ascolta Ordinary Man, un album che suona inevitabilmente come il più classico degli epitaffi.

Non è un addio improvviso come quello di David Bowie, ma probabilmente preparato con lo stesso stato d’animo con cui il Duca Bianco registrò Blackstar, dopo aver capito di avere i giorni contati. D’altra parte, Ozzy ha giocato sempre con il concetto di fine. Una tendenza amplificata negli ultimi anni e sottolineata da titoli come Goodbye, All My Life e Today Is the End, ma che aleggia sulla sua musica e sulle sue scelte artistiche fin dagli esordi. Eppure, a differenza di uno come Jim Morrison, che vedeva nella fine un porto sicuro, qualcosa a cui abbandonarsi il prima possibile, Ozzy evoca il concetto in modo diametralmente opposto. Quasi fosse un mantra da ripetere all’infinito per esorcizzare la paura di morire.

Proprio per questo, seppur ammantato da un senso di malinconia e commiato, Ordinary Man è tutto fuorché l’album di una persona rassegnata. Ascoltandolo, più che alle dichiarazioni circa gli acciacchi degli ultimi anni viene quindi da pensare a tutto il resto: ai pipistrelli, alle pisciate sull’Alamo, alle secchiate d’acqua tirate in faccia al pubblico delle prime file. «Sono contento perché i medici mi hanno detto che il Parkinson non è stato causato dalle droghe, ma perché dalla parte di mia madre l’hanno avuto tutti»: questo è l’Ozzy che conosciamo, quello che ti dice che la fine è vicina, ma che grazie a un po’ di coca ci si può pensare tranquillamente tra qualche settimana. Anche per questo, se degli ultimi Black Rain e Scream nessuno si ricorda più, Ordinary Man rimarrà invece nell’immaginario molto a lungo.

E pensare che sarebbe bastata la sola title track in compagnia di Elton John a riportare il Madman sulle pagine dei giornali. Erano decenni che Osbourne non tirava fuori una ballata di questa portata, un ambito in cui negli anni ’80 e ’90 aveva dimostrato di essere un maestro. Resistendo alla tentazione di comporre un album old school, Ozzy ha realizzato un lavoro ultramoderno, ma allo stesso tempo vecchissimo, capace di attraversarne la carriera senza sembrare patetico e in cui è riuscito a far confluire tutta la sua poetica folle e decadente aiutato da musicisti simbolo di epoche diametralmente opposte: Elton John per i ’70, Duff McKagan, Slash e Chad Smith per i decenni successivi, Post Malone per dimostrare di non essere fuori dal mondo.

Proprio la collaborazione con quest’ultimo, che qualcuno ha liquidato come il furbo tentativo di darsi una ringiovanita, è una delle cose più stupefacenti del disco. Al di là della già nota Take What You Want, dove il cantato di Ozzy era al servizio del rapper, a sconvolgere è il secondo pezzo dell’improbabile coppia, in cui Post Malone ricambia il favore con gli interessi. It’s a Raid è una sorta di summa del lato più folle di Osbourne, così ricco di “louder” e “fuck you all” da far sorridere. È agli antipodi rispetto alla dolcezza e alla malinconia del pezzo con Elton John e conferma per l’ennesima volta l’animo profondamente scisso di Ozzy Osbourne. Comunque vada a finire, vogliamo ricordarlo così.

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