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Ode alla precarietà di ‘Nine’ dei Sault

L’avevano promesso e l’hanno fatto: dopo 99 giorni, il disco è sparito dallo streaming. È un vaffanculo alle piattaforme e un promemoria su quanto effimere sono le nostre vite

Non siamo più sicuri di niente, rincari e tasse a parte. E così quando in giugno il collettivo inglese Sault ha annunciato che il nuovo album Nine sarebbe stato disponibile per soli 99 giorni, cioè fino al 2 ottobre, è sembrata una metafora perfetta di quest’epoca di cose fugaci. E del resto la ricerca della stabilità è uno dei temi chiave del disco. Questo dicono le canzoni: le persone che amiamo, i nostri stati d’animo, le nostre stesse vite non sono meno effimere di quest’album votato all’autodistruzione.

È implicito che nell’epoca delle app, l’arte è una delle poche cose sacre che ci sono rimaste. Nine è un vaffanculo alle piattaforme di streaming che ricorda lo spirito agit del manifesto controculturale di Abbie Hoffman Ruba questo libro.

Non è il primo disco che sparisce, si veda il caso di Act II: The Patents of Nobility (The Turn) di Jay Electronica che è arrivato e scomparso dopo alcuni mesi da Tidal, ma non si ricorda un altro disco lanciato in modo altrettanto provocatorio e dominato da temi di protesta.

Quali sono le implicazioni di questa faccenda? Intanto, è un invito ad assumere il controllo delle proprie scelte in fatto di musica: va cercato fuori dalle piattaforme e lo si può trovare in forma diciamo così non autorizzata. È insomma un invito a svincolarsi dal controllo delle multinazionali.

E poi c’è il fatto che, dopo l’anno lungo e tremendo che abbiamo vissuto tutti quanti, sono usciti allo scoperto modi alternativi di pensare. Non c’è stata solo la pandemia. Le morti per mano della polizia di Breyonna Taylor, George Floyd, Rayshard Brooks, Atatiana Jefferson e altri hanno mostrato in modo drammatico quel che i neri devono affrontare per il solo fatto di esistere.

Questo per dire che i Sault ballano con la disperazione e lo fanno a volte con leggerezza, a volte in modo tremendamente serio. Che spazio hanno il senso dell’umorismo e il romanticismo in tempi di crisi? C’è un momento all’incirca a metà di Fear dove una voce dice quasi imperturbabile “il dolore è reale” e lo ripete fino a trasformarlo in un mantra per gli oppressi. La canzone si apre con le parole “You fear, the rage / Night, cries / Dark, lies”, un canto infantile macabro. I traumi finiscono al parco giochi, che è poi un modo per farci capire che certi stati d’animo sono talmente radicati nelle nostre vite da diventare esperienza condivisa.

È come se l’uomo del mistero stesse ridendo di noi. “Non si può fingere”, canta ed è come se dicesse che questa roba non la puoi inventare.

Il mito stesso dei Sault è radicato nel mistero. Il progetto nasce nel 2019 e i suoi membri sono, apparentemente, Cleo Sol, Michael Kiwanuka, Laurette Josiah, Inflo, Kid Sister, Little Simz. Non concedono interviste e usano i social solo per postare frammenti della loro discografia. L’idea è che la musica e il suo potenziale effetto di sensibilizzazione siano più importanti dei like.

Nel disco c’è una canzone, Bitter Streets, che ha il suono dolce della follia. Su una sorta di bossa nova alla Astrud Gilberto, la cantante (che si pensa sia Cleo Sol) dice d’essere incastrata in un rapporto sentimentale violento eppure adulatorio. Sente di non potere mettere fine a quel rapporto: il dolore li unisce, anche se inevitabilmente li separerà. C’è un altro livello di lettura. Nella canzone viene infatti rappresentato il fascino esercitato dalla vita di strada sul partner della protagonista. Vengono in mente le tante fidanzate, mogli e madri di neri che sono stati ammazzati, donne che hanno preso posizione sull’ineguaglianza e la violenza sistemica.

C’è poi Trap Life che racconta che cosa significa campare ai margini di questa cultura sapendo che in ogni momento potresti essere ammazzato dalla polizia o dai tuoi pari. Su un ritmo go-go si staglia una versione folle di un coro greco che invita a diffidare dai poliziotti. C’è poi un motivetto che sembra cantato dai ragazzi di Grano rosso sangue dopo avere inalato elio: “Voglio essere libero, liberare la mia famiglia e la mia mente, siamo imprigionati dentro, per favore, non impugnare quella calibro 9”.

Si potrebbe leggere il consiglio relativo alla pistola come un consiglio contro, diciamo, l’assenso a un modulo. Entrambi gli atti sono dannosi in qualsiasi contesto in cui i neri interagiscono con le forze di polizia. I Sault danno per scontato il peggio: sei nato in un mondo ingiusto e devi difenderti, per farlo è sufficiente un’arma da fuoco, ma non va usata.

Per 99 giorni i Sault sono riusciti a raccontare l’afflizione con parole d’incoraggiamento scritte però con inchiostro invisibile. “Alcol, stavolta hai vinto tu”, recita Alcohol. La cantante riesce a farla sembrare un’affermazione coraggiosa mentre le voci che la accompagnano con le loro improvvisazioni stranamente allegre la incitano raccontando i suoi errori (“Un passo avanti, due indietro”). E insomma, perché non vedere il proverbiale bicchiere mezzo pieno della vita? Nine sarà pure sparito, ma ha lasciato un bel segno.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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