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Non sottovalutate i Genesis di Phil Collins

Un’appassionata difesa dei dischi pubblicati senza Peter Gabriel. Dall'EP 'Spot the Pigeon' a 'Invisible Touch', la band ha suonato art rock, new wave, post punk, prog ad alta definizione. È stata (anche) grande musica

Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford nel 1977

Foto: Graham Wood/Evening Standard/Getty Images

Amici, sembrava ieri che andavamo beati ai superconcertoni: la pandemia ci dice che forse se ne può fare a meno. E se pensiamo a certe operazioni che celano la bieca ombra del capitale, uno stop di riflessione è doveroso. Nonostante la fase 2, sarà difficile e piuttosto ridicolo immaginarsi eventoni da stadio a distanziamento sociale. Ecco quindi che certi nomi storici in reunion se la prenderanno in saccoccia. Tra questi, i Genesis: qui su Rolling Stone si era già parlato del premiato terzetto Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford per una serie di concerti in autunno, dati per sicuri. Bene, più nulla è sicuro: così come non lo è anche ciò che davvero hanno dato i Genesis alla musica moderna.

Sarò più chiaro: senza fare troppi spiegoni (perché potete informarvi sempre su queste pagine), i nostri sono sempre stati osannati per il periodo ’70 con Peter Gabriel, che si faceva la moicana al contrario, trasformava il live in una performance teatrale e la musica era prog doc. Quindi ritmiche difficili, riferimenti barocchi, ma anche profetici e visionari, basti pensare a The Lamb Lies Down on Broadway, che in tempi non sospetti cita le figure dei writers, i tag e le sottoculture urbane.

In questo disco i nostri vanno dal nuovo al futuro, innestando il kraut e l’ambient, sperimentando l’elettronica grazie a un Brian Eno con forse già in testa No New York. Poi, una volta fuori Gabriel, virano a un raffinato art prog che ammicca ai Weather Report (non a caso il batterista Chester Thompson aiuterà dal vivo Collins oramai nel doppio ruolo di batterista/cantante). Ma poi se ne va anche Steve Hackett, il poliedrico chitarrista solista, super virtuoso. Tanta ipertrofia non trova posto nel gruppo, che cerca di mutare, come logicamente la musica impone per non morire.

Ed ecco, quando il guitar hero si rintana nella sua bolla fantasy, i tre sopravvissuti sono visti dai fan come dei venduti e i loro dischi come robaccia. Ma in realtà il grande pregio dei Genesis mark 3 è che sono trasversali. Comunicano anche a un pubblico pop e nello stesso tempo filtrano il mondo dell’art rock, della new wave, del post punk: che poi di base sono stati loro stessi a creare di riflesso.

Se uno come Johnny Rotten andava in giro con la maglietta anti Pink Floyd, nell’estate del 1977 su Capitol Radio, scegliendo le tracce dei suoi artisti preferiti, ammise di amare alcuni album dei Genesis. Ed è palese che il post punk è sintesi della complessità del prog (avete presente i Wire? Ecco). Per cui vediamo cosa hanno realmente combinato i Genesis in alcuni degli album ‘scandalosi’ che tanto fanno storcere il naso ai puristi.

Piccioni che cagano sul prog

Nell’EP Spot the Pigeon del 1977 i Genesis improvvisamente sterzano, nell’anno del punk, verso suoni pre-synth pop, scavallando. Ovviamente odiato da tutti, il pezzo Match of the Day, con la sua semplice descrizione di una passione per il football, è invece, nel testo, proto hyperpop iperrealista: anche nei suoni di tastiera, erroneamente considerati cheap solo perché il Mellotron non c’è, troviamo un pre Oh No! It’s Devo! (devoluzione del testo inclusa). Pigeons a suo modo sarebbe potuto entrare in un disco dei Banshees periodo Dreamhouse, con il suo giro di banjolele tutto uguale, intorno al quale cambiano freneticamente gli accordi di Banks. L’aspetto ipnotico è inusuale per la band, e la melodia oscilla tra una facile hit pop à la Supertramp e un’oscura ballata goth, cosa che la rende inquietante.

Il testo narra di una minaccia percepita come incombente sulla città. Quella di un’armata di piccioni che, tornando al punk, qualcuno volle leggere come metafora del fenomeno: la frase “chi scarica tonnellate di merda sul tetto del Ministero degli esteri?” poteva condurre facilmente alle attitudini antisistema dei fan dei Pistols. Ma la parolaccia in prima pagina, in sé punk, potrebbe anche indicare una frecciata all’atteggiamento britannico in tema immigrazione. Certo, potrebbe anche essere un semplice divertissement, e la band ha lasciato volutamente aperte le interpretazioni.

Nel lato B, il motivo della fuga di Hackett: ovvero Inside and Out, perché non entrò nel disco Wind & Wuthering del ’76. E diciamolo, col senno di poi: oltre ad essere nelle tematiche praticamente identico a Pensiero dei Pooh (un uomo ingiustamente accusato di stupro che finisce in galera e poi finalmente viene scarcerato), Inside and Out è semplicemente troppo. Nel suo indubbio valore, per un orecchio che nel 1977 vuole aria fresca è come una cristalleria in un recinto di elefanti.

L’EP raggiunge comunque la quattordicesima posizione nelle classifiche UK, come apripista a Seconds Out del 1977, il secondo album dal vivo, che è anche la fine di un ciclo. Hackett, infatti, va via prima della pubblicazione del live e addirittura si vedrà missato sotto agli altri strumenti, forse per preparare i fan al nuovo corso dei Genesis (con alla chitarra solista, oltre che al basso, Rutherford). Che sarà, come vedremo, particolarissimo.

Disimparare a suonare

Parlando di post punk, il 1978 è l’anno chiave: esce il primo dei PiL, il primo dei Banshees, il primo dei Devo, il primo di… fate un nome a caso e sarà nella lista. Insomma, il post punk è esploso e detta legge. Per dirla in breve, la furia del punk che voleva far fuori i dinosauri si trasforma in un “ok, però risparmiamo l’archaeopteryx, che praticamente è un uccello”.

Se il disco pre post punk per eccellenza mai registrato da progger fu Animals dei Pink Floyd (ma potremmo citare i Van Der Graaf Generator molto prima), sul pezzo già nel 1977, i Genesis l’anno successivo sfornano invece And Then There Were Three che è appunto il primo disco senza Hackett. Ed è da qui che vanno dritti al sodo, snelliscono i pezzi, sono a tutti gli effetti un power trio tanto in voga nel punk, mentre la musica è un laboratorio in cui sono mescolate tutte le influenze di cui sopra, con synth acidi (come nell’iniziale Down and Out che sembra quasi canzonare il pezzo di Hackett), effetti liquidi, passaggi armonici e melodici disturbanti quanto basta, ma sempre immediati, come fossero veloci fotogrammi subliminali.

C’è ancora molto prog, certo, ma è già incarnazione del pronk, dei Cardiacs ad esempio. Fra le loro influenze ci sono, ovviamente i Genesis e non è difficile sentire echi di And Then soprattutto nella fase più pop della loro Is This the Life. Nell’esordio a tre dei Genesis si avvertono anche le roboanti cavalcate rhythm and blues futuribili di Duty Now for the Future dei Devo, che uscirà nel ’79 e molto deve al prog più deviato, di cui i Genesis sembrano intuire la normale evoluzione.

La band di Collins viaggia quindi in una corsia parallela all’attualità, avvolta in un liquido amniotico kraut, con iniezioni di effettistica wave (chorus e flanger a pioggia tanto che sembra quasi una coperta pre hypno), a volte con canzoni pop che sono più un collage à la Beatles che di facile ascolto. A volte, come nella hit scritta in 10 minuti Follow You, Follow Me, entrano nel territorio dei Police, maestri nell’unire mainstream e underground senza che la gente si piazzi due dita in gola.

La cosa bella di questo LP è che come nel punk si reinventavano tecniche (la maggior parte non sapeva da che parte si prendeva la chitarra) così anche i Genesis devono ricominciare da capo a ‘disimparare’ i propri strumenti (e anche a sperimentare per sottrazione, come dimostra un uso ambient dei solo di chitarra).

In un certo senso anche i testi, spesso ispirati al vecchio West, veicolano un’idea di pionierismo. Da un lato la novità, dall’altro tutto il vagone di ricordi da lasciarsi alle spalle o piuttosto da incorporare nella vita che verrà: se non il migliore, il primo disco della nuova fase dei Genesis è sicuramente il più intenso a causa dei suoi difetti, che automaticamente diventano pregi. Quantomeno, è quello meno incasellabile, il che ce lo fa amare.

Art rock e nonsense

Vedo già molti di voi dire: ma nel 1980 non arrivava Duke? Beh, sì certo. Ma ha un difettuccio. Nonostante il concept molto interessante, cioè questo Albert che dopo una delusione amorosa si infatua di un televisore e se lo scopa fino a doversi togliere i pezzi di vetro dalle parti intime, che già di per sé evoca scenari à la Videodrome, Duke è un ritorno alla complessità fine a se stessa. Da questo punto di vista i fan più fissati ne decreteranno il successo: un disco prog fusion moderno, freddo quanto basta per inserirsi nella grande tradizione degli anni ’80, un suono che riesce a non essere troppo secchione, ma anzi si rifà a certe produzioni pop-rock calibrate alla perfezione per tutti i palati.

Ma oltre a ciò di nuovo e fresco c’è ben poco: in un certo senso si sente la pesantezza del momento personale vissuto da Collins, il quale dopo il trionfale tour di And Then There Were Three, si trovò nel fallimento specularmente trionfale del suo matrimonio. E forse grazie a questo fattore capisci come mai tanta stasi.

Insomma, se ascoltando Duke ti vengono i capelli bianchi anzitempo, con Abacab questo non accade: perché i Genesis non sono più una band prog anche se vogliono tenersi buoni i fan. No, i tre musicisti oramai sono qualcos’altro: e quindi ecco finalmente il loro lato art rock. Se nel precedente Duke c’era qualche timido accenno di innovazione, tipo la drum machine Roland CR 78 usata comunque poco (a differenza del singolone di Collins In the Air Tonight nel quale è centrale), qui invece i Genesis vogliono cambiare. Buttano nella spazzatura un’ora di materiale perché troppo nella comfort zone, compongono con l’elettronica. La batteria per la prima volta presenta l’innovazione (copiata da molti act post punk tra i quali i PiL) del riverbero col gate (ossia con una chiusura improvvisa dell’effetto atto a creare una specie di suono innaturale), inventata per caso, tra gli altri, da Collins e il tecnico del suono Steve Lillywhite (guarda un po’ uno dei produttori più blasonati della new wave) durante la registrazione di Peter Gabriel 3.

Asciugato, il gruppo suona come una band di pischelli, con odori synth punk, sequenze in loop. Le pelli per prima volta sono in primo piano così da rovesciare la scrittura che per il 90% è collettiva. Certo, il successo solista del Collins di Face Value ci dà la loffia No Reply at All, ma è un prezzo da pagare per lanciare il disco. Per il resto si viaggia non solo sul terreno della sintesi di intenti prog, ma della sintesi in generale: ci ricorda i Fischer-Z, gli Split Enz, gli Oingo Boingo in una versione ancor più ‘spremuta’.

Rimangono le suite, come quella di Like It or Not, frutto di skip attention, scritta quasi con un telecomando. La mini suite Dodo / Lurker col suo tempo dispari, la baraonda percussiva, un synth a caso e quell’indovinello in Lurker “Sto in agguato nel fango, ho due occhi che guardano, sono vestito di ottone e porto i capelli marroni. Raramente ho bisogno di respirare, non ho bisogno di ali per volare, ho un cuore di pietra e ho paura dell’acqua e del fuoco. Chi sono?” non è da meno nella sua assurdità. Perché i testi dei Genesis da qui non significano proprio niente, già dal titolo del disco (indica solo le sezioni della title track). Sono un flusso di in/coscienza continuo.

Reggae sintetico, techno pop accartocciato, effettazzi, spoken word, suoni che sfiorano il weird. Evidenze nella nonsense Who Dunnit? che viene blastata dai fan come una ciofeca: invece ovviamente è un must di demenza che starebbe bene nel repertorio di Geza X. Synth storti detunati e gommosi (oggi molto in voga) con tanto di sbuffate di rumore e reiterazioni spastiche fanno di questo brano il manifesto dei nuovi Genesis tra lallazioni ed eiaculazioni mentali: forse il brano più no wave del loro repertorio, che stava per diventare un singolo, ma ahimè purtroppo i parrucconi…

C’è anche spazio per momenti Casio che manco Gizmo nel film Gremlins come Man on the Corner, e alla fine si prendono anche la briga di perculare i loro fan con questo pezzo su un vecchio rocker nostalgico del suo passato. Another Record è provocazione nichilista con un’armonica fastidiosa.

Insomma, un coraggioso disco tra romanticismo e delirio: il fatto che sia riuscito o meno non importa. Il gruppo ci dà dentro, dice quello che deve dire e via. E infatti è da subito un successo. È finita l’era degli intellettualismi, dei concept epici, ma non significa che sia un male: semplicemente è altro. Da una parte, era pure ora.

Ed è il momento di Genesis. È il primo omonimo, perché dopo tanto tempo è opera collettiva. E ci si butta sulla svolta digitale dei campionatori (vedi Emulator), delle drum machine di grido (vedi la gloriosa Linn) e su arrangiamenti che gravitano in una curiosa zona a tre quarti tra prog, industrial ed elettro pop. Con citazioni e previsioni di tendenze, vedi Grandmaster Flash evocato nella risata della psicotica Mama, il singolo apripista che con la sua atmosfera scura e robotica segna il nuovo cambio di rotta: un suono spesso e spigoloso che risulta ‘arancione’ proprio come la copertina dell’album fatta di formine.

E la pasta per giocare sono gli Alphaville e i Japan contenuti tra Home by the Sea e la conseguente Second Home by the Sea, le tastiere pre Smalltown Boy dei Bronsky Beat contenute in Taking It All Too Hard, la strana Illegal Alien che narra tra il grottesco e il drammatico del fenomeno dell’immigrazione messicana negli Stati Uniti, tutta scatti e voce storpiata. In That’s All sembrano quasi gli inutili ELP periodo ragtime presi e infilati dentro un muro di effetti postindustriali e resi finalmente decenti, It’s Gonna Get Better con il suo micidiale campionamento di violoncello e armonie da capogiro è come una Watcher of the Skies ridotta all’osso, la stupenda Silver Rainbow è un gioiello vapor prima che la parola avesse senso, mischiato a una psichedelia di plastica.

Molti all’epoca lodarono il disco come la definitiva svolta pop dei Genesis: in realtà non è esatto, il pop puro in questo disco non c’è. È semplicemente prog applicato ad altri generi, fino ad annullarli a favore dell’insieme. Se una volta il prog era il tentativo di essere antagonista alle tendenze, adesso usa la tecnica del “se non puoi batterli unisciti a loro” ottenendo, sul campo, la loro sconfitta (e comunque i campionatori non sono forse la versione aggiornata del Mellotron?). Genesis vincerà proprio per questo: non puoi ascoltarlo e dire che sia leggero, il cervello dopo un po’ nota uno sfasamento. Che terrà a bada i fan della prima ora: ma li aspetta al varco un altro inquietante giro di boa.

Prog ad alta definizione

All’arrivo del singolo Invisible Touch nelle radio nel 1986 i fan rabbrividiscono a sentire suoni innaturali, algidi, campionati, virtuali. I Genesis sono accusati di essere schiavi di MTV, della generazione elettro pop. In realtà tirano fuori un capolavoro HD prog, che potremmo riconoscere oggi nelle spruzzate di Fire-Toolz, nel momento esatto in cui il neo prog premia i Marillion, che ascoltati oggi sembrano mio nonno in cariola (e sono in pratica una copia dei Genesis).

Se Genesis tra i dischi del periodo post Hackett è quello più coerente e massiccio, Invisible Touch è futuro. Tonight Tonight Tonight ad esempio è un brano sulla droga, tempestato di digitali bordate psichedeliche. Land of Confusion è il pezzo politico, ispirato al Mondo nuovo di Huxley. Canzone contro il nucleare e contro la follia del presente, è vero prog pressato in una pillola chimica di gelidi synth arabeggianti.

Anything She Does è un altro pozzo di alienazione elettronica, un brano sull’amore per le pin-up di Playboy (una visione lucida delle illusioni virtuali a venire), e se non fosse chiaro che il disco si basa su una coscienza ‘avanti’ arriva Domino, forse una delle più riuscite suite di prog ad alta definizione, che addirittura azzittì i detrattori. Ispirata dalla guerra in Libano all’epoca in corso, si lega alla teoria fisica dell’effetto farfalla: il brano è un assalto tra tastiere a cristalli liquidi, distorsioni temporali, flauti cinesi campionati che manco Fatima Al Qadiri, fumi illbient, batterie disumane e testi che parlano di un urto nucleare senza precedenti che tutto dissolve e tutto deforma, bambini compresi. Insomma una violenza che forse non si sentiva nei Genesis dai testi allucinanti di Get ‘Em Out by Friday.

A parte il momento ballad di Throwing It All Away che pur leggero sembra fin troppo legato ai Genesis che furono, c’è The Brazilian, un pezzo strumentale pieno di assurdismi elettronici che a tutt’oggi resiste al tempo e sembra prevedere le sfuriate PC Music o Pan che sicuramente si saranno immersi in questa roba, un capolavoro che ancora fuma nel naso di molti.

Invisible Touch è un disco comprensibile solo ora, nel 2020 in piena era Covid: all’epoca i disorientati dalle nuove tecnologie buttavano tutto nel calderone della moda, ma i Genesis pensavano a superarla uscendo a testa alta dagli anni ’80. Se era musica superficiale, lo era in maniera rizomatica. Ovviamente sarà un successone, trainato probabilmente dalla paracula In Too Deep che in quanto perfetto ballatone pop sembra presa da un disco di Collins. Si aggiungono le classiche tre outtake, poi diventate B side: Do the Neurotic, Feeding the Fire e I’d Rather Be You, scartate probabilmente perché molto vicine alla muzak per ascensori (il che potrebbe anche essere un pregio).

Da questo momento in poi accade qualcosa di strano, inspiegabile, folle: i fan hardcore dei Genesis plaudono ai loro ultimi inqualificabili parti, We Can’t Dance del ’91 e addirittura Calling All Stations del ’97, quello senza Collins e con il cantante dagli Stiltskin (sì, quelli di Inside, la pubblicità della Levis), quindi un azzardo. Come a questi signori possa piacere un disco palloso come We Can’t Dance è un mistero. Sono i Genesis super AOR, con Collins oramai solista pop di successo, attore, gigione a 360 gradi che fa di tutto un hobby (e vorrei pure vedere). Però ecco, via le fascinazioni sintetiche, riprendono a suonare strumenti elettrici, fanno marcia indietro senza guardare se ci sono pedoni, ed ecco qua torna il rispetto del fan club. Bastava poco no? Ed è incredibile visto che alla fine siamo alla fuffa creativa.

Calling All Stations, paradossalmente, è più interessante essendo un bizzarro ibrido prog-grunge, visti i trascorsi del nuovo cantante Ray Wilson. Una roba che verrà studiata fra duemila anni quando qualcuno lo trasformerà in genere a sé, ma fino ad oggi non ha epigoni ed è chiaro il perché: non tanto per il gap generazionale tra i componenti della band (che comunque può pesare, pensate ai Nirvana con Paul McCartney alla voce al posto di Cobain) quanto per il particolare che in effetti il cantante è un gregario, il suo ex gruppo era davvero scarso e che la sua voce poteva forse sostituire uno come Bono negli U2, ma non Collins o Gabriel. Giocoforza la band imploderà.

D’altronde quando i Genesis suonavano l’Hammond i matusa urlavano ai capelloni, quando i capelloni vedono suonare l’elettronica e il silicio gridano alla generazione catodica. Corsi e ricorsi, ma forse prima di capire dal vivo cosa realmente sono pronti a dare i Genesis al 2020 ci vorrà il tempo di arrivare da loro… alla rivelazione, parafrasando il titolo del loro primo disco del 1969. Certo, rimane lo studio di registrazione, ma ci sono possibilità? A questo punto citiamo lo stesso Collins interrogato a proposito: “mai dire mai”. E allora forza vecchi draghi, dateci dentro, approfittate del lockdown.

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