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No, non è vero che Stefano D’Orazio era scarso

Il batterista dei Pooh suonava in maniera semplice ma funzionale. Roba che non la impari in nessuna scuola, o la possiedi in maniera istintiva o te la sogni

Photo by Sergione Infuso /Corbis via Getty Images

MILAN, ITALY - NOVEMBER 11: Stefano D'Orazio of Italian pop band Pooh performs on stage on November 11, 2016 in Milan, Italy. (Photo by Sergione Infuso /Corbis via Getty Images)

Quando parlo ai miei amici musicisti “veri” (quelli che hanno studiato, che passano ore a esercitarsi sullo strumento, che non perdono un colpo e spesso ascoltano solo se stessi e non chi suona con loro) di Stefano D’Orazio vengo preso in giro. Del resto nell’ambiente dei musicisti “veri”, circola da tempo la diceria che D’Orazio fosse un cane. L’appellativo cinofilo deriva dal fatto che secondo molti le doti musicali del batterista dei Pooh non fossero proprio eccelse. “D’Orazio non va a tempo”, “Se a D’Orazio gli fai suonare un 5/4 va fuori di testa”, “suoni proprio come D’Orazio” è una delle peggiori invettive che puoi riservare a un batterista.

E invece no, amici miei, io sono qui a contraddirvi. E non perché il povero Stefano sia venuto, tanto improvvisamente quanto dolorosamente, a mancare, ma perché il tanto vituperato batterista è stato in grado di fare qualcosa che è concesso solo a chi ha un vero talento: concepire uno stile tutto suo.

Prendiamo Ringo Starr e Nick Mason. Due molto lontani dalla tecnica del batterista “standard”, diciamocelo chiaro, non stiamo parlando di iper-virtuosi come Terry Bozzio (Frank Zappa), Mike Portnoy (Dream Theater) o Jeff Porcaro (Toto). Eppure, ben lo sappiamo, il batterista dei Beatles e quello dei Pink Floyd hanno fatto scuola per avere creato da zero un modo di suonare semplice, essenziale, senza fronzoli, al servizio della musica. Ringo e Nick non si facevano le pippe sui tom ma seguivano ciò che i loro compagni suonavano e lo coloravano. Dove “coloravano” è inteso come capacità di creare sfumature, dare profondità al suono con i tocchi giusti al momento giusto, senza mai esagerare. È la fortuna del dilettante di talento, ovvero colui che di teoria musicale sa poco e nulla ma supplisce con l’inventiva, con la passione e la sensibilità. Sensibilità che spesso chi non ha studiato tende ad acuire, specie se suona con musicisti più bravi di lui. Il dilettante di talento ascolta, impreziosisce, è tanto discreto quanto indispensabile. Il tempo dritto alla Ringo (ad es. su Sgt. Pepper, il brano) e le rullate alla Mason (vedi Time) sono qualcosa che anche il più scafato dei musicisti non potrà mai ripetere allo stesso modo. Ascoltate il citato Portnoy quando si misura con cover dei Beatles o dei Pink Floyd, si sente che è troppo bravo per suonare delle parti così essenziali, ha troppa tecnica. Sarebbe in grado di misurarsi con l’impossibile ma quando si tratta di tenere un 4/4 liscio come Ringo o fare una rullata larga come Mason comunica una sensazione di freddezza, si capisce che quella semplicità non gli appartiene.

Per D’Orazio vale lo stesso discorso, non aveva la tecnica, aveva una grandissima sensibilità musicale che gli permetteva di infiorettare le composizioni dei suoi 3 più dotati compari con lanci e rullate tutte sue. Ricordo un vecchio filmato dei primissimi anni ’80, Stefano suonava con una marea di tom, molti dei quali ricurvi, sembrava stesse pilotando un’astronave. “Che se ne fa di tutta quella roba – dicevano i musicisti “veri”- manco sa andare a tempo”. Col cavolo! Ascoltatelo quanto è maestoso su Parsifal, quanto è capace con il 7/4 di Ultima notte di caccia, quanto è incalzante su Inca, quanto sa essere arioso e ficcante in numeri più pop come Chi fermerà la musica. Questa capacità di essere semplice ma funzionale non la impari in nessuna scuola, o la possiedi in maniera istintiva o te la sogni.


È Stefano la possedeva eccome: le rullate alla D’Orazio nel medley dal live Palasport (1982) di Tanta voglia di lei/Pensiero/Noi due nel mondo e nell’anima e altri successi, sono roba da spalancare l’anima, sono parti luminose, aperte, che fanno respirare la musica e gli donano potenza. Non dimentichiamo inoltre il suo apporto al flauto traverso (in Parsifal lo si può sentire bene), ai cori, alla voce solista, ai testi… Altro che, Stefano D’Orazio era un artista completo, e ora mancherà tantissimo perché musicisti così non ne nascono più. Ora se non suoni tutto bello precisino, a tempissimo, col groove e con le rullatine giuste al momento giusto non sei degno di stare nel circo musicale. Ma il cuore, signori miei, ricordiamoci il cuore, quello di cui gente come Stefano D’Orazio erano dotati. Cuore e passione, tutto il resto è noia.

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