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No, caro Salmo, i tuoi dischi non sono i migliori del mondo

"So che può dare fastidio e chiedo scusa per la sboronata ma questi sono i due migliori album usciti tra 2018/2019" ha scritto nelle stories il rapper parlando di 'Machete4' e 'Playlist'. Spiacenti, ma non è così

Foto via Red Bull

L’Instagram-rap ci ha abituato alle boutade: dai soldi esibiti nelle storie (“mi immagino quando li lanci e poi li devi raccogliere” cit), alle marche ostentate nei post, fino all’infinita sequela di certificazioni d’oro e di platino, che altro non è che l’ennesima appendice del fenomeno del “bragging”, dell’ostentazione appunto. Nessuno potrà mai controllare se quei soldi sono davvero tuoi, se quella macchina è comprata/noleggiata/prestata, se quel disco d’oro è frutto di solo marketing, di un’ottima combinazione di marketing e volere popolare o frutto della natura della “buona musica”.

E come diceva Marracash, solo i risultati sportivi sono oggettivi, non c’è un criterio scientifico per stabilire “il miglior album”.

Tutta questa premessa, per arrivare al punto della questione, al post di Instagram – accompagnato da successiva storia dello stesso social – che ha scatenato una piccola sommossa da parte del rap sistem italiano.

“A 5 settimane dall’uscita MACHETE4 è ancora il disco più venduto in Italia. Playlist dopo 9 mesi è ancora nella top 5. Facile raggiungere la prima posizione, difficile restarci. Funziona così! So che può dare fastidio e chiedo scusa per la sboronata ma questi sono i due migliori album usciti tra 2018/2019” ha tuonato ieri sera Salmo, giocando a quel gioco per cui Kanye West è prima Yeezus e poi Yandhi, per cui tutti i rapper sono figli di Gué Pequeno e ancora per il quale quando Marracash ha detto di essere il King del rap, nessuno gli ha detto “beh”.

La “sboronata”, per usare un termine mutuato dal post di Salmo, fa quindi parte dello stupido gioco del rap, ma nell’ultimo periodo il leader di Machete si è lanciato in diversi statement che hanno fatto storcere il naso a quelli che potremmo definire i colleghi.

Ovviamente c’è una parte di provocazione nell’uscita del rapper sardo, ma fingendo di abboccare al tentativo di smuovere le acque, quindi scevri da ogni tipo di ironia e di sopportazione alle boutade, possiamo davvero dire che il disco di Salmo e quello curato dallo stesso Salmo siano i migliori del biennio? Sicuramente no. I motivi sono molteplici, e molto semplici.

IL SINGOLO DI PUNTA NON E’ UN SINGOLO RAP
“Il Cielo Nella Stanza” è il brano tratto da “Playlist” che anche chi non è fan – o chi non si è avvicinato volontariamente all’ascolto dell’ultima fatica di Salmo – ha sicuramente sentito. Tra qualche passaggio in radio e inserimenti in playlist anche più “pop” (più a livello di gusti che a livello di numeri) il brano d’amore del disco di Salmo è a tutti gli effetti IL singolo. Ed è un singolo inteso all’italica maniera: è un brano aperto, d’amore, un brano che suona a tutti gli effetti come un compromesso. Il compromesso pop è un qualcosa di cui molti rapper si sono lamentati e con il quale molti altri si sono dannati: fino a qualche anno fa, per sperare che il proprio lavoro uscisse dal circuito, si trovava praticamente sempre quel brano che avrebbe fatto breccia nel cuore delle mamme italiane. Il riassunto di tutto ciò è il brano “Cantante Italiana” estratto da Santeria. Ma nel 2019, quando uno dei quattro giudici del programma più in vista del rap italiano è un rapper, quando lo stesso Salmo è l’artista che ha venduto più biglietti nella prima metà dell’anno, nell’anno banalmente in cui il rap è il nuovo pop, serve ancora il compromesso radiofonico? Probabilmente sì, visti i successi, ma ad oggi si può agire anche senza scendere a patti con il sistema musicale italiano. Per fare il culo a Jovanotti & co, dunque, non serve più la cantante italiana, basta Spotify.

SALMO HA AVUTO BISOGNO DI SFERA
Le tracklist dei dischi, nell’epoca delle playlist di Spotify, sono un gioco che assomiglia molto al Risiko. Tra strategie, carte obiettivo e finalità da raggiungere, è giusto coinvolgere i giusti artisti, dei giusti generi, per far sì che il proprio disco giri a dovere. In “Rockstar” di Sfera Ebbasta, questo studio era a livello di immagine: il brano con Quavo era quasi “scontato” che in Italia non performasse quanto altri, quanto featuring con fuoriclasse italiani, ma serviva per lanciare il rapper di Ciny in un’orbita internazionale, che lo ha portato a far sperare i propri fan di vedere Drake sulla stessa traccia del proprio beniamino. L’altro featuring era Drefgold, in un tentativo di portare in alto BHMG. Salmo, invece, nella sua strategia ha infilato anche l’artista più in voga del genere in Italia: proprio Sfera. Grazie alla sua comparsata di venti secondi in “Cabriolet”, Sfera ha permesso a Salmo di piazzarsi nelle playlist più a tema, gasando e provocando il pubblico più fedele al genere. Beh, missione riuscita.

SALMO NON HA UN PUBBLICO (SOLO) RAP
“Se vieni dal rock non leggo la recensione”, diceva Luché – uno dei più infastiditi dall’uscita in analisi di Salmo. E – per i puristi del rap – si dice che questa cosa può valere anche per la carriera artistica di un rapper o presunto tale. Parte del successo italiano di Salmo lo si deve – semplificando al massimo – alle chitarre. Il suo passato “rock” gli ha permesso un approccio live unico nel suo genere (che, a onor del vero, in molti hanno provato a imitare senza neanche minimamente avvicinarsi). Del resto, “volevo fare il batterista, suonare in un gruppo rock” è una dichiarazione d’intenti abbastanza chiara. Lo stesso Luché criticava a Eminem “il suono plasticoso delle chitarre rock” nelle sue produzioni… La ricerca tecnica e stilistica di Salmo si è – a onor del vero – un po fermata negli ultimi anni, proprio lo stesso “Playlist” è appunto una playlist, senza un fil rouge ben visibile, una precisa direzione artistica. Suona un po’ come una raccolta di ciò che funziona, per sfruttare al meglio il meccanismo dello streaming, e ha funzionato.

Ora, sarebbe stupido – e soggettivo – fare una classifica dei migliori dischi rap del 2018/2019, eppure sono sicuro – che almeno personalmente – Salmo non rientrerebbe tra questi: né PlaylistMM4 sono degli album, intesi come tali, in nessuno dei due dischi c’è un brano che sarà paradigma per la ricerca stilistica futura. Se si pensa anche solo ai citati nell’articolo, già Potere di Luché è un disco che a livello di concept e ricerca stilistica ha un suo perché. Anche il rapper napoletano ha dei tentativi pop, ma che restano comunque nel playground della musica black, vero punto di partenza. O lo stesso Rockstar di Sfera, è stato l’apripista per l’internazionalità del rap italiano e – senza essere per forza un merito – ha semplificato il suo linguaggio e i suoi suoni senza essere mai banale, ma costruendo un immaginario pop credibile per la musica urban. Se parliamo di rap inteso come tale, poi, anche solo un EP come Gelida Estate di Guè Pequeno contiene più tecnica rap di Playlist.

Ma si potrebbero citare altri diversi dischi – lo storytelling di Scialla Semper di Massimo Pericolo, la realness di Enemy di Noyz Narcos – che nella classifica del rap possono competere senza nulla da temere con le ultime due uscite di Salmo. Sono probabilmente i dischi più venduti del biennio – ma per dirne uno, lo stesso Sfera gli fa un’ottima concorrenza – ma da qui a essere i migliori, ce ne passa.

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