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Neil Peart, ritratto di un uomo ferito

Il batterista e autore dei testi dei Rush ha passato gran parte della vita in preda a dolore e rimorso. Ma ha saputo trasformarli in musica e parole

Neil Peart con i Rush al Public Auditorium di Cleveland, Ohio il 17 dicembre 1977

Foto: Fin Costello / Redferns

Neil Peart era un uomo ferito. Uno che ha passato gran parte della sua vita in preda al dolore e al rimorso. Dolore che ha cercato di esorcizzare suonando, viaggiando e scrivendo. Ghost Rider: Travels on the Healing Road (2002, tradotto in italiano da Tsunami Edizioni nel 2014 con il titolo Il viaggiatore fantasma) testimonia il suo viaggio in motocicletta durato 14 mesi. Ottantamila chilometri tra il Canada, l’Alaska, gli Stati Uniti, il Messico e Belize. L’impresa era nata a seguito delle morti della figlia Selena a causa di un incidente automobilistico nell’agosto 1997 e della moglie Jacqueline nel giugno 1998, per un tumore.

Nonostante tutte le sue imprese, l’attività musicale, una nuova compagna e una nuova figlia, i fantasmi non hanno mai abbandonato Neil. Si evince soprattutto dal diradarsi del suo impegno con i Rush, la più famosa rock band canadese, capace di far evolvere  il proprio suono dall’hard rock zeppeliniano degli esordi al progressive rock della maturità, per poi continuare a sperimentare con moltissimi altri stili, sempre tesi a esplorare nuove sfumature nel connubio tra hard e prog. Questo fino al 2012, anno in cui Peart decide di ritirarsi dal mondo della musica, decretando di fatto la fine del trio, andato avanti con formazione invariata (con Geddy Lee a basso e voce e Alex Lifeson alle chitarre) dal 1974. Chi segue i Rush non potrà non avere notato, nelle foto, nei video e poi leggendolo nei suoi libri, quanto Neil fosse sempre più lontano dalla musica, dalle frenesia dei tour, da dischi e classifiche. Lo si percepiva dalla sua espressione, concentrata ma sempre più malinconica.

Neil Peart era entrato nei Rush nel 1974 a sostituzione del batterista originario, John Rutsey. Con la band canadese aveva inciso Fly by Night, secondo album, già indirizzato verso lo smarcarsi dall’hard rock dell’esordio per esplorare nuovi stili compositivi. Da lì in avanti arriveranno album di successo e stadi pieni. Peart fa la vita che sognava fin da ragazzo, quando aveva deciso di applicarsi al suo strumento a seguito della folgorazione che sperimentò ascoltando quello che diventerà il suo idolo: il jazzista Buddy Rich.

Peart era un batterista d’eccezione, uno dei massimi virtuosi dello strumento, presente nelle classifiche dei migliori, ammirato e copiato da stuoli di appassionati. Ma nel suo stile c’era qualcosa che lo rendeva diverso dal classico virtuoso. Univa all’indiscussa bravura un cuore e una passione senza pari. È facile che chi sia molto bravo si ritrovi a dimostrare a se stesso e agli altri le proprie formidabili capacità. Lui non lo faceva, suonava da paura senza mai dimenticare di comunicare col pubblico. Bastava un colpo di rullante per accorgersi di quanto il suo modo di suonare fosse intenso ed emozionante, mai freddo.

Non era solo un grande batterista. Sin dall’ingresso nei Rush era stato infatti soprannominato The Professor per il suo muoversi agilmente tra le parole, arrivando a scrivere tutti i testi per la band. Testi a volte studiati nelle scuole canadesi per la ricercatezza e ricchezza di particolari e immagini. Peart era un uomo colto che citava abilmente Shakespeare, Machiavelli, Nietzsche, Coleridge, Tolkien. Le opere massime dei Rush, 2112, Hemispheres, Xanadu, non avrebbero lo stesso fascino se non ci fossero state quelle parole che spaziano dalla filosofia alla fantascienza non dimenticando mai di mettere l’uomo, con tutti i suoi dubbi esistenziali e le sue paure, al centro della narrazione. Questo fino all’abbandono. Poi la malattia (tenuta celata fino all’ultimo) e la morte il 7 gennaio 2020 a causa di un tumore al cervello, a soli 67 anni. Come scriveva nel 1990 in Dreamline, “siamo immortali solo per un breve lasso di tempo”.

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