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Morrissey sarà anche un narcisista arrogante, ma sa come si scrive una canzone

‘I Am Not a Dog on a Chain’ alimenta la sua immagine di ribelle senza causa, ma è uno dei suoi dischi migliori degli ultimi anni. Ha ragione Nick Cave: “Qualunque idiozia postuli, ha creato opere d’ineguagliabile bellezza”

Lo dice anche Morrissey: andrà tutto bene

«Una faccia di bronzo è una gran cosa da mostrare al mondo, ma di tanto in tanto, quando sei solo e non hai pubblico intorno, devi, penso, toglierti la maschera, nient’altro che per respirare. Altrimenti, credo proprio che soffocheresti», scriveva Oscar Wilde.

Grande faccia di bronzo quella di Steven Patrick Morrissey, ex voce degli Smiths e da tempo attore di una carriera solista dalle fortune alterne, ma forte del mito che Moz ha tenuto vivo negli anni, anche grazie a dichiarazioni o prese di posizione a dir poco controverse e discutibili. Morrissey ci ha messo ben poco a derubricare il suo amore per la città di Roma e per l’Italia, dopo essersi infuriato con una pattuglia che “inspiegabilmente” aveva bloccato l’auto su cui era a bordo, rea di andare contromano a velocità sostenuta a Via del Corso. Dopo aver condiviso con la stampa una versione piuttosto fantasiosa dell’accaduto, è giunto alla conclusione che «se questo succede a me in una trafficata strada di Roma, allora l’Italia è al livello della Siria in termini di stabilità morale. Con psicopatici armati liberi per le strade di Roma, i migranti si butteranno presto verso i confini italiani per tornare in Libia. L’Italia era classificata come il 126esimo paese più pericoloso del mondo, ma ora è al numero 1».

Questa ovviamente non è l’unica sparata che il sessantenne cantante di Manchester ha regalato in quest’ultimo decennio, in cui contiamo endorsement a partiti xenofobi di estrema destra, comparazioni fra il mangiare animali e l’abuso su minori, la definizione dei cinesi come sottospecie, dichiarazioni discutibili sulle molestie sessuali e non ultima la sua personale battaglia con il Guardian, condita di maglietta “Fuck the Guardian”, disponibile al banchetto ufficiale del merchandising. Non a caso possiamo citare almeno due celebri negozi in cui questo disco non sarà distribuito: Spiller Records (Cardiff, Galles) e Monorail Records (Glasgow, Scozia).

Alla luce di questo quadro, non sorprenderà certo i lettori che il vecchio Mozza, in piena emergenza sanitaria da Covid-19 (per tutti il coronavirus), abbia deciso comunque di suonare a Wembley lo scorso 14 marzo, e chissà che presto non tiri fuori anche la sua personalissima teoria sulla pandemia che sta scuotendo il mondo in questi ultimi mesi. Per il momento si è limitato a chiamarlo Miley Cyrus durante il suo concerto a Colonia: «Per quel che ci è dato sapere, Londra è ancora (…) Miley free».

Anche il titolo scelto per l’album in uscita oggi, I Am Not a Dog on a Chain, è un nuovo tassello dell’ostinazione oppositiva che ha portato Morrissey da essere un giovane uomo caustico e mordace a un vecchio narcisista arrogante e permaloso. “Non c’è motivo per essere gentili”, “Uso il cervello”, “Cerca di ascoltare che non ti tengono nascosto, lì troverai la verità”, dichiara nel brano che dà il titolo al disco, continuando a rivendicarsi libero e perseguitato. In un certo senso è in perfetta armonia con il nostro tempo, in cui chiunque in qualsiasi momento si sente autorizzato a dare opinioni controverse nel nome di una libertà superiore, quella di esprimere “la vera verità”, quella che nessuno ha il coraggio di dire. Insomma, invece di cercare una pacificazione con l’età matura come la maggior parte dei suoi dinosauri-colleghi, l’ex leader degli Smiths continua ad alimentare la sua immagine di ribelle senza una causa, fedele vassallo della sua stessa misantropia.

Il suo tredicesimo album da solista, il terzo in quattro anni, però, per fortuna, va un po’ oltre queste considerazioni. Il produttore Joe Chiccarelli (The Killers, Beck), cerca e riesce a portare un po’ di novità nel sound tipico di Moz, lavoro che nel complesso rende il disco abbastanza variegato e piacevole. Sono proprio le scelte musicali che salvano il teatro di Morrissey, che deve limitarsi semplicemente a interpretare sé stesso, come al solito. Peccato che l’occasione sia parzialmente sprecata con testi che cominciano a suonare cinici e pedanti, più che violentemente onesti e liberatori. Come lo spiazzante brano di apertura Jim Jim Falls, che conquista per l’arrembante ingresso, ma viene indebolito da un testo non all’altezza di un artista maturo: “Se devi cantare, allora canta / non limitarti a dirlo a parole / Se devi vivere, allora vivi / non parlare a vanvera / Se devi ammazzarti / allora, perdio, fallo”.

Bobby, Don’t You Think They Know?, il singolo scelto per annunciare l’album in cui c’è la collaborazione di Thelma Houston (quella che cantava la mega-hit Don’t Leave Me This Way negli anni ’70), è sicuramente il pezzo più anomalo dell’intero album e probabilmente il più riuscito fra i brani che provano un po’ a rimescolare le carte. In effetti l’intero album si divide fra brani che osano di più, come Once I Saw the River’ Clean che ricorda i Bronski Beat, o brani più tipicamente jangle, come What Kind of People Live in These Houses? e Knockabout World. Nel complesso forse stiamo parlando di uno dei lavori più interessanti di Morrissey degli ultimi anni, un album di buona qualità e godibile; certamente nient’affatto detestabile come le sue dichiarazioni.

Allora in attesa che il vecchio Morrissey rinsavisca, ci affidiamo alle parole di Nick Cave: “Le idee politiche di Morrissey sono irrilevanti. Qualunque idiozia postuli, non possiamo dimenticare che è l’autore di un catalogo di canzoni ricco e straordinario che ha migliorato la vita di tanti fan. Non è poco. Ha creato opere originali d’ineguagliabile bellezza che sopravvivranno alle sue offensive simpatie politiche”.

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