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Miracolo: i Queen sono diventati un gruppo per millennial

È inutile paragonare la band del nuovo ‘Live Around the World’ a quella di ‘Live Killers’. «Freddie è morto, se non lo accettate state a casa», dicono loro. E così, i nuovi fan hanno sostituito quelli vecchi

Queen + Adam Lambert al Forum di Inglewood, California nel 2014

Foto: Kevin Winter/Getty Images

Di miracoli i Queen se ne sono sempre intesi. Poche band negli anni ’70 sono state in grado di raggiungere una popolarità simile alla loro senza avere l’appoggio della stampa di settore, anche solo per un periodo della loro carriera. Così come non dev’essere stato semplice passare, in pochi mesi, da gruppo inserito nella blacklist delle Nazioni Unite per aver suonato a Sun City a mattatore assoluto del più grande evento benefico della storia del rock. Soprattutto, però, i Queen sono stati capaci di sopravvivere trent’anni senza Freddie Mercury, un’impresa su cui nemmeno il più incallito degli scommettitori avrebbe puntato un centesimo.

Live Around the World non è il primo album dal vivo dei Queen con un frontman diverso da Mercury. Già nel 2005, sull’onda dell’entusiasmo dovuto al ritorno in pompa magna in compagnia del vecchio amico Paul Rodgers, Brian May e Roger Taylor avevano sfidato il tabù dei tabù. «I Queen senza Freddie non hanno ragione d’esistere», tuonavano i reporter indignati. «Sì, è vero, ma nessuno vuole sostituirlo. Vogliamo solo far godere di un nostro concerto chi non ha avuto la possibilità di farlo», rispondeva la band. «E poi Paul era un idolo di Freddie». La scelta di un cantante dalle marcate radici blues era apparsa come la conferma che i due vecchi amici volessero fare tutto fuorché scimmiottare i vecchi tempi.

Proprio per questo, quando pochi anni dopo la fine del sodalizio con l’ex Free i due hanno cominciato a esibirsi con Adam Lambert, gran parte del fandom storico ha accettato la scelta senza entusiasmo. Un azzardo che a quasi dieci anni dall’inizio della collaborazione non si può dire che non abbia dato i suoi frutti. Le differenze tra oggi e allora sono sostanziali. Rodgers apparteneva alla stessa generazione dei Queen, Adam è un idolo di ragazzi che spesso non avevano mai sentito un brano di Mercury e soci. Con Paul, poi, i Queen avevano mantenuto quelle forti radici inglesi che, al contrario, oggi appaiono perse per sempre. Tant’è vero che, pur avendo puntato da sempre alla spettacolarizzazione dell’aspetto live, gli show di oggi appaiono profondamente americani. Non a caso, gli Stati Uniti sono tornati a essere il mercato di riferimento di un gruppo che, dopo lo sdegno seguito al video di I Want to Break Free, aveva visto sgretolarsi un impero creato a suon di tour e di primi posti in classifica.

Certo, è impossibile scindere la seconda giovinezza del gruppo dal successo ogni oltre aspettativa del biopic su Mercury. Ma chi sostiene che i Queen + Adam Labert stiano solo approfittando del clamore mediatico legato alla pellicola sbaglia di grosso. Basti guardare il DVD di Live Around the World: nel 2014, la produzione di Bohemian Rhapsody era ancora in alto mare, ma le reazioni del pubblico a I Was Born to Love You sembrano quelle delle mie compagne di liceo alla vista dei Take That. La capacità di Lambert di adattarsi alla perfezione a certe tonalità e di cantare dal vivo brani mai suonati in precedenza ha fatto il resto. Ormai anche il tabù dello scimmiottamento è andato a farsi benedire: Lambert è dichiaratamente gay e prende note vicinissime a quelle dei brani registrati in studio dalla formazione originale. May e Taylor, che non a caso parlano spesso dei benefici dello young blood del cantante, reggono botta nonostante gli acciacchi dovuti a un’età che inizia a chiedere il conto.

Tuttavia, ascoltare per intero questa raccolta di performance registrate in giro per il mondo lascia un retrogusto simile a quello dell’ultimo tour degli AC/DC, quando Axl Rose vestito da tamarro di Las Vegas cantava i pezzi di Back in Black: dopo l’entusiasmo iniziale, venivi preso dalla nostalgia di quegli stessi brani cantati da Brian Johnson due ottave sotto. La differenza sta nel fatto che Angus Young ha avuto la possibilità di richiamare a sé il vecchio amico, i Queen no. Mentre May continua a nascondersi dietro a un diplomatico «a Freddie sarebbe piaciuto», Taylor si mostra più concreto: «Freddie Mercury è morto. Se non lo fosse sarebbe qui con noi. Ma è morto. Se non lo accettate state pure a casa vostra».

In questo sta il nocciolo della loro rinascita. Ad andare a vederli suonare vecchie hit insieme a Paul Rodgers erano i reduci cresciuti con la loro musica o quelli che avevano sfiorato di qualche anno la possibilità di vederli dal vivo con Mercury. Molti di quei fan avevano assistito al Freddie Mercury Tribute. Oggi, invece, quei fan rappresentano una piccola parte del pubblico. Di fatto, i Queen sono stati in grado di rifarsi una verginità e compiere l’ennesimo miracolo, quello di diventare un gruppo per millennial. Nessuna band della loro generazione, con o senza tutti i membri originali, è riuscita in un’impresa di tale portata.

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