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Mina compie 80 anni ed è ancora un esempio da seguire

Non vogliamo che si senta reduce dalla sua stessa autopsia, come scrisse quando i giornali festeggiarono i suoi 70 anni. Ma fateci comunque celebrare il suo talento, la sua ironia, la sua indipendenza

Mina nel 1972, a 'Teatro 10'

Foto: Mondadori via Getty Images

Scrivere qualcosa di nuovo a proposito di Mina non è affatto semplice. Eppure la diva invisibile che ha fatto della sua assenza la migliore presenza merita di essere celebrata – ancora – e a maggior ragione adesso che compie 80 anni. 

“Avete mai provato ad essere reduci dalla vostra autopsia? Con gli ultimi brandelli rimastimi appiccicati alle ossa finisco una immeritata giornata di fiori e ferite ripensando ai perché di un tale scatenamento”, commentava col suo  straordinario cinismo l’artista sulle colonne de La Stampa, il 26 marzo 2010. Lo scriveva in prima pagina, a commento della valanga mediatica festante che il giorno precedente si era prodigata in articoli, ricordi, aneddoti – non tutti evidentemente da lei graditi – per i suoi 70 anni.

Ciò nonostante, rieccoci – imperterriti – 10 anni dopo. Anche se – come spiegato – è altamente probabile che la signora Mazzini non gradirà l’eccesso di ricordi e auguri e aneddoti che oggi riempiranno col loro inchiostro virtuale le pagine del web, noi ci sentiamo in debito con lei per la quantità di bellezza che ci ha lasciato e che oggi ancor di più ci appare preziosa. Dunque, ci sembra doveroso fra tanti appuntamenti trascurabili approfittare dell’evento per tornare a festeggiarla ancora una volta. 

Lo spunto ci è arrivato anche grazie alla piacevole lettura di un libro pubblicato di recente (Mina per neofiti di Aldo Dalla Vecchia, Graphe.it). È un volume scorrevole grazie al quale è stato possibile ripercorrere le tappe di una vita interessante come quella di Mina, la coraggiosa Tigre di Cremona (i bene informati dicono che l’artista detesti essere chiamata in questo modo, tanto più che lei non è nata a Cremona, ma a Busto Arsizio) che ha saputo ribaltare gli schemi, stropicciarli, per poi farne carta straccia, alla faccia dell’Italietta benpensante del dopoguerra. 

Il volume, leggero ed essenziale, “non è una bibbia per fan accaniti, né un florilegio di pettegolezzi”, come spiega l’autore, ma più un bigino della vita e della musica che offre a chiunque la possibilità di farsi una buona idea di chi fosse Mina battezzata Mina, e non Anna Maria come in troppi si ostinano a sostenere. 

Su di lei è stato raccontato moltissimo, eppure, nonostante si sia eclissata da oltre 40 anni (al netto di un’apparizione virtuale nel 2001 della quale parleremo più avanti), continua incredibilmente ad attirare l’attenzione di molti, probabilmente affascinati da un’assenza che ha saputo restare così presente (basti pensare al cancan provocato di recente – era ottobre – da una foto pubblicata dalla figlia Benedetta nella quale si intravedeva nitida la nuca della cantante intenta a guardare la tv).  

Mina non stufa – dunque – e continua ad aleggiare impalpabile (ma tangibile) nell’immaginario collettivo, come a volerci dimostrare ogni giorno di questi tempi di ostentazione disperata che per esserci non è necessario mostrarsi. Anzi. 

È bello e affascinante oggi raccontare Mina. Riscoprirne l’adolescenza normale, figlia di una normale famiglia borghese del nord, scuole medie dalle suore, normali studi superiori di ragioneria. 

Pubblica peccatrice negli anni ’60, o meglio additata come tale dalla morale bigotta e malpensante dell’epoca, impaurita e invidiosa di quella libertà impudente che la cantante andava mostrando, pur con la responsabilità di essere un personaggio assai noto, Mina rimase fiera. Incurante di chi l’accusava di essere un possibile (cattivo?) esempio per chi ne ammirava le gesta private attraverso le pubbliche colonne dei rotocalchi (Mina ebbe, come arcinoto, due figli – Massimiliano Pani e Benedetta Mazzini –, il primo da un uomo non ancora divorziato), seppe sparire e riapparire con l’abilità di un prestigiatore professionista. E sempre nel momento più opportuno.

Ecco perché è bello e affascinante raccontare Mina oggi, e ancora. Riconsiderare col senno di poi il suo percorso, il coraggio. Lei, vera antesignana, visionaria e guerriera in un tempo in cui alle donne era consigliato più che altro di stare a casa e badare alla prole, femminista vera ma senza volerlo e senza spocchia, più nei fatti che nelle parole, appare adesso – anno 2020 – come una stella polare alla quale ispirarsi. 

Basti pensare che Mina decise di abbandonare gli studi (frequentava il 4° anno con voti disastrosi) per dedicarsi alla musica. Era il 1958. Iniziò così ad apparire e per gli italiani fu come una sberla. Con le sue movenze alla Elvis Presley frantumò tutto ciò che era stato visto e soprattutto ascoltato fino a quel momento, andando a nutrire la schiera di “urlatori professionisti” che all’epoca fiorivano in giro per un’Italia ancora mezza sguarnita di televisori, e rompendo definitivamente tutti gli schemi di quel bel canto all’italiana che fino ad allora aveva appiattito il gusto medio alle melodie di Claudio Villa e Nilla Pizzi, per capirci. 

Le prime esibizioni la videro palesarsi fra il serio e il faceto (come sempre poi, del resto). Un primissimo debutto giocoso e per nulla ufficiale, era l’estate del ’58, fu sul palco della Bussola di Marina di Pietrasanta dell’amico Sergio Bernardini (palco che la vedrà esibirsi anche per l’ultima volta, a distanza di 20 anni, nel 1978). Poi le sagre e le balere lombarde, fino all’esordio discografico. “Mina è già Mina”, come suggerisce Dalla Vecchia sulle pagine del suo libro: i suoi primi 45 giri vendono in poco tempo decine di migliaia di copie e fanno faville anche ai juke-box, in grado di decretare ai tempi il vero successo di un cantante. Ben più di Spotify. 

La notorietà arriva fra il 1958 e il 1959 grazie alla televisione, come spesso accade ancora oggi. Quel che succede poi – per quanto recente – è ormai storia. La Mina che provoca, che sparisce e poi ritorna, dicevamo. Che scandalizza e seduce. La Mina che diverte. Che fa invidia perché lei non è soltanto una cantante, lei intrattiene, presenta, sa scrivere (è stata a lungo editorialista per La Stampa e per Vanity Fair). La Mina che se ne sbatte della morale comune, di ciò che pensano e dicono gli altri (o così sembra), fa spallucce e non si ferma. Almeno fino al 1978 quando, dopo sei anni di semi latitanza fra brevi apparizioni, ospitate radiofoniche e incisioni discografiche, un giorno di fine giugno torna a cantare in pubblico, sotto il tendone a strisce bianche e rosse di Sergio Bernardini.

Come riportato da Aldo Dalla Vecchia nel suo bel libro, «Le parole più significative su quell’ultima estate le scrive l’inviato di La Repubblica, Natalia Aspesi: “Mina torna a cantare in pubblico dopo sei anni di lontananza e subito fa apparire meschine, assurde, due mitologie della nevrosi estiva di massa: è di un biancore luminoso, intatto e superbo, in mezzo a gente vergognosa del proprio pallore, fissata a inseguire abbronzature rugose e sinistre; è grande, opulenta, riccamente carnale, in una folla di disperati che puniscono il loro sogno di magrezza con un’alimentazione colpevole. […] Ha 38 anni, ed è sempre più bella, canta da vent’anni e canta sempre meglio. […] Piena di passione si disfa a poco a poco, sul palcoscenico come dopo aver fatto l’amore, con violenza e felicità: il sudore le scivola sulla gola mentre canta L’importante è finire, libera il collo bianco dai capelli rossi madidi, mentre grida ‘Ricominciare, che senso ha’. Quando esplode, prima china su di sé, poi spiegata nel grande vestito nero, ‘Io ti chiedo ancora, il tuo corpo ancora’, la gente si perde dentro un richiamo antico, carnale e teatrale. Il disagio di tanta furia amorosa, perso nell’abitudine della finzione sessuale, è come uno schiaffo”».

Il 23 agosto 1978 è l’ultima volta che Mina apparirà dal vivo. Sarà concesso intravederla di nuovo (e poi mai più) nel 2001, ma solo per un’oretta e soltanto in video. Sempre attenta alle novità anche tecnologiche – infatti –, è tra le prime a intuire le potenzialità del web. Duecentocinquantamila fortunati (ma i tentativi di collegarsi furono 15 milioni) hanno la possibilità di assistere al primo grande evento dell’era Internet: Mina in studio. Ha 61 anni e, con il consueto look total black, capelli raccolti in una treccia educata e occhiali fumé, la si può ammirare “sorpresa” dalle telecamere mentre prova in sala con i suoi fidati musicisti, scherza, fuma, chiacchiera, legge, incide, si riascolta.

Mina non apparirà mai più. “Ormai mi considero una pensionata dello spettacolo”, spiega in un suo raro scritto pubblicato dal settimanale Radiocorriere TV, scovato da Dalla Vecchia, in risposta a una lettrice che ne invoca il ritorno sulle scene anche con qualche chilo in più. “È vero, non sono più un’alicetta, ma non è questo che mi tiene a casa. La verità è che non ho più voglia di sottopormi alle torture degli obiettivi e delle telecamere per ore e ore: le proposte non mi mancano, credimi, e anche molto allettanti, ma puntualmente dico di no. Il contatto col pubblico lo tengo vivo coi miei dischi che mi rifiuto di promuovere, non per stravaganza o snobismo ma per quell’oscuro oggetto del desiderio: sentirmi sempre e comunque libera”. 

E insomma, sono passati 80 anni, 60 circa dai suoi esordi, eppure la migliore è ancora lei. Che è riuscita a essere una diva senza piegarsi a ciò che avrebbero voluto gli altri, senza paura apparente di un oblio possibile ma mai arrivato. Che ha continuato a stravendere i suoi dischi (l’ultimo, con Ivano Fossati uscito il 22 novembre 2019, è già stato certificato disco di platino) senza mai sottoporsi a scadenti pratiche promozionali. A incuriosire e far parlare di sè, immune al chiacchiericcio dei talk show di basso livello, dal gossip arido dei rotocalchi rimasti, dai lifting e dalle diete che hanno finito per rendere grottesche troppe sue coetanee. Grande, grande, grande Mina.

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