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‘In a Silent Way’ di Miles Davis compie 50 anni: la recensione di Lester Bangs

Già mezzo secolo fa, il jazz e il rock erano in andropausa, schiacciati da suoni standard e stereotipi dettati dalla moda. Al di sopra di tutti, senza farsi incasellare in un genere, Davis creò qualcosa di eterno e universale

Questo è il tipo di album che ti dà fiducia nel futuro della musica. Non è rock and roll, ma non è nemmeno jazz stereotipato. A pensarci meglio, deve tanto alle tecniche sviluppate dagli improvvisatori rock degli ultimi quattro anni quanto al bagaglio jazz di Miles Davis. Fa parte di una nuova musica trascendentale che spazza via gli stili e che, servendosi di strumenti di ogni genere e cultura, si carica di profondo pathos, pura originalità.

Miles è uno che è sempre andato per la sua strada, un musicista forte e rispettato che non non è mai sceso a patti con le mode pop che stanno avvelenando il jazz. A controprova della sua unicità, non si è mai nemmeno preoccupato di stabilirsi su un genere, continuando a sperimentare da due decenni ormai. Album come Miles Ahead, Kind of Blue e Sketches of Spain semplicemente non possono invecchiare. E contengono alcune tra le invenzioni più commoventi che ogni genere musicale abbia da offrire.

Nel suo nuovo album, il migliore che abbia firmato da tempo, Miles Davis ritorna alla space music e a un rispettoso regno di canzoni pure e sospese nel tempo. Il tipo di musica che prosegue finché non ti ferma un attimo per farti realizzare che è questo alla fine il nocciolo attorno al quale si districano le autostrade musicali a cui siamo giunti oggi: il suono primitivo, ma al contempo futuristico (e senza costrizioni) che fornisce il più profondo e immanente sostentamento alle nostre anime, la testimonianza vivente dell’arte suprema.

Quanto alle canzoni, sono lunghe jam con una base minima di strutture predefinite. Il fatto che siano così coese e prolungate è un testamento dell’esperienza di sensibilità dei musicisti coinvolti. Le note di Miles sono come shot di passione distillata, quel tipo di riff evocativi e liberatori costruiti da decenni di assidui stakanovisti del jazz. Al pari di Charles Mingus, nessun musicista in vita riesce a comunicare una tale, bramosa intensità controllata, la trasposizione delle vaghe passioni terrene in avventure sonore che trovano casa nella coscienza di ognuno di noi, influenzando nostre le nozioni musicali di base. E i suoi uomini spalla non sono da meno. Molti di questi, suonano addirittura meglio di quanto li abbia mai sentiti fare finora.

Di sicuro Herbie Hancock (piano), Wayne Shorter (sax tenore) e Joe Zawinul (organo) non mi sono mai sembrati così trasportati. Il miracolo del jazz è che un grande leader può elevare dei meri musicisti competenti ad altezze vertiginose di ispirazione. Mingus è famoso per questo, e Miles ha dimostrato di essere un maestro di questa arte delicata.

Il primo lato del disco è occupato da una lunga jam intitolata Shh/Peaceful. Il lieve tocco di spazzole di Tony Williams sui piatti e i sottili arabesque dell’organo di Zawinul disegnano subito un paesaggio spaziale, un mood di tempo sospeso e infinite finestre interiori. Ma quando entra Miles, l’umanità e la tenerezza dei suoi morbidi lamenti di tromba sono sufficienti per finire in lacrime. Ho sentito che, quando stava registrando quest’album, Miles ascoltava Jimi Hendrix e Sly & The Family Stone. Ma la sensazione qui è qualcosa di più vicino a 2000 Light Years From Home degli Stones. È musica dello spazio, ma con una dominante componente umana che lo rende molto più empatico e commovente della maggior parte delle sue controparti rock.

Il secondo lato apre e chiude con il miglior pezzo dell’album, una preghiera di tromba senza tempo chiamata In a Silent Way. C’è sempre stato qualcosa di puro ed eterno nella musica di Miles, e questo brano cattura quella qualità, così come ogni pezzo che abbia mai registrato. Se come credo Miles durerà nel tempo, questo brano sarà uno dei pochi che permarrà per ricordare alle future generazioni quanto sia unica l’esperienza umana.

Tra le due take di Silent Way si trova It’s About That Time, una jam spaziale, concisa e riservata, che in qualche modo ricorda un pezzo del primo lato del disco. Ma con un Miles più tagliente e predisposto a lasciar divampare il suo ethos blues. Questo pezzo è forse l’anello mancante fra Miles e Sly, o Hendrix.

Dicono che il jazz sia entrato in andropausa, e c’è molta verità in questo. Anche il rock sembra aver sofferto sotto una pletora di suoni standardizzati. Ma sono convinto che c’è qualcosa di nuovo nell’aria, un’arte totale che non conosce confini e categorie, una nuova scuola gestita da geni del tutto immuni alle mode. E credo anche che il potere ineluttabile e l’onestà della loro musica prevarrà sul resto. Miles Davis è uno di questi geni.

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