MF Doom, il genio bizzarro che odiava i riflettori | Rolling Stone Italia
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MF Doom, il genio bizzarro che odiava i riflettori

Il rapper mascherato non è mai arrivato al grande pubblico come meritava, ma era amatissimo tra gli appassionati. Merito dei testi complessi e intricati, delle produzioni brillanti, del suo spirito indipendente

MF Doom

Foto: Ross Gilmore/Redferns

Quando nella notte di capodanno si è diffusa in tutto il mondo la voce della scomparsa di MF Doom, l’Italia si è trovata protagonista di uno shockante déjà-vu. Esattamente cinque anni fa, infatti, i nostri brindisi erano stati bruscamente interrotti da una pioggia di notifiche, messaggi e telefonate che annunciavano la morte di Primo Brown, uno dei rapper più forti che abbia mai preso in mano un microfono in questo Paese, prematuramente stroncato da una lunga malattia a 39 anni. Questo spiega in parte perché, se avete amici che seguono l’hip hop, in questi ultimi due giorni le vostre bacheche social sono ricolme di tributi all’uno e all’altro: difficile scindere il ricordo di due artisti amatissimi dai veri cultori che, per un beffardo scherzo del destino, scopriamo avere lasciato questo mondo nello stesso giorno.

In realtà, però, le similitudini finiscono più o meno qui perché, sia stilisticamente che per biografia, si tratta di due personaggi molto diversi. Anzi, a dirla tutta anche la data della morte non corrisponde: nonostante la moglie di MF Doom ne abbia dato l’annuncio a capodanno, la sua scomparsa risale al 31 ottobre scorso, e le cause non sono state rese note. Ciò che invece è assolutamente evidente è la grandezza di un personaggio che, non amando né i riflettori né la semplicità – nella musica come nella vita – non è mai arrivato al grande pubblico con tutta la forza che meritava. Non conoscevamo neppure la sua faccia, perché era solito salire sul palco indossando la maschera del Dottor Destino (in inglese Doctor Doom, appunto). Era talmente schivo e bizzarro che a un certo punto si era addirittura diffusa la leggenda metropolitana secondo cui non era lui in prima persona a salire sul palco, ma una controfigura, di solito identificata genericamente come “suo cugino”. Un paio di volte pare sia successo davvero, per inciso, ma è difficile che fosse un’abitudine regolare, perché contraffare il suo timbro roco, la sua dizione un po’ biascicata e le metriche talmente irregolari da sembrare quasi fuori tempo era quasi impossibile.

All’anagrafe Daniel Dumile, classe 1971, figlio di madre di Trinidad e padre dello Zimbabwe, è nato per caso a Londra, dove la mamma si trovava per fare visita a dei parenti, ma è cresciuto a New York. Come molti suoi coetanei negli anni ’80 si era innamorato dell’hip hop e aveva cominciato a militare nelle prime crew che venivano reclutate dalle major per pochi dollari, con una sorta di pesca a strascico che tirava su tutto ciò che raccoglieva nella rete, ma lasciava a boccheggiare sul pontile gli esemplari ritenuti meno pregiati. Un’esperienza che l’aveva segnato in maniera indelebile in prima persona: il gruppo che aveva fondato insieme a suo fratello Subroc, i KMD, era stato scaricato brutalmente dalla sua casa discografica dopo che Subroc stesso era morto investito da un’auto. Doom si era preso parecchi anni di pausa per riprendersi da questa esperienza traumatica, e aveva giurato vendetta (sì, aveva usato esattamente queste parole in occasione di un’intervista) nei confronti di un’industria discografica che lo aveva menomato. Quando si era sentito pronto, aveva ricominciato dai circuiti di freestyle della sua città, spesso con una calza di nylon in faccia per rendersi irriconoscibile. Nel 1999 aveva adottato definitivamente la maschera che oggi tutti conosciamo, dando il via alla sua carriera con un album indipendente, Operation: Doomsday, che la critica incoronò come un classico.

MF Doom non ha mai mirato ad essere un rapper per tutti. Le sue costruzioni liriche erano complesse e intricate, e le sue metafore richiedevano un vocabolario ampissimo e una conoscenza base delle discipline più disparate: affermare di distruggere la concorrenza con una barra come “Give a MC a rectal hysterectomy” (“Ai rapper faccio un’isterectomia rettale”) non è di immediata comprensione per le masse. Eppure, o forse proprio per questo, era riuscito a crearsi un seguito enorme, uno zoccolo duro di affezionati che lo veneravano come un dio, soprattutto in Europa, dove era particolarmente amato. Non solo grazie alle sue abilità con le rime, ma anche per il suo ottimo gusto nello scegliersi i produttori: i suoi album più noti e rinomati, infatti, sono quelli collaborativi, come Madvillainy (con Madlib), The Mouse and the Mask (con Danger Mouse) e Key to the Kuffs (con Jneiro Jarell), che avevano creato i presupposti per un sound sperimentale e visionario. Va anche specificato che, quando non lavorava con producer geniali, era lui stesso il beatmaker dietro ai suoi brani, e a volte si prestava a farlo anche per altri. Nel 2014, ad esempio, si era messo al servizio di un artista di nuovissima generazione, l’allora ventenne rapper Bishop Nehru, co-protagonista dell’album NehruvianDoom.

Nel 2012 si era ritirato a vivere a Londra dopo che, al termine di un tour europeo, sfruttando il fatto che essendo nato lì era tecnicamente cittadino inglese, gli avevano negato di rientrare negli Stati Uniti, forse per le sue idee politiche abbastanza radicali e non proprio conformi a quelle dell’americano medio. Per lui sono stati anni faticosi, questi ultimi: nel 2017 aveva dovuto dire addio a uno dei suoi tre figli, Malachi, morto a soli quattordici anni. Nonostante i molti lutti che lo avevano funestato e l’aura da intellettuale serio, però, tutti lo ricordano soprattutto come una persona estremamente divertente, spiritosa e piacevole. Uno capace di lanciare una scarpa tra il pubblico durante un concerto e di passare il resto della serata a improvvisare un freestyle contro il fan che, accaparratosi il feticcio, si rifiutava di ridargliela. O, ancora meglio, uno capace di “rubare” la traccia audio di un’intervista telefonica fatta con un giornalista italiano – David Nerattini, decano dei critici hip hop di casa nostra, fondatore della rivista di culto Superfly – e di trasformarla a sorpresa in un buffo skit inserito in un disco, in cui cerca di imparare a dire “Ciao bella”. Addio e buon viaggio, uomo mascherato. Ci mancherai tantissimo.

 

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