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Maurizio Carucci ha capito tutto (e da mo’)

Il nuovo singolo del cantautore degli Ex Otago è il manifesto più giusto di questo periodo storico. Per la serie: insegnaci come si fa

Maurizio Carucci. Foto Stampa

Una delle poche cose mi ha fatto ridere in pandemia era quella della «natura che si riprende i suoi spazi». Cerbiatti in circonvallazione ad Alessandria, tassi (animali, non bancari) per le viuzze di Firenze, un’aquila reale avvistata sui cieli di Milano. Poi com’è che era? Il gatto, il topo, l’elefante: non manca più nessuno.

Via le auto, le persone e i monopattini elettrici. Poi, fortunatamente, sono arrivati i vaccini, sono arrivate le riaperture, si sono abbassate le curve, gli indici, i morti. E la natura gli spazi non se li è presi più, perché sono tornate le auto, le persone, ma soprattutto i monopattini elettrici.

«Forse però siamo noi che siamo un po’ cambiati», e anche qui siamo nella top 3 delle frasi più gettonate degli ultimi mesi. Ma, a differenza della natura che alla fine non si è ripresa niente, questa frase è un po’ più vera. Non che il mio giro di amicizie rappresenti un campione con qualsivoglia valore statistico, ma per quanto ho visto, letto, sentito, un po’ di gente si è rotta le palle di restare in città. Vuoi per lo smart working, che ti permette di lavorare dalla casa che ti ha lasciato nonna, in campagna, piuttosto che da un appartamento condiviso con altre tre persone tra cui una che segue alla lettera la regola di Sting («mi lavo senza sapone») ma senza il talento dell’autore di Roxanne. Vuoi perché a forza di stare in casa abbiamo bisogno noi di riprenderci un po’ di spazio, (sì, anche noi come i caprioli di Alessandria), vuoi perché qualcuno si è reso conto che la vita in città , leggasi Milano, è bella solo se sei ricco.

E quindi basta, torniamo alla campagna. Dal Bosco Verticale al bosco vero. Ci sono dati, trend, ma basta guardare i rifioriti mercati immobiliari di paesini sperduti per capire che qualcosa, forse, è cambiato davvero.

E a quel punto, proprio a quel punto, ti guardi intorno e ti rendi conto che qualcuno aveva già capito tutto. Anni prima di te, sapiens a cui è servita una pandemia per arrivarci. E quel qualcuno è Maurizio Carucci.

Ci aveva già raccontato tutto sulla sua vita in campagna in questa lunga intervista, che cito: «Nel 2011 lui e la fidanzata Martina Panarese hanno dato vita a una piccola azienda agricola in Alta Val Borbera, provincia di Alessandria, (sì, proprio la città dei caprioli), ma è dal 2000 che il cantante genovese, classe 1980, frequenta prati e monti. “Dopo un’adolescenza estremamente vivace mi sono reso conto che in città non stavo bene, avevo un’infinità di domande e non trovavo mai risposte che meritassero. Mentre in campagna e in montagna mi sentivo sempre felice. Quindi ho fatto banalmente due più due”».

E Maurizio ha fatto i conti anche artisticamente, prima qualche mese fa con un post un po’ criptico pubblicato sui social, col quale sembrava avesse annunciato di voler smettere con la musica. Sembrava, perché a leggerlo fino in fondo – anche se non ci sembra giusto pretendere così tanto dagli utenti social – il messaggio diceva: «In questo grande casino che è stata la mia mente nell’ultimo periodo, ho percepito qualcosa che nell’immediato non sono riuscito a leggere del tutto. Una sorta di creatura senza forma ma con una forza disumana. E spingeva, e spintonava. Un vento, un oceano, una musica. La mia musica».

Ed eccola qui la sua musica, la prima senza gli Ex Otago. Il brano si chiama Fauno, che per chi è arrugginito di mitologia è una divinità protettrice di campi e greggi. In pratica Carucci, che in questo brano racconta tutto il suo amore per la natura (sempre quella degli spazi): «Non so stare senza mare, le montagne, i due estremi del mio essere un po’ uomo un po’ animale». Proprio come il Fauno. Ma anche un po’ come quel bellissimo cagnolino del video:

Da uno che in passato ha scritto e cantato il verso «della luna e delle stelle io mi stupisco sempre» (dal brano degli Otago Gli Occhi della Luna), ci aspettavamo nient’altro che questo. Un canto alla natura che l’autore racconta così: «Ci muoviamo e crediamo che la nostra strada sia l’unica possibilità per stare dentro a questo mondo. Io credo nelle montagne, negli alberi, nelle onde del mare, nei pesci, nei lupi. Sento affinità con il mondo animale. Sento di farne parte e lo rivendico con orgoglio. Sto bene in città, adoro mangiare nelle trattorie e nei ristoranti, ho un bisogno imprescindibile di stare a contatto con l’arte, ma esiste in me un legame, una relazione profonda con l’universo naturale che coltivo da sempre e alla quale non posso né voglio sottrarmi».

Fauno diventa quindi il manifesto più giusto di questo periodo storico, qualcosa a cui aggrapparsi nel caso i ritmi di prima vi stiano di nuovo sovrastando. Per la serie: Maurizio, insegnaci un po’ come si fa.

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