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La grande epopea del trip-hop

Vent'anni fa usciva un album che avrebbe cambiato per sempre la storia dei Massive Attack, trasformando il trip-hop in genere da classifica

I Massive Attack nel 1998

Vent’anni fa, quando la tournée di Mezzanine è sbarcata in Italia, alla festa dell’Unità di Modena, ho avuto l’occasione di incrociare Robert del Naja all’Arena del Lago. Veniva dal V Festival di Stafford, dove aveva suonato con i Massive Attack, ed era particolarmente felice per i complimenti ricevuti da Mark Ellen, critico e fondatore della rivista Q Magazine. Secondo Ellen il fatto che la band avesse eseguito Daydreaming, una delle sue prime canzoni, nel glorioso spazio del Weston Park, era “un fatto storico”. Metteva in chiaro chi avesse creato un genere oramai diventato a tutti gli effetti di tendenza: il trip hop. Non che fosse un genere da faide e invidie, no aspetta, non è mica vero, infatti agli occhi di 3D il giornale era reo di avere messo in copertina Beth Gibbons (voce dei Portishead) e di aver relegato Mezzanine al 12° posto della propria classifica annuale, ma questa è un’altra storia.

Quando fu incisa nel 1990, Daydreaming era molto lontana dal tono rivoluzionario della canzone spartiacque celebrata come manifesto all’epoca, che aveva rapito i cuori e le orecchie dei giovani à-la-page e dei critici scassapalle, creando una stirpe fatta di Manalay, Moloko, Moko e un migliaio di altre band, non solo con la “M” grazie a dio, di cui l’opinione pubblica è abbastanza concorde nel dire che a un certo punto sono diventate tutte uguali, incredibilmente noiose e perlopiù inutili. Nonostante qualcuno vi dirà che col trip hop – magari quello dei Morcheeba – si è sempre rimorchiato alla grande. Ecco, è importante che quel qualcuno lo evitiate come la peste e basta.

 La canzone dei Massive Attack si rivestiva così di un sotto testo socio-culturale, soltanto di facciata dappoco, che veicolava da un lato il gruppo verso l’universo pop e invitava dall’altro tutti gli altri ad approfondire il background artistico di quella brillante idea.



Il brano citava musica che non apparteneva alla nuova generazione: Mambo di Wally Badarou, il Level 42 aggiunto, viene campionata; il canto di Shara Nelson, pupilla del già ultrasessantenne Burt  Bacharach, impreziosisce le parti rap e lascia trasparire future evoluzioni della musica popolare, sia quando sarebbe stata scritta da qualcuno di rilievo con un registro elevato sia quando sarebbe stata opera di una star in cerca di altra grana. Immaginate: Faithless da una parte ed Eminem dall’altra, con Dido al centro come conferma e trattino d’unione. Ora è semplice da immaginare. Ma i Massive Attack sapevano già cosa stavano facendo. Prima di avere persino il nome con cui chiamarlo – “trip hop” venne coniato ben quattro anni dopo. L’ambizione internazionalista dell’intero movimento si basava su quella idea, una sintesi sofisticata ma facile all’ascolto della cultura hip hop attraverso un viaggio (un “trip” appunto) fatto a bordo di ammalianti voci femminili. Nel 1996 De Naja dichiarò alla rivista NME: «Chi le ha definite sirene non ha torto: la modalità musicale usata per rinnovare e portare la musica un passo avanti passa attraverso le voci di Shara, Neneh, Tracey, Nicolette». Ossia la già citata Nelson, Tracey Thorn degli Everithing but the Girl, quel piccolo genio di Neneh Cherry e la anglo-nigeriana Nicolette Suwoton: voci femminili presenti nei primi album della band.


Il trip hop seguì la strada aperta dal modernismo britannico degli anni Ottanta, pure se gli artisti (e ancora di più molti dei loro fan) non ne erano consapevoli. Fu Ivo Watts Russell a dargli in mano la poetica dei Cocteau Twins e la peculiarità di quella Elizabeth Fraser adesso ospite d’eccezione nella tournée che ha appena attraversato la Penisola. Il rapporto con quella voce, difficile da decifrare, più vicina alla glossolalia che al canto comunemente inteso, ma capace d’infilare sei singoli consecutivi al 1° posto della classifica UK, è un capitolo importante nella storia dei Massive Attack. Così come l’idea di collettivo aperto che ruota attorno a una massimo due persone. Preso da This Mortal Coil, progetto del 1983 che raccoglieva componenti di vari gruppi dell’etichetta di Ivo, l’imprescindibile 4AD. Russell è stato un modello per i primi vagiti trip hop perché, in un clima di pieno mashup sia musicale che culturale come gli 80’s, era facile rimanere affascinati dal suo interesse per timbri e suoni non conformi ma al contempo di successo. E nel libro Facing the Other Way: The Story of 4AD di Martin Aston (2013) l’ulteriore conferma: “Saranno i Massive Attack a rendere il migliore omaggio al sound 4AD di sempre, su Mezzanine”.

Il momento in cui ricordo di avere focalizzato per la prima volta questa influenza new-wave o se si vuole avanguardista, per quanto da prendere con le dovute cautele, che poteva pure indicare strade già battute ma metteva almeno in discussione tutto quel conformismo inglese andato avanti per anni a compartimenti stagni (i punk, i mods, i metallari…), risale all’autunno del 1998. Erano gli anni in cui si fissavano gli appuntamenti a voce e, miracolosamente, ci si riusciva anche ad incontrare con meno casini di adesso. «Sabato alla solita al Toscanelli» mi aveva detto quasi in codice un amico del liceo, tale Cristian-senza-l’acca, e sabato pomeriggio tutti e due eravamo là. Mesi prima gli ho fatto una compilation e lui ha perso il senno col trip hop. Mi ha dato un appuntamento perché vuol fare due chiacchiere. Di cosa? Di musica, ovviamente. Perché? Mi deve parlare dell’ultimo dei Massive Attack.

Il disco è appunto Mezzanine. Lui lo ascolta senza sosta da quando è uscito. Io non l’ho mai sentito. Il posto per cui scrivo mi ha passato altro e al momento sto a ruota di Is This Desire? di PJ Harvey e la mia canzone preferita è Rapariga da Banheira dei Lali Puna. 

Se io sono quello avanti, quello sul pezzo, per assurdo, però è lui: i Massive Attack sono già esplosi ovunque e han già messo il piedino dove non si tocca più (a mia sorella, per dire, non dispiacciono). Nonostante la copertina repellente, da lì qualche mese Mezzanine starà sul podio in tre quarti delle classifiche di fine anno nostrane. Beati loro. Gli Arab Strap neanche vennero citati nei titoli di coda. Non avevo nulla di personale contro i Massive, soltanto molti più dischi a disposizione da sentire e gente meno chiacchierata a cui affezionarmi. Cristian però mi passa un auricolare e, sul muretto del Toscanelli, alle note di Angel inizia a parlare: «T’è mai capitato de vedé un film e de riconosce al volo chi ce lavora? Tipo lo scenografo? Ecco, pe’ te chi l’ha prodotta questa?». Sento. Il nome ce l’ho sulla punta della lingua ma non mi viene. Non ho voglia comunque di passare per idiota o, peggio, fuori dal mondo. «Quello di Madonna?». Tombola. «Si chiama Mark Stent» dice lui. Ha passato giornate con il libretto del CD in mano e ora lo sa a memoria.

Mark “Spike” Stent anni prima aveva prodotto Bedtime Stories della Ciccone e per questo aveva ottenuto pure una nomination. Ai Grammy, agli Oscar, qualcosa così. Cristian è fomentato. È sempre stato un entusiasta e quando finisce chiede mistico «Hai capito?». Ho capito. Non la penso come lui però. Sento che qualcosa ce lo siamo persi per strada. Lui lo vede come un traguardo con cui ora tutti dovranno fare i conti, io come un punto di non ritorno. Lui è quasi alle lacrime con i bassi di Risingsong, io ondeggio cercando di metabolizzare l’accaduto. La stessa band che aveva prodotto Karmakoma ora andavano a cena coi mammasantissima della discografia mondiale. Per cinque minuti tutto quello che penso è che mi serve un qualcosa per non iniziare a detestarli o iniziare un’inutile discussione con Cristian, che gli voglio bene, e che comunque non capirebbe. Così rimango in silenzio, ondeggiando per educazione.

Teardrop per fortuna arriva per terza e la voce di Elizasbeth Frazer a un minuto dall’inizio sembra provenire da un altro sistema solare. Finisce. Schiaccio rewind e la rimetto da capo. Quella voce mi riacchiappa come una bombola d’ossigeno. Appena dieci minuti fa e sarei corso a casa per mettermi su Either/Or di Ellioth Smith e fanculo pompatissimi Massive Attack, mentre ora nutro ancora un briciolo di speranza. Continuo l’ascolto. Ci ritrovo dentro molta roba che ci piace: i Joy Division, i Cure, Sylvian di Secret Of Beehive, altre cose che ora neanche ricordo. Creando così un paradosso cognitivo così gradevole da rendere Mezzanine uno di quei dischi da cui sarà difficile staccarsi. 

Ci ripenso spesso. Quando sento che Mezzanine è il migliore album dei Massive Attack. Quando sento il prezzo del biglietto per il suo tour commemorativo. Quando leggo che han suonato appena un’ora e quaranta.

Vorrei sempre dire che i Portishead li avevano già superati in lunghezza l’anno prima e che Mark Ellen aveva fatto bene a copertinare Beth Gibbons, che Protection alla fine ha tutta un’altra pasta e che senza Liz Frazer e Teardrop questo disco ce lo saremmo filati tutti meno, molto meno. Il più delle volte evito solo per etichetta e perché non è più così importante come lo poteva sembrare allora. Adesso i Massive Attack sono un’istituzione. La cui storia oramai è mista a leggenda. E in cui confluiscono musica, arte contemporanea, comunicazione e politica. Sono dove li piazzava Ellen di Q Magazine e dove voleva Cristan. Chi sa se ne è ancora entusiasta. Ogni volta però che sento una voce femminile angelicata inserita in un contesto popolare (che sia dream pop, indie pop o quel-che-volete- pop) penso sempre che in gran parte è merito loro (non solo loro, ma in gran parte loro) e della loro felice intuizione.

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