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La ristampa di ‘Stanze’ dei Massimo Volume ci dice che qualcosa è andato storto nel rock

Il debutto della band è una madeleine che evoca il 1993 e un tempo in cui venivano allo scoperto autori fuori dagli schemi come Emidio Clementi

Massimo Volume. Foto di Simone Cargnoni

Massimo Volume. Foto di Simone Cargnoni

Il 1993 è l’anno delle monetine lanciate contro Craxi, delle stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, l’anno dello scioglimento della Democrazia Cristiana e della riforma della legge elettorale meglio conosciuta come Mattarellum, per via di un certo Sergio Mattarella che l’ha redatta. Sono anni lontani, di ricordi sbiaditi per chi c’era, in cui ormai la realtà si confonde con le idee di Stefano Accorsi, anni talmente lontani che la musica dei giovani di allora è persino difficile anche solo da provare a spiegare a un adolescente che vive negli – sono un po’ emozionato, è la prima volta che lo scrivo – anni ’20. Se da un lato i big da classifica sono magicamente rimasti gli stessi di oggi – Max Pezzali, Vasco Rossi, Laura Pausini, Luca Carboni, Jovanotti – sul fronte ‘musica alternativa’ o ‘musica underground’, insomma per quel che riguarda la musica un po’ meno facile, di nicchia, tendenzialmente appannaggio dei giovani e totalmente incomprensibile per gli adulti (quella che è oggi la trap, per intenderci, dai), era tutta un’altra questione.

Si tratta innanzitutto di anni in cui le chitarre non erano un simbolo posticcio o un feticcio come oggi, anzi erano proprio il contrario, lo testimoniano i Timoria, i Marlene Kuntz o gli Afterhours, per esempio, tutti capelloni apparentemente poco raccomandabili che nel 1993 erano dei ventenni idoli di una fetta precisa di altrettanti ventenni e adolescenti. A questo movimento sotterraneo di lì a poco si sarebbero aggiunti i Massimo Volume, ex universitari che frequentano i centri sociali e che dalle cantine bolognesi avrebbero tirato fuori il loro album d’esordio intitolato Stanze, pubblicato con l’etichetta indipendente Underground Records, un disco che avrebbe lanciato la prima parte della loro lunga e per lunghi tratti sotterranea carriera, fatta di chitarre, ma soprattutto di parole.

Chiunque abbia mai ascoltato anche solo una canzone dei Massimo Volume sa che il primissimo marchio di fabbrica è la poetica dei testi, parlati, sussurrati o un po’ urlati, insomma di sicuro non cantati, ecco, sorretti da riff rigidi e dalla batteria incalzante. Racconti di vita quotidiana, paranoie o aneddoti insignificanti di un giovane disoccupato trasandato, pensieri sparsi o poesie di una penna raffinata e riconosciuta come quella di Emidio Clementi, che oggi lascia testimonianze importanti di un vissuto prezioso proprio perché banale e perduto, lineamenti di personaggi estinti come punkabbestia o mendicanti appartenenti a un’altra epoca, luoghi e oggetti ormai abbandonati come sale giochi, bar impolverati o edizioni del Corriere della Sera con i risultati delle partite. Tutto bellissimo, ma solo per chi c’è stato.

È difficile, si diceva, spiegare ai giovani di oggi che i giovani del 1993 ascoltavano i versi di un ventiseienne che scriveva cose come «Seduto sul bordo della vasca da bagno osservo piccoli animaletti. Muovono le loro antenne tra capelli morti e peli di cazzo. Sembrano provarci gusto. Poi il loro vagare alla ricerca di non so che mi ricorda qualcosa di già visto, qualcosa di ridicolo e deprimente. È a questo punto che tronco la loro esistenza con un getto d’acqua bollente. Trascinati dalla corrente tornano in quello stesso buco da dove erano usciti temerari sfidando l’ira di dio», tanto per fare un esempio. Testi che confrontati con quelli di un odierno ventiseienne trapper (ma anche, boh, si può dire itpopper?), mostrano evidentemente che qualcosa è andato storto, proprio nel mondo in generale.

D’altra parte è anche vero che la responsabilità di come sono andate le cose è di chi c’era, Massimo Volume compresi, che oggi paradossalmente vivono una seconda ondata di successo forse anche più concreta di quella degli albori, tanto da poter scegliere di ristampare Stanze che nel frattempo è diventato un cult leggendario, forse il loro album più ingenuo e inevitabilmente acerbo, ma per questo, per molti, anche il più bello, di sicuro uno dei più significativi, distorsioni, ritmica e penombra di provincia. Solo che, sempre nel frattempo, è anche invecchiato malissimo ed è quasi folle immaginare di riuscire a farlo ascoltare alla stessa fascia di età di chi lo ascoltava appena uscito. Sarebbe bello, ma non accadrà. Questo non toglie nulla, ovviamente, alla qualità del disco, né alla bontà dell’operazione, è tutto il resto del mondo che è sbagliato e non c’entra più niente.

Ventisei anni sono tanti, ma forse non sono ancora abbastanza da “fare il giro” o da donare al 100% quell’aura magica che emanano le opere classiche. O forse, semplicemente, i Massimo Volume sono sempre stati una band per pochi e lo sono tuttora, pochi ma buoni, e questo non cambierà mai. A pensarci va bene così.

 

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