Mahmood e Blanco, cronaca di un Sanremo perfetto | Rolling Stone Italia

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Mahmood e Blanco, cronaca di un Sanremo perfetto

Mentre i colleghi giocano in difesa o cercano di stupire a tutti i costi, loro fanno solo scelte giuste, rispettando quel palco ma soprattutto la loro storia. «Vogliamo fare musica e non deludere chi ci ama»

Mahmood e Blanco

Foto: Bogdan Chilldays Plakov

È importante arrivare primi a Sanremo? Sì, certamente, impossibile negarlo. Ma vincere Sanremo è la cosa più importante per gli artisti in gara? Assolutamente no. Quello che conta è portare a casa un festival solido in una settimana in cui – di fronte a un plotone di critici che di numero eguaglia gli abitanti d’Italia – ogni gesto passa sotto milioni di lenti di ingrandimento. Uscirne bene, questa è l’unica cosa che davvero conta. Perché la storia del Festival ci ha insegnato che chiunque può uscirne bene, ma chiunque può floppare, anche i migliori.

«I favoriti non vincono mai», ripetono i due come in un mantra, eppur si parla di Mahmood e Blanco come possibili vincitori di Sanremo da ancor prima che iniziasse la kermesse. Già dagli ascolti pre-gara li avevamo individuati tra i papabili (in un pensiero collettivo che stranamente metteva d’accordo stampa e addetti ai lavori) e sin dalla prima performance nella giornata inaugurale del festival i due avevano pubblicamente confermato questo sentore. Ora, a tre giorni dall’esordio, Brividi è andato oltre le aspettative conquistando ogni classifica dentro e fuori l’Ariston. In due giorni di vendita, il brano firmato dalla coppia ha conquistato il primo posto della classifica FIMI per i singoli più venduti in Italia. È stata la canzone più ascoltata di sempre in un singolo giorno su Spotify Italia raggiungendo il quinto posto della classifica globale, diventando il debutto più ascoltato di un brano italiano. Il pubblico li ha già ampiamente premiati come vincitori.

Come detto chiunque avesse sentito il pool di canzoni in gara non avrebbe avuto difficoltà a capire il potenziale vincente di Brividi, ma pensare a risultati così rapidi e definiti era pressoché impossibile. Il successo era annunciato, vero, ma la coppia era inedita e il rischio di farsi schiacciare dalle pressioni non poteva essere escluso. A sorprenderci, infatti, è stata questa particolare cura dei due nella gestione della settimana musicale più folle dell’anno, costruendosi un percorso incredibilmente solido che li porta alla serata finale avendoli già incoronati vincitori. «Realizzeremo quanto sta succedendo solo quando torneremo a casa, ora vogliamo solo fare musica e non deludere chi ci ama». Anche se ancora non ci pensano, o non vogliono pensarci, il primo posto e la conseguente partecipazione all’Eurovision a Torino potrebbero essere una coppia di ciliegine a coronamento di questo percorso.

Ma da dove nasce il dominio del duo? Mentre la maggior parte dei colleghi in gara hanno provato a far troppo poco, giocando in difesa, o decisamente troppo con l’intento di stupire, la coppia si è mossa calma, illuminata come da un’innata esperienza, lasciando parlare le proprie capacità artistiche e performative. Potremmo usare un termine un po’ retrò per spiegarci: hanno avuto classe. Perché come si è detto e letto e sentito spesso in giro in questi giorni, vedere Mahmood e Blanco così vicino a tanti altri artisti in gara è stato come vedere delle stelle giocare in un campionato minore.

Brividi non è di certo la canzone meglio riuscita del repertorio di Mahmood né, tantomeno, di quello di Blanco. Non è forse nemmeno la migliore possibile collaborazione tra i due rimanendo, a tratti, contenuta da un flavour tutto sanremese di archi, pianoforti e grandi aperture. Ma il punto è proprio questo; Mahmood e Blanco hanno portato all’Ariston qualcosa che fosse adeguato per quel palcoscenico, contenendo alcune delle loro peculiarità. Una scelta a suo modo rispettosa, e il rispetto è un filtro molto importante per il pubblico Sanremese – soprattutto quello più anzianotto –, che necessita dell’estetica del giovane educato, ben tenuto e vestito, per sentirsi rassicurato. E i due hanno davvero dato il giusto zuccherino all’audience di mamma Rai. Mai fuori posto in questi giorni, hanno inanellato una serie di scelte giuste e giustamente paracule (dalle dichiarazioni d’amore per Gianni Morandi e Massimo Ranieri alla delicata cover di un altro mostro sacro della musica italiana come Gino Paoli che proprio stamattina si è congratulato coi due per il rispetto – tutto torna! – con cui hanno trattato la sua Il cielo in una stanza). È tutto così perfettamente e fluidamente contemporaneo. E sexy. Pacchetto completo. Un’altra categoria, un altro campionato. «Vogliamo essere naturali. Se ci fermassimo a pensare ad ogni nostro gesto sul palco, diventerebbe tutto plasticoso».

Ma questo è l’unico vero modo per uscire vincitori (morali e – probabilmente – di classifica) di Sanremo: per sopravvivere è fondamentale decidere con intelligenza cosa si vuole dal proprio Sanremo. Qual è obiettivo? Cosa si vuole trasmettere, quale immagine di sé e del proprio progetto? E in che modo? Rimanere fedele, duro e puro, come Giovanni Truppi o tentare di ribaltare l’idea che il pubblico ha di te come nel tentativo (fallito) di Giusy Ferreri? Restare nella safe zone come Sangiovanni, riproporre l’eterno ritorno di te come Gianni Morandi o provare a lanciarti senza paracadute come Tananai (abbiamo visto come è andata)?

Mahmood e Blanco hanno scelto un profilo basso, mettendo davanti musica e performance, scrivendo un pezzo potente e perfetto per la narrativa del Festival. Hanno vinto la gara (per ora moralmente, tra qualche ora magari anche effettivamente) nel punto focale e spesso più bistrattato del festival: la musica. Che pare scontato, ma non lo è mai. Mai. Brividi è – soprattutto – un gran pezzo, ben oltre la media del festival e Mahmood e Blanco sono una grandissima coppia perfettamente funzionale, nell’estetica, nelle capacità di scrittura, nelle doti canore. E che possiamo dire a sti due ragazzi dopo tutto questo? Bravi così; ora vincete e puntiamo all’Eurovision.

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