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‘Madame’ è il disco di una spudorata di talento

Il debutto della cantante di ‘Voce’ è istintivo e viscerale. Ribollimento interiore, verità intime, rime crude, carne che dà piacere e che fa dannare: ce ne vuole di coraggio per raccontarsi così

Foto: Gabriele Micalizzi

Madame

Che avesse talento e personalità lo si era intuito sin dai primi singoli pubblicati: un pezzo come Sciccherie già mostrava la peculiarità del suo stile, quel giocare con metriche e assonanze spostando gli accenti delle parole per creare un flow inaspettato, controintuitivo, una danza contemporanea in musica fatta di movimenti sincopati, che quando la ascolti la prima volta ti suona strana, sbilenca, eppure intrigante. Poi è arrivato Sanremo 2021 e Madame si è ritrovata a essere la più giovane concorrente in gara, la cornice formale dell’evento avrebbe potuto affossarla, al contrario la rapper-cantante vicentina si è presentata con un brano così emotivamente intenso e struggente, Voce, da spiazzare tutti: una canzone d’amore per se stessa, sull’importanza di ascoltarsi, di scoprirsi e di tirare fuori ciò che si è, che l’ha trasformata nella vera outsider del Festival. Restava difficile capire che cosa aspettarsi dal primo album di questa 19enne che già due anni fa cantava “fai quel cazzo che ti pare, lady, tanto questa Italia, lady, vede le ragazze come bambole gonfiabili”, ma ora che Madame è uscito si può dire: qui c’è qualcosa di più, e per coglierlo non ci vuole solo orecchio, servono pancia, cuore, stomaco.

Già la avvertiamo, l’irritazione dei detrattori: davvero ci serviva un’altra trapper? Ma la domanda è sbagliata in partenza: ascoltando questo album di 16 tracce che, ricordiamolo, è il debutto di una poco più che adolescente, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un prodotto bene impacchettato da produttori come Dardust, Shablo e Crookers, e indubbiamente pensato per il mainstream, ma in cui la patina e la ricerca di un sound che funzioni anche in radio non riescono a tenere a bada ciò che sta sotto: un ribollimento interiore che sembra non poter trovare altra via che quella di esplodere da qualche parte, di essere sfogato, sputato fuori, di trovare la strada per farsi materia, canzone, per arrivare a qualcuno che possa percepirne la vibrazione. “Voglio dire ciò che provo, non importa come ma devo dirlo”, pare urlare Francesca Calearo semi-nascosta dietro a quello pseudonimo che si è scelta giocando con un generatore automatico di nomi di drag queen. E non è un caso che il disco si apra con Istinto: c’è qualcosa di selvatico nel suo modo di muoversi e comunicare, che torna nei suoi brani come un elemento di visceralità impossibile da rinchiudere in una scatola.

Artista urban per sua stessa definizione, Madame in questo suo primo album è musicalmente tante cose contemporaneamente. Ascolti Amiconi – freestyle e Dimmi ora (con Guè Pequeno) ed eccola lì, brava nell’affrontare un rappato quasi tradizionale, passi a Clito e la vedi avvicinarsi allo stile di Ghali, fai partire Luna (feat. Gaia) e te la ritrovi su una base danzereccia alla Can’t Get You Out Of My Head di Kylie Minogue, prosegui con Babaganoush e, benché il pezzo dal sapore orientaleggiante coi Pinguini Tattici Nucleari ti faccia storcere il naso, non puoi non ammettere che la ragazza ci sa fare. Come dire, le vanno riconosciute capacità vocale e una buona dose di versatilità, ma sono doti che restano vuote e affettate se non le si riempie di contenuto, e se Madame ha qualcosa di speciale è perché in tempi di crescente omologazione non è l’ennesima nuova promessa che si diletta a fare la star aderendo al modello di qualcun altro, ma porta nella musica la sua verità più intima tenendosi lontana da un tipo di storytelling appiccicato addosso che puzza di marketing e sparandotela in faccia così com’è, quella verità, nuda e cruda, non edulcorata né trasformata in retorica d’accatto e, anzi, per certi versi disturbante.

È spudorata, Madame, “il suo passato l’ha annodato all’ugola ed ulula”, canta, e così ora che è il suo momento può svelarsi, raccontarci della solitudine, del dolore, dei ricatti, della capacità di svendersi, delle fragilità, della paura di non avere limiti, dello straziante bisogno di sentirsi amata dai genitori, del terrore che il porno le abbia rovinato il cervello, del bullismo, del sesso che cambia ogni giorno, dei cedimenti, delle ossessioni che qualcuno direbbe perverse, dell’autolesionismo, dei tagli sulle braccia, delle sbandate, degli idoli da bruciare, delle canne per non impazzire, della vergogna che non prova, delle paranoie diventate musica. Pezzi come Bamboline boliviane, Mami Papi, Amiconi – freestyle, Tutti muoiono (feat. Blanco) e Vergogna sono introspezione lucida e spietata, flusso di coscienza ed elaborazione profonda. “Non so amare a metà, non so parlare a metà, ma so che se qualcuno mente non sarà più vero”, dice Madame. E quanto ha ragione a fregarsene dei benpensanti e a infilare parole come “sei solamente un tappo nel culo, solo quando dormi sei bello” in una canzone pregna di carica emotiva che ci ricorda che “tutti piangono, tutti soffrono, tutti muoiono”: la femminilità non è necessariamente delicata e accomodante.

A tal proposito vale la pena osservare che nel disco il corpo è molto presente, è carne che dà piacere e fa dannare, pelle da ferire e sfiorare, è sessualità spogliata di ogni pudore: il linguaggio di Madame ne è intriso ed è espressione di un doppio sguardo che è alternatamente maschile e femminile – come ha dichiarato di essere lei nella vita –, messo nero su bianco con un linguaggio realistico, a tratti grezzo, a tratti crudo, non privo di sarcasmo e spesso politicamente scorretto. Per il tipo di immaginario e poetica che richiama in alcuni passaggi, viene da chiedersi se la nostra abbia mai ascoltato Edda, l’ex Ritmo Tribale.

Madame a Sanremo. Foto: Jacopo Raule / Daniele Venturelli/Getty Images

Di sicuro ci troviamo dinnanzi a una scrittura che non conosce mezzi termini, onesta, esplicita, in alcuni punti persino oscena, ma che in tutto ciò non abbraccia il tono di chi mira a scandalizzare o a vestirsi da ribelle, semmai quel che ne trapela è qualcosa che ha a che vedere con una ricerca di sé e una costruzione dell’identità che passa anche attraverso la sessualità e in cui disagio e libertà si sovrappongono a più riprese. E poi c’è il coraggio, che alla giovane Francesca sembra non mancare, perché ce ne vuole parecchio per denudarsi così e parlare di clitoride (Clito) in un’epoca dove il sesso è ovunque, ma il piacere delle donne è ancora un tabù e i giornali schiavi del clickbait non vedono l’ora di tramutarti in una macchietta in bilico tra femminismo e gender fluid. E ce ne vuole ancora di più per spingerti così in là mentre quattro tracce dopo implori tua madre di non lasciarti sola (Mami Papi) perché in fondo lo sai, che sei ancora una bambina. Riuscirà la piccola Madame a diventare grande senza lasciarsi imbrigliare in etichette spicciole e narrazioni eterodirette? Riuscirà a sfuggire alle grinfie del politically correct che appiattisce ogni cosa e a quel processo di “normalizzazione” che giunge sempre puntualissimo a omogeneizzare le particolarità? Riuscirà a far parlare solo la sua voce? Intanto ha sfornato un disco che offre più livelli di lettura: come inizio, specie alla sua età, non è poca cosa.

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