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Macché Joy Division, ascoltate i primi Simple Minds

‘Empires and Dance’ asfalta ‘Closer’ per potenza, varietà, stile, idee, eppure non si fa che parlare di Ian Curtis. Appunti per una rivalutazione del quinquennio d’oro della band di Jim Kerr e Charlie Burchill

Il '40 Years of Hits Tour' dei Simple Minds toccherà l'Italia nel luglio-agosto 2021

Foto: un particolare del poster del tour del quarantennale

La storia la scrivono i vincitori, dice l’adagio popolare. Sarà, ma ci sono situazioni per cui non è chiaro se chi vince in realtà perde. Nel momento in cui scrivo esce la ristampa di Closer, il disco dei Joy Division del 1980 che rappresenta il canto del cigno della band, pubblicato dopo la tragica uscita di scena di Ian Curtis morto suicida, che le dà una popolarità paragonabile a quella dei Doors. I Joy Division entrano nella leggendae diventano tra le band più famose di sempre nel momento in cui sono morti e sepolti. I New Order, nati dalle loro ceneri, non arriveranno mai a tale status. Ma quando ti ritrovi le magliette di Unknown Pleasures da H&M vuol dire che si è passati a un discorso di immagine per cui tutti sanno di chi si tratta, ma una buona percentuale ne avrà ascoltato solo una canzone. E forse neanche la famigerata Love Will Tear Us Apart quanto più realisticamente Dead Souls perché presente nella colonna sonora del Corvo. Sorte che è toccata anche ai Simple Minds, ricordati per Don’t You (Forget About Me), una canzone che manco volevano cantare e che neanche hanno scritto loro, nonostante gli anni di carriera alle spalle che si portavano appresso.

Ecco, infatti: a fronte della ricorrenza di Closer mi sono chiesto come mai non si srotoli il tappeto rosso a ricordare Empires and Dance dei succitati Simple Minds, uscito proprio nell’80. Un disco che è una miniera d’ispirazioni differenti, un caleidoscopio di potenza, una roba micidiale in quanto a varietà, stile, tecnica e idee: ci trovi sbuffi elettronici, isterismi synth disco, disastri che riprendono Iggy Pop e Bowie berlinesi e li attualizzano (come già dicemmo qui, compagni di merende nel fare i cori di Play It Safe), un superamento dell’estetica new wave a sinistra proprio dei Joy Division, che in sostanza asfaltano. Insomma, a quel disco non gli puoi proprio dire un cazzo. Però ci ritroviamo qui sempre a parlare dei Joy Division come band incredibile, seminale, bla bla bla, mentre i Simple Minds non sono mai entrati davvero nella storia se non dal punto di vista meramente commerciale. E questo come diamine è possibile?

Vorremmo evitare di pensare che il suicidio di Curtis sia fondamentalmente il motivo di tanta popolarità, se non altro per questioni di buon gusto e per voler credere nell’intelligenza del pubblico, ma un dubbio onestamente ci viene. Se non altro perché i Joy Division avrebbero probabilmente fatto proprio la fine dei Simple Minds, se non peggio, o degli U2 che sono la versione “presuntuosa” della band di Manchester (all’inizio l’imitazione era chiara, e su Boy gli irlandesi dedicano a Curtis A Day Without Me, come a volerne prendere il testimone). È certo che i Joy Division sono stati una folgorazione per tutti, anche per i Minds, che l’hanno sempre dichiarato: ma è proprio la capacità di porsi alla pari, sfidarli e superarli con grande slancio visionario a porre i Simple Minds tra i capiscuola. Rispetto al monolite nero di Curtis & Co, i Minds sono quasi i Beatles. Rispetto alle lagne del gruppo inglese, gli scozzesi (identità importante per l’approccio musicale e politico) si approcciano alla vita con un fare sì tossico e malato, ma lucido e concreto, come se Jim Kerr uscisse dal corpo e si guardasse in terza persona con orgoglio proletario. Cosa che gli ha permesso di sopravvivere, ma questo forse non gliel’hanno mai perdonato.

Perché sì, se ascoltate il primo album dei Minds, ovvero Life in a Day, i Joy Division vengono speronati da una specie di “claustrofobia all’aperto”: i fumi dei Velvet Underground (che anche i Division omaggiarono con la cover di Sister Ray di cui abbiamo traccia su Still) come fuochi fatui escono dalle carcasse del loro suono stordendo l’ascoltatore, è un sound tramortito dall’uso di hascisc e superalcolici. Fondamentale, infatti, è che ogni disco dei Minds fino al boom del periodo Live Aid che li consegnerà definitivamente al mercato è quasi un continuo tentativo di superarsi a livello di “alterazione di coscienza” musicale. Sebbene Kerr nelle interviste, ammettendo l’uso di droghe, si sia sempre dichiarato consumatore di quelle leggere, nei dischi sembra che non faccia tante distinzioni.

Dopo Life in a Day, in effetti, Empires and Dance sembra governato dall’eroina, con quei saliscendi che vanno dall’estasi alla nausea, Real to Real Cacophony sembra dettato dall’Lsd, come se fosse il loro Magical Mystery Tour, con una palette sonora incredibilmente dettagliata e sperimentale, come se un diamante nero riflettesse luce e colori all’esterno senza esserne contaminato. Con Sons and Fascination / Sister Feelings Call e la sua patinata eccitazione creativa regna la cocaina del new romantic. Se ascoltiamo New Gold Dream ci appaiono flussi di Mdma incredibilmente pre rave, e in Sparkle in the Rain sembra dominare l’anfetamina, con un suono quasi steroidale, esagerato, eccessivo nello spingersi al di fuori dei propri nervi e della propria pelle con delle batterie schiacciasassi, Fino agli antidepressivi di Once Upon a Time contenente Alive and Kicking, proprio nel momento del botto commerciale di Don’t You.

Non erano pronti ovviamente a tutto questo, soprattutto perché il brano fu a lungo respinto dalla band. Non capivano perché cazzo avrebbero dovuto cantare un pezzo per un film a loro parere giovanilista, scritto tra gli altri dal produttore di Billy Idol, Keith Forsey. E la cosa che li infastidiva di più è che, sì, era praticamente una cover riveduta e corretta della sezione finale della loro splendida Pleasantly Disturbed, in cui in pochi versi è reso comprensibile un malessere esistenziale analizzato al vetrino: “Street light, street light” ripetuto ad libitum e null’altro. Don’t You riprende il giro armonico, volgarizza nel testo quello che era cripticamente lasciato all’immaginazione. È come se il successo arrivasse anche per loro post mortem, una morte però – in questo caso – artistica, la fine che parte dall’inizio, nonostante quel che hanno seminato (non a caso, la Dais Records di Ryan Martin alla fin fine ha un catalogo di rip bands dei Minds).

Non è certo un caso che la parabola discendente dei Minds sarà prossima: vedranno le parti alte delle classifiche internazionali per l’ultima volta nel ’95. Ora avrebbero dovuto festeggiare 40 anni di carriera con un tour, tornando indietro anche a livello di attitudine (gli OMD come supporter parlano chiaro). Gli stadi però sono un lontano ricordo. Come dice Alda Merini, se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali. Ecco, forse i Minds sono riusciti nel miracolo di sfuggire a entrambi gli stati e a tutto. Tanto al mito quanto alla nicchia: e per questo, oggi più che mai vanno riscoperti perché detteranno il domani, alla faccia della critica più pigra e conformista. Non Closer, ma – ammettiamolo – farther.

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