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‘L’ultimo concerto?’, ovvero perché la crisi dei live club ci riguarda tutti

Doveva essere un grande evento gratuito in streaming, con 130 live dai club italiani. Ma è partito un messaggio su sfondo nero: «Nessun concerto. È la realtà che viviamo oggi, che rischia di essere anche il nostro domani»


Doveva essere un grande evento gratuito in streaming, con 130 live da altrettanti club italiani in diretta contemporanea. È stata, invece, un’enorme provocazione. Perfettamente riuscita. Nessuno dei centomila che sabato sera erano collegati sul sito de L’ultimo concerto? poteva immaginare che l’iniziativa di sensibilizzazione alla tutela dei locali della musica dal vivo, a un anno dalla chiusura, non sarebbe andata nella direzione annunciata, e cioè quella di concerti in serie e line-up enorme. Pure perché i nomi in programma c’erano tutti, eh. Da Cosmo a Brunori Sas fino a Manuel Agnelli e, a sorpresa, persino Ligabue e Caparezza. Solo che, una volta esaurito il count-down e un breve video preparativo registrato, non hanno suonato. Al posto della musica, un messaggio su sfondo nero: «Nessun concerto. Ecco, lo avete capito anche voi. Qui è dove siamo adesso: la realtà che viviamo oggi, che rischia di essere anche il nostro domani. L’Ultimo Concerto? L’avete già vissuto, nel 2020. Il Prossimo? Noi vogliamo che ci sia! Dateci voce, ci mettiamo la passione e i palchi!».

E noi, che finalmente riusciamo a connetterci oltretutto dopo tanti problemi tecnici (io “entro” con mezz’ora di ritardo, sui social qualcuno fa spoiler), siamo stati presi in contropiede. Ci aspettavamo la musica, abbiamo una sorta di flashmob e il buio più totale. Chiamatela “truffa”, “trollata” o come volete – su Twitter, a fronte di tanti «geniale», diversi parlano di «presa in giro degli spettatori», che «non c’entrano niente con le chiusure» e per una sera «volevano tornare a vivere l’atmosfera del live». Ma è sacrosanto sia andata così: non era una festa, non doveva esserlo; bisognava parlare di rischi e conseguenze anche con toni duri, perché questo ci aspetta, un futuro senza spazi per suonare e, di conseguenza, senza musica.

I numeri, li ha dati L’ultimo concerto? stesso qualche giorno fa: gli eventi annullati nell’ultimo anno sono stati 15mila, a fronte di 50 milioni di incassi mancanti e con quasi la metà dei gestori che al momento non sa dire se è in grado di ripartire. Perché poi, appunto, ci sarebbe la ripartenza: si va verso quella di cinema e teatri, dal 27 marzo e in zona gialla, ma per quanto riguarda i live club non sono state fornite indicazioni. La solita disaffezione, la solita disattenzione delle istituzioni che il settore e la rete di chi ci lavora – attraverso eventi come i Seat musica awards e coordinamenti di attivisti tipo La musica che gira – sta denunciando da mesi. Senza grandi riscontri dall’alto, però.

Ora: da una parte un’iniziativa come questa, è chiaro, vuole proprio prendersi i giusti riflettori per scuotere il Ministero della Cultura, e certo speriamo ci riesca, per spazi e lavoratori; dall’altra, è ovvio che il destinatario è il pubblico, magari quello più “mainstream” che frequenta a malapena i locali in questione e tende a sottovalutare l’impatto della loro crisi sul settore. Ma basta guardare i nomi coinvolti per capire: a L’ultimo concerto? non hanno aderito solo personaggi di nicchia o emergenti, ma gente che frequenta i palasport (Brunori Sas, i Subsonica, Pinguini Tattici Nucleari), addirittura gli stadi di Ligabue, altre persone che sono – o sono state – presenza fisse in televisione (Elio e le storie tese, Lo stato sociale, Manuel Agnelli) e icone della contemporaneità come Cosmo. E da dove hanno “suonato”? Quasi tutti dal locale che li ha cresciuti, dal posto in cui hanno cominciato a esibirsi, sul palco di fiducia della città di provenienza. Prestando il proprio nome, fungendo da esca per tutti e mettendo in trappola anche i loro ascoltatori meno attenti allo stato di salute del mondo dello spettacolo, quelli che si aspettavano solo un concerto e hanno trovato il buio.

Ma questo è stato il modo più efficace per spiegare ai profani il ruolo dei live club: sono hub culturali, certo, ma soprattutto uno dei primi, fondamentali step per un artista e la diffusione della sua musica, quasi degli incubatori. Anche chi partecipa o parteciperà quest’anno a Sanremo, pure i famosissimi, sono stati svezzati in locali più o meno piccoli, ci si sono formati. E, per questo, la loro chiusura riguarda tutti, non solo gli appassionati incalliti; se viene meno quel passaggio, si rompe l’ingranaggio della crescita di un musicista. Per il resto, realizzato (?) ciò, non resta che fare i conti con la delusione di volere 130 concerti di sabato sera e avere fra le mani niente: quanto ci mancano i live? Possiamo, noi spettatori, fare concretamente qualcosa per aiutare il settore? L’ultimo concerto riparte da qui.