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L’ossessione dei rapper italiani per Kurt Cobain

Le sue canzoni sono citate da Sfera Ebbasta, Achille Lauro, Marracash, Ghemon, Gemitaiz e molti altri. Ma cos’è che accomuna il nichilismo del grunge con la rivoluzione dell’autotune?

Travis Scott

Il rap è l’unico stile musicale vitale emerso dai tempi del punk-rock, diceva Kurt Cobain poche settimane prima di diventare famoso. Mica poteva immaginare che un giorno il suo nome sarebbe finito nei testi dei rapper, vicino a Balenciaga o Versace. Anche di quelli italiani. L’ultimo ad averlo fatto è Mondo Marcio, che, per trasmettere il senso della propria unicità all’interno della scena rap, in Angeli e demoni si descrive come un «Kurt Cobain in mezzo ai Take That».

Sono almeno una dozzina i rapper italiani da Top10 e molti di più quelli meno celebri che hanno infilato Cobain nelle loro canzoni. Eppure sembra incolmabile la distanza che li separa dal cantante dei Nirvana in termini non solo musicali, geografici e generazionali, ma anche di valori, immagine, rapporto con la celebrità. Venticinque anni dopo il suicidio di Kurt Cobain, viene da chiedersi: che ci fa lui, anti-divo che nella lettera d’addio si lamentava del peso della fama, nelle canzoni di gente smaniosa di successo? Lui, femminista, in album pieni di “bimbe” e di “bitch”? Da dove viene quest’affinità sorprendente?

«Io la trovo interessante, ma non sorprendente», obietta Paola Zukar. Manager di Fabri Fibra, Marracash e Clementino, è autrice del libro Rap. Una storia italiana. Secondo Marra, lei è uno dei motivi per cui il rap ha attecchito in Italia. È la persona giusta per guidarci in questa analisi. «Nel meraviglioso documentario The Defiant Ones», ricorda, «Dr. Dre inizia il suo racconto ascoltando i Nirvana. Cobain attraversa le generazioni, travalica le distinzioni etniche, di ideali e di gusti musicali. Aveva l’attitudine immediata del don’t give a fuck, del frega-un-cazzo, della ribellione, del personaggio che cambia in modo irreversibile le regole del gioco a suo piacimento. Come un rapper».

Uno dei servizi fotografici più celebri di Kurt Cobain risale all’estate 1993 in un hotel di New York. Il cantante si presentò stravolto dalla droga, con tre ore e passa di ritardo. Chiese al fotografo Jesse Frohman un secchio: «Sto per vomitare». Volle farsi ritrarre con gli occhiali da sole oversize da donna modello Jackie O. Quel servizio fotografico, unitamente ad altre immagini in cui indossava occhiali simili con montature di vari colori, hanno cristallizzato un’immagine di Cobain più glam di quel che era in realtà. Quegli occhiali servivano per nascondere gli occhi, ma anche per proiettare un’immagine femminile, per marcare la distanza dall’idea di mascolinità prevalente nel rock da parte di uno che, da ragazzo, scriveva sui muri di Aberdeen «Dio è gay».

Vent’anni dopo, Achille Lauro ha cominciato a indossare occhiali da donna simili per marcare la distanza dagli ambienti trap dall’aria «densa fatta di testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto», come scrive nel libro Sono io Amleto. E così, mentre negli Stati Uniti rapper come Lil Wayne cominciavano a indossare occhiali alla Cobain e Christian Roth riprendeva a produrre gli originali chiamandoli non a caso Archive 1993, Achille Lauro confessava a Rolling Stone d’essersi ispirato al cantante dei Nirvana nell’uso degli accessori da donna. Già nel 2011, del resto, Gabba dileggiava i rivali in Beatbox Shit di Emis Killa dicendo: «Tu sei diventato gay coi Nirvana e Kurt Cobain». È una cosa di cui Kurt sarebbe stato orgoglioso.

Nell’appropriarsi degli occhiali oversize, Lauro ha compiuto uno sforzo d’interpretazione che altri rapper non sembrano interessati a fare. Occhiali simili appaiono sulla copertina e nelle foto promozionali di Rockstar di Sfera Ebbasta, ma sembrano più che altro un mezzo per evocare un generico immaginario glam, da star. Le rockstar, compreso il recalcitrante Cobain, diventano uno scintillante modello di realizzazione agli occhi dei trapper che hanno tagliato ogni legame con i codici visivi della vecchia scuola hip-hop. D’altra parte, Sfera cita spesso Cobain. Lo fa in almeno tre canzoni in cui lo usa come simbolo di fattanza e autodistruzione: «Stanza 26, io fatto in hotel come Kurt Cobain» (Ricchi per sempre), «Cocktail, hotel, Kurt Cobain» (Balenciaga), «Se potessi venderti anche l’aria te la venderei, morirei, come una rockstar, come Kurt Cobain» (Tasche piene).

Sfera è in buona compagnia. I nostri rapper tendono ad associare il cantante con droghe e suicidio – e non sono gli unici a giudicare dal verso «per raggiungere il nirvana a volte serve un’overdose di fucile, pam pam» dei Coma_Cose. MadMan si descrive come «Kurt Cobain ed Hemingway prima del bang» (Ramadan), Gemitaiz dice che il suo fumo «prenderebbe bene anche Kurt Cobain» (Questa qua), Rew domanda ironico in Hit Ledger di Shade: «A me chi mi ammazza?, come disse Kurt Cobain». Emis Killa invita i rivali a spararsi in testa come Cobain (Perché tu no) e in Click clack dice che si sparerebbe lui in testa, come il cantante dei Nirvana, per la tristezza che l’assale quando sente «i rapper da MySpace». Lo stesso Achille Lauro non resiste alla rima fra «cocaine» e «Cobain» in Bed & Breakfast, anche se com’è noto il cantante americano si faceva d’eroina, e in Mamacita canta l’immedesimazione in coppie famose: «Siamo Kurt Cobain e Courtney Love».

Se in Dritto al punto Marracash pensa alla droga («Immagina Kurt Cobain e Billie Holiday senza la roba»), in Nessuno Raige pensa al suicidio: «Mi sono fatto da me, mi sono fatto uomo e nessuno mi ammazza, se non mi ammazzo da solo come Kurt Cobain, ora che mi servi dove cazzo sei?». Giusto Ghemon, col nome Gilmar, usa in Via da qui il nome dei cantante dei Nirvana in modo originale: «Tu fai Kurt Cobain per gli infottati di turno, ma io, io sono Domenico Modugno».

Droga e suicidio, farsi e ammazzarsi. È troppo stilizzato il Cobain del rap italiano? Sembra pensarla così Davide Toffolo, fumettista e cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Sette anni fa ha pubblicato una canzone meravigliosamente strana intitolata I cacciatori. È la storia inventata del ritrovamento dopo vent’anni del corpo di un ragazzo morto nel 1994, nei giorni del suicidio di Cobain. Il cadavere viene dissotterrato e ci parla della sua esistenza, metafora del destino di una generazione a cui non è stata concessa alcuna possibilità.

«Oggi c’è una stilizzazione estrema del rock», dice Toffolo. In questo processo di semplificazione della musica dei Nirvana sono sparite la dimensione etica e il pensiero. Tolta l’immaginazione è rimasto solo un vago immaginario che spesso viene messo in moto da esigenze fonetiche perché, come dice Dargen D’Amico, «non sono molte le parole che rimano in -ei in italiano, e così un “Cobein” può sempre tornare utile». E invece, secondo Toffolo, il cantante dei Nirvana «dovrebbe spingere a ragionare su che cosa vuol dire essere sfruttati da un meccanismo di consumo: è la bandiera di una rivolta contro la realtà attraverso l’autoeliminazione».

«La malinconia è rivoluzionaria», dice un’altra canzone dei Tre Allegri Ragazzi Morti chiamata Mondo naïf, che è costruita assemblando spezzoni di dichiarazioni e pensieri del cantante dei Nirvana. «La malinconia estrema è rivolta contro la realtà», spiega Toffolo. «È il fascino di Kurt Cobain: ha fatto una rivoluzione su di sé, ha raccontato con il suicidio la difficoltà di trasformare un essere vivente in una merce. Detto nel linguaggio dei Ragazzi Morti, è un quasi-adatto, una persona che non è riuscita a integrarsi nella società. Il suicidio è stato una via di fuga, ma la prima via di fuga era la musica. Per i rapper, invece, la musica è integrazione».

Un paio d’anni fa, Cristina Donà ha ritrovato un block notes del 1995. L’ha aperto e ha ritrovato nella prima pagina la stesura originale del testo di Tregua, la canzone che due anni dopo avrebbe dato il titolo al suo album d’esordio. Era un flusso di coscienza in cui s’affastellavano immagini tumultuose ed enigmatiche. «La scrissi quasi in trance. Era un dedica a Cobain e a chi avvertiva un soffocamento derivante dal troppo, dall’iper-stimolazione, dalla richiesta esagerata d’attenzione. Il titolo Tregua esprimeva il desiderio di fermarsi, di uscire dal processo che portava dal video all’altare, cioè alla santificazione della celebrità. Cobain aveva un modo anche grottesco di raccontare rabbia e angoscia. A me faceva venire in mente L’urlo di Munch rappresentato però da Andy Warhol e cioè la disperazione abbinata all’ironia, una disperazione che cresce fino a diventare quasi incontenibile. Il rock di solito offre riscatto. Lì invece non c’era riscatto».

Donà scriveva sull’onda dell’emozione provocata dal suicidio di Cobain. La distanza che oggi ci separa da quel fatto è la stessa che all’epoca ci separava dalla morte di Brian Jones dei Rolling Stones. È un tempo sufficientemente lungo affinché il processo di trasformazione in icona s’accompagni alla sua inevitabile banalizzazione e alla sua, diciamo così, brandizzazione. Oggi le t-shirt dei Nirvana vengono vendute nei reparti per bambini dei grandi magazzini al fianco di quelle di Capitan America e vengono indossate da celebrità che difficilmente assoceremmo al gruppo, dai Ferragnez a Justin Bieber. «Nirvana is my favorite clothing brand», è la battuta che gira su Internet.

Se Cobain è un marchio, una parola che evoca sinteticamente pochi concetti chiave – morte, dipendenza, disperazione – è allora naturale che venga citato dai rapper nella loro incessante attività di brand dropping. Troppo superficiale? «Sono certa che anche chi ascolta rap e trap trova spunti per riflettere», commenta Donà. «E poi oggi c’è una capacità di ascoltare di tutto, senza distinzioni fra ciò che è vecchio e ciò che è nuovo. Se un ragazzo s’incuriosirà vedendo la Ferragni con addosso una maglietta dei Nirvana, tanto di guadagnato».

Anche per Paola Zukar qualcosa rimane. «Seppur i ragazzi più giovani ne hanno una conoscenza vaga e puramente iconografica, di sicuro gli arriva quella bordata di energia emotiva che deriva dalla sua musica e dal suo sguardo triste e profondo che si vede sulle magliette. Un po’ come per chi indossava la t-shirt del Che. Credo sia tutto più astratto e divinizzato, come avviene sempre per le morti celebri del passato, ad esempio Tupac o Jim Morrison. Quelli come loro vivono nella memoria collettiva di tutti in forme e misure differenti».

A giudicare dai testi, però, i rapper non sembrano aver colto di Cobain quella che Zukar chiama «malinconia senza fine, una disperazione incurabile che ha avuto una fine epica da tragedia shakespeariana»; non sono interessati a cantare il disagio evocato da Brunori Sas di Kurt Cobain. Dargen D’Amico, che 11 anni fa ha citato il cantante dei Nirvana come anti-divo per eccellenza in Come l’Italia e San Marino, trova ironico che lo showbiz quasi per contrappasso l’abbia reso un’icona pop. Non vede però una distanza incolmabile fra Cobain che cantava perché emarginato e i rapper di oggi. «A volte il divismo è una ricompensa per difetti d’infanzia, e le ricompense sono sempre meritate. Prima del successo del film di Eminem e a maggior ragione prima del trionfo planetario della trap, scegliere la musica rap in Italia era tipico dei falliti».

Paola Zukar ricorda d’avere regalato sia a Fibra che a Marracash i diari del cantante dei Nirvana. E proprio Marra ha detto di sentirsi «il Kurt Cobain dell’hip-hop», per via della sua visione del rap come musica che educa il pubblico alla ribellione. «Se l’idea di Kurt Cobain è tornata, vuol dire che i ragazzi vedono in lui qualcosa di necessario, di molto rilevante che parla la lingua di oggi», dice Zukar. C’è il sospetto, però, che il cantante dei Nirvana sia finito nei testi dei nostri rapper per scimmiottare chi l’ha fatto negli Stati Uniti, come Kendrick Lamar, 50 Cent, Eminem e altri. Che ci sia l’influenza di Kanye West o di Jay-Z che in Most Kingz prende Cobain come simbolo degli artisti che vanno in overdose di successo o di Tyler, The Creator che nel 2011 ha twittato la frase: «Nevermind, I’m gonna do what Kurt did. I’m going».

Zukar tende a escludere che l’influenza dei rapper americani sia il motivo che spinge tanti italiani a mettere Cobain nelle loro canzoni. Si chiede però, allargando il discorso, se nel rap italiano non vi sia il pericolo di un’emulazione senza senso e senza significato. Molti ragazzini, dice, sono così nauseati dall’immobilità sociale italiana da volersi proiettare in una realtà fatta di linguaggi e di traduzioni, quasi alla Alberto Sordi in Un americano a Roma.

«In Italia non esiste il sogno americano, nessuno crede nell’ultimo della fila che grazie al suo talento e alle sue capacità riesce a farcela veramente. Il rap invece ha dato proprio questo messaggio, ma non è così semplice. Puoi anche credere di vivere in questa realtà parallela quando posti su Instagram la tua ricostruzione del sogno americano, ma poi le tasse le paghi qui, i locali sono quelli decadenti della provincia, la scuola ha ancora il latino e il flauto, e la disoccupazione giovanile è al 31%, contro il 9% dell’America. Non tenere conto di questi dati oggettivi significa semplicemente fare una pallida e disarmante imitazione, senza capire che il rap per essere autentico e credibile racconta sempre la realtà nella quale è immerso».

Come faceva, nel suo modo incasinato e rumoroso, Kurt Cobain.

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