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Lo schiaffo di Aretha Franklin al maschilismo nella musica

Fu proprio Keith Richards a introdurre 32 anni fa, il 3 gennaio 1987, la prima donna nella Rock And Roll Hall of Fame. E che donna.

Aretha Franklin, foto Getty Images

Il reverendo Cecil Franklin, salito sul palco dopo Keith Richards e Clive Davis, strappò più di una risata. Era un uomo minuto, che sembrava dovesse scappare da un momento all’altro da qualche altra parte, tutto tremolante nel suo smoking per l’emozione.

Raccontò di quanto fosse onorato di parlare a nome di sua sorella, Aretha e per farlo scelse delle parole ben precise. Disse: “Aretha oggi viene iscritta nella storia della musica. La Regina del soul, la Soul Sister Number one, Lady Soul, o come volete chiamarla, oggi scrive una pagina importante. Mia sorella, miss Aretha Franklin, è la prima femmina ad entrare nella Hall of Fame del Rock and Roll”.

Non scelse la parola donna, bensì femmina. “Female”, un termine più sgraziato, quasi atavico nella sua caratterizzazione, eppure molto più potente. Potente come quella decisione: inserire una donna afroamericana nell’albo delle pietre miliari della musica mondiale.

La Rock and Roll Hall of Fame, che era nata solo un anno prima, contava già altri 24 nomi, tra gruppi e musicisti, ma nessuna donna compariva nell’elenco, come se la musica, almeno quella veramente buona, fosse una questione riservata agli uomini. L’ingresso di Aretha Franklin nel club, ufficialmente introdotta dal chitarrista dei Rolling Stones, Keith Richards, ebbe infatti una enorme eco a livello mediatico: si parlò della scelta come di una rivoluzione copernicana e di come di lì in poi si sarebbe guardato alla musica Rock (intesa nelle sue mille e più declinazioni) con un altro occhio.

Tutto falso. A oggi, la percentuale di donne inserite nella lista dei performer è vicina al 14%, troppo bassa per dimostrare che la lezione di trentadue anni fa è stata recepita e compresa.

Musiciste come Carol Kaye, che compirà 84 anni a marzo e che ha suonato con i più grandi (da Ritchie Valens, a Simon e Garfunkel, ai Beach Boys, collaborando anche con Frank Zappa) e Memphis Minnie, riconosciuta da tanti come la madre del rock, per la grande opera artistica compiuta tra gli anni 20 e 50 del ventesimo secolo, sono completamente ignorate dall’organismo che dovrebbe catalogare tutti i performer e gli addetti ai lavori che hanno contribuito negli anni a rendere grande il panorama musicale mondiale.

La recente apertura della Hall of Fame ad artisti non direttamente legati al mondo del rock (su tutti spicca il nome di Tupac Shakur, inserito nel 2017), non ha portato gli effetti desiderati: ogni anno l’albo continua ad essere aggiornato, ma le donne restano in minoranza e vengono comunque dimenticate quelle artiste che hanno favorito la crescita del movimento in tempi meno recenti.

Per questi motivi, quello di Aretha Franklin fu considerato uno schiaffo trentadue anni fa: una donna potente, con una voce fuori dal normale ed una tempra incredibile, che approcciò l’Olimpo della musica senza timore reverenziale, rivendicando anzi la sua identità prima di donna e poi di artista. Una femmina combattente per natura, che si è fatta strada tra il razzismo e le barriere di un mondo troppo maschilista per chiunque, ma non per lei, capace di far comprendere con un’apparizione cinematografica quanto il ruolo stereotipato della donna relegata alle faccende domestiche gli stesse stretto: quella grande, immensa, storica scena in Blues Brothers, in cui, interpretando uno dei suoi brani più famosi, Think, rivendica tutta la sua carica morale, è manifesto della potenza femminile al servizio di una società che ha ancora oggi, dopo decine di anni, il dovere di riconoscere alle donne il posto che gli spetta, fosse anche partendo dalla Rock and Roll Hall of Fame.

È bello pensare che un giorno qualcosa potrà cambiare, che l’esempio di una carriera fulgente come quella della Regina del soul, scomparsa lo scorso 16 agosto, possa far riflettere e che si possa arrivare al riconoscimento di un rapporto paritario tra uomini e donne, nella musica come in tutti gli altri ambiti della nostra società. Questo riconoscimento, se ci sarà, dovrà soprattutto far comprendere che una scelta come quella che il 3 gennaio del 1987 fece sobbalzare il mondo del rock, non è una rivoluzione, ma un atto dovuto che si può commentare solo con le parole di chi quel giorno ha introdotto Aretha Franklin nella Hall of Fame, Keith Richards: “Cosa posso dire ad Aretha se non: sei dentro baby!”

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