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Litfiba, non era meglio fermarsi vent’anni fa?

L'11 luglio 1999, all'Autodromo di Monza, Piero Pelù e i suoi si esibivano nell'ultimo concerto prima dell'addio del frontman. In realtà era un arrivederci, purtroppo

L’ultimo concerto dei Litfiba precedente al primo addio di Piero Pelù alla band, datato 11 luglio 1999 all’Autodromo di Monza, in realtà era previsto per il 10: un temporale lo posticipò, come se la natura stesse presagendo un futuro nero. Per quel che ne sappiamo, dopo vent’anni possiamo dire che era meglio fermarsi lì, a quella sera, senza tornare insieme e proseguire oltre. D’accordo, all’epoca i tempi stringevano e i ragazzi avevano già vissuto tutte le reincarnazioni possibili: partiti con una new wave con pochi eguali in Italia (Desaparecido, 1985), erano passati a sonorità dark (il capolavoro 17 re) che avevano infine aperto uno squarcio di sole sulle atmosfere mediterranee e terzomondiste di Litfiba 3 solo dal 1988, prima che la morte del compianto batterista Ringo De Palma e l’uscita dal gruppo della mente-bassista Gianni Maroccolo lasciassero libero sfogo alle tentazioni hard-rock del duo Piero Pelù – Ghigo Renzulli, in gruppo dagli esordi (insieme anche al tastierista Antonio Aiazzi) ma non ancora centrali – in realtà, verosimilmente, la gestione creativa di quei primi tempi era abbastanza collettiva, visti i galli nel pollaio. Comunque: gli anni Ottanta di Firenze, Urss, CCCP e Diaframma erano stati superati con la percezione di essere già una piccola istituzione del paese, dalla personalità fortissima nonostante le virate.

Una personalità che, figlia di un’idea di musica italiana e al tempo stesso internazionale, nazionalpopolare eppure vicina a un pubblico hardcore, non si sarebbe persa neanche nei Novanta, quando il loro immaginario avrebbe abbracciato chitarre, bandane e “cornucuori”: El diablo (1990) è tequila, sale e limone di provincia, Terremoto un cazzotto metal che non rifiuta la polemica, Spirito una suggestione zingara a cui – giustamente – gli autori attribuiranno il battesimo italiano di un certo rock latino. Persino Mondi sommersi, con le (deboli) inflessioni elettroniche del caso, sarebbe riuscito a difendersi pur in un processo di ammorbidimento che spostava le coordinate verso un pop votato all’airplay – e con risposta di pubblico, va detto, enorme. Infinito, ultimo (e peggiore) lavoro della serie, il cui tour terminerà proprio col concerto di Monza, nacque quindi sotto la stella delle larghissime intese: un disco vuoto, pop che più pop non si può (ma comunque non peggiore di un qualsiasi album del genere di fine millennio) e pronto a scoperchiare gli altarini del binomio di comando. In sintesi: Pelù voleva dedicarsi – appunto – al pop, mentre Renzulli non abbandonare il rock. Divergenze, le loro, che li porteranno a dividersi: ma era giusto così.

Questo recap per dire che nel 1999 i Litfiba avevano un bel curriculum, di quelli che infondono responsabilità e in cui – checché se ne dica – la firma della coppia era evidente: negli Ottanta, al netto di Marroccolo, Pelù come frontman e Renzulli con le sue chitarre liquide avevano segnato un’epoca; dopo, avevano condotto in porto la barca senza dilapidarne la credibilità. Lasciarsi, in seguito a Infinito, era il passaggio più opportuno per non rovinare quanto di buono fatto prima. E mantenersi distanti lo stesso, persino di fronte a carriere separate non felicissime – Ghigo senza Piero è sparito dai radar, Pelù come popstar ma non ha mai davvero sfondato.

Ora: non penso che la reunion del 2009 sia stata in sé una scelta fuori luogo. Anzi: per chi non c’era prima è stata una manna, perché riascoltare dal vivo dischi come 17 re rimane un’esperienza essenziale, e lo stesso vale per i nostalgici. Il punto semmai è il come: avrebbe avuto senso ritrovarsi in un evento unico per fare pace con il passato, e poi ognuno a casa propria; di certo non come base per costruire un futuro, specie con questi risultati. Anche perché, per dire, il tour che ne è seguito (condensato nel disco live Stato libero di Litfiba), ha ritrovato una band in forma dal vivo, impostata su coordinate credibili e hard-rock coeve a quelle di Terremoto, ma lacunosa sugli inediti (il superfluo singolo Sole nero).

I problemi – quindi – sono emersi poi, quando Pelù e Renzulli hanno lasciato intendere che quella non fosse una coda alla storia dei Litfiba, ma lo slancio per una nuova fase. Una nuova fase, però, basata interamente sul passato, visto un presente evidentemente arido di idee. E se una serie di concerti con Gianni Maroccolo a rievocare la Trilogia del potere (Desaparecido, 17 re e Litfiba 3) può essere stata una chicca per hardcore (così come aver ritrovato l’amico Federico Fiumani in Amsterdam), quella sulla Tetralogia degli elementi (gli album da El diablo a Infinito) era in partenza superflua e con poco senso, e ha trasformato la band in un negozio d’antiquariato scricchiolante e mezzo abbandonato, un feticcio per collezionisti. Ecco: concepire i live e la propria carriera come un lavoro enciclopedico e archeologico, che è la cosa che più hanno fatto nelle ultime stagioni, è un qualcosa a cui no, non siamo ancora pronti.

Ma al di là del riciclaggio, anche i due album post riunione – Grande nazione del 2012 ed Eutopia del 2016 – hanno palesato le stesse lacune creative di Infinito, seppur basate su un hard rock innocuo, più vicino a un revival posticcio per nostalgici che ad altro. E se il primo disco, perlomeno, a tratti sapeva difendersi con il pop-rock (il singolo Elettrica), il seguito è stato un mezzo bagno di sangue la cui mancanza di potenziali classici finisce anche con l’annacquare performance dal vivo già di per sé ripetitive. E questo, tra l’altro, con in mezzo delle sortite soliste di Pelù, che singhiozzano la continuità del ritrovato sodalizio.

Insomma: non era meglio fermarsi a Infinito piuttosto che aggiungere una seconda fase con così poco senso? Davvero abbiamo bisogno di un gruppo che ricicli ogni album fatto in passato e che quando poi guarda al futuro sia addirittura peggio? Il 1999 aveva palesato una band senza più idee, ma la separazione dei suoi leader era un segnale chiaro: non si può andare avanti, meglio non rovinare quanto di buono fatto in passato. A questo punto, vent’anni e una reunion dopo, un buon negozio d’antiquariato – se proprio di questo dobbiamo parlare – dovrebbe conservare le immagini di Pelù che provoca il Papa da Piazza San Giovanni, così come le note di 12-5-87 (Aprite i vostri occhi), uno dei live più belli della musica italiana. Non dovrebbe sovraesporle ed annacquare le immagini con nuove foto fuori fuoco, imparagonabili alle originali.

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