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Liberiamo Janis Joplin dal mito della rockstar maledetta

A 50 anni dalla morte, sarebbe anche ora di smettere di pensare alla texana come a un santino hippie. Ora può essere ricordata per quel era davvero: una cantante unica, come non ce ne saranno più

Janis Joplin nel 1968

Foto: Julie Snow/Michael Ochs Archives/Getty Images

In una delle prime sequenze di Fuga di mezzanotte di Alan Parker, il protagonista Brad Davis e la fidanzata Irene Miracle sono nell’autobus che li sta portando all’aereo che Davis non prenderà mai. Lei apre il giornale datato 6 ottobre 1970 e la prima notizia che legge è quella della morte di Janis Joplin. «Non ci sarà mai più nessuno così», sospira. È il 1978, sono passati otto anni da quando Janis era stata ritrovata cadavere in una stanza d’albergo, stroncata da un’overdose di eroina e morfina, il fegato in uno stato disastroso e il cuore forse anche peggio. Significativo che una delle massime icone della generazione anni ’60 e ’70 sia citata all’inizio di uno dei film culto di quella stessa generazione, che in quel momento già cominciava a fare i conti con i propri fallimenti. L’anno successivo sarebbe uscito The Rose con Bette Midler, una sorta di biopic ante litteram mascherato (avrebbe dovuto intitolarsi Pearl, soprannome della cantante e titolo del suo album postumo, ma la famiglia negò i diritti) purtroppo invecchiato infinitamente peggio di qualunque brano della Joplin.

Insomma: prima di ogni altro protagonista dell’epoca aurea del rock – a partire dai come sempre inevitabili, in questo contesto mortuario, Brian Jones-Jimi Hendrix-Jim Morrison – la cantante texana è stata immortalata e per certi versi imprigionata nella dimensione del santino hippy. Il paradigma del maledettismo rock’n’roll. La madonna sofferente del blues bianco. La bad girl del club del 27 (prima che si aggiungesse Amy Winehouse). Le foto da poster di camerette anni ’80 e gli adesivi da lunotto posteriore della Dyane. E via con tutto il resto dei luoghi comuni, tra martirologio e formulette da Wikipedia, che hanno nutrito questi ultimi cinquant’anni di critica, storiografia, giornalismo, costume musicale. Una mitologia che dopo mezzo secolo si è finalmente – forse – esaurita. Un po’ perché chi ha l’età per ricordarsi gli inesorabili anniversari dei decenni precedenti non ne può più, un po’ perché a chi è giovane oggi di quella mitologia consunta, lingua straniera di generazioni con cui non si ha e non si vuole avere niente a che fare, non importa assolutamente nulla. Attenzione, però: se incrociassero la sua voce, di Janis Joplin potrebbe invece importare loro moltissimo. Perché il punto è esattamente questo: liberata dal peso della leggenda e da tutto il suo corollario di stereotipi, la figura di Janis Joplin può essere recuperata per quello che è stata davvero, a dispetto della vita rovinosa e della morte precoce. Una cantante – aveva ragione la ragazza di Fuga di mezzanotte – come non ce ne erano mai state prima e non ce ne saranno dopo. Non la più grande, forse, ma assolutamente unica.

Parafrasando il Bob Dylan di Blind Willie McTell, nessuna ragazza bianca ha cantato il blues come Janis Joplin. Forse l’unica che le si è avvicinata, in un contesto diverso e rispetto a un canone più ampio di musica nera, è stata proprio Amy Winehouse. Tutto quello che c’è da sapere su di lei è nei suoi dischi, da integrare eventualmente con la visione dello splendido documentario del 2015 Janis: Little Girl Blue di Amy J. Berg e con la lettura della migliore tra le biografie dedicate all’artista, Graffi in paradiso. La vita e i tempi di Janis Joplin di Alice Echols (pubblicato in Italia da Arcana). Non c’è bisogno d’altro. La sua capacità di interpretare, di riflettere ma soprattutto di ri-modulare il blues senza risultare mai, nemmeno in una nota, didascalica come spesso accade nel genere rimane insuperata.

La “autenticità” è un altro totem critico di epoche passate che negli ultimi anni si è cercato, forse anche giustamente, di abbattere. Nel caso di Janis Joplin, tuttavia, è un plus del quale non si può non tenere conto. Cosa c’è di più ferino, dionisiaco, liberatorio e al contempo di drammaticamente reale del “waaaaaaaaaaah” prima dell’ultimo refrain di Piece of My Heart? Dell’urlo che arriva da profondità insondabili di sofferenza che chiude la versione di Ball and Chain al festival di Monterey? Del “no no no no” in Get It While You Can? Sono solo tre esempi, anche abbastanza scontati, ma nella discografia purtroppo esigua di Janis Joplin se ne possono trovare decine di momenti così.

In un momento storico nel quale praticamente tutto ciò che ha a che fare con la generazione dei baby boomer viene ridimensionato e criticato in modo feroce, comprensibilmente ma in alcuni casi anche ingenerosamente, l’ultima fortezza di quegli anni e di quella cultura a rimanere in piedi è proprio la musica. Ma va, appunto, spogliata di quell’apparato retorico che si diceva, liberata da quella narrazione stantia che soprattutto nel caso della Joplin ha rischiato di far sembrare la sua eredità artistica più invecchiata e sorpassata di quanto non sia in realtà. Così come paradossalmente moderna può risultare la sua figura. Una donna che ha espresso liberamente la propria bisessualità in tempi molto più patriarcali, misogini e omofobi di oggi (e quindi si immagini quanto fossero patriarcali, misogini e omofobi). Che ha imposto la sua carica sessuale e il suo fascino senza conformarsi al modello di bellezza standardizzato dello show business. Che è stata leader assoluta in un gruppo di uomini in un momento in cui le donne in una rock band (con qualche eccezione come Grace Slick, l’amica-rivale di Haight-Ashbury) potevano al massimo ambire a suonare il tamburello. Ma anche una donna lasciata sola, come recita il titolo di un brano di Pearl. In vita e anche dopo, ostaggio di un mito che ha rischiato di offuscarne il lascito artistico.

In Festival Express, un documentario che racconta un picaresco tour in treno del ’70 di alcune bandiere della nazione hippy (Grateful Dead, The Band, Eric Andersen e appunto la Joplin, pochi mesi prima che morisse) c’è un momento di una tenerezza infinita. Quando Jerry Garcia si china verso Janis e le dice «ti ho amato dal primo momento in cui ti ho incontrata». Glielo avevano detto in pochi, troppo pochi. Cinquant’anni dopo, sarebbe bello se qualcuno ancora oggi la incontrasse e se ne innamorasse perdutamente. Al di là del mito, solo per la sua voce.

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