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Ode a Leo Fender, il nonno del rock

Prendete le copertine di 'Born To Run' di Bruce Springsteen o 'London Calling' dei Clash e immaginatele senza Esquire e Precision. Ecco: questo è il senso lampante di come sarebbe stato il rock senza il signor Fender, nato 110 anni fa

Un guanto di sfida, gettato sul volto di chi pensa che il rock abbia esaurito la sua linfa vitale. Anzi, potremmo dire che festeggiare i 110 anni della nascita di Clarence Leonidas Fender, per tutti da sempre e amichevolmente detto Leo, sia uno sputo in faccia a chi crede che il rock abbia esaurito le proprie cartucce, le proprie capacità espressive e sia oramai morto da anni; a chi ne ha goduto della (supposta) dipartita e magari ha fatto festa a suon di vocoder e punch-line di bassa lega. Ma sarebbe improprio: Leo Fender era infatti un gentiluomo del sud della California, paffuto e sorridente, che magari non si vedeva sputare neanche a terra (okey, è stato una delle micce che ha acceso il rock in tutto il mondo ma era pur sempre nato ad Anaheim, la patria di Disneyland).

La storia di Clarence Leo Fender è una di quelle che sembrano state costruite ad arte per raccontare il famoso “american dream”, il sogno americano: dopo il liceo lavorò come contabile per la società autostrade, ma la leggenda vuole che prima abbia fatto praticamente di tutto, dal tassista all’autista privato, dall’agricoltore al secondino. Perse comunque il posto durante la Grande Depressione e, da appassionato d’elettronica quale era, si mise a gestire un negozio di radio, dove capitavano musicisti country che volevano mettere a punto i loro amplificatori. Pur non avendo mai suonato una chitarra che fosse una, Fender ebbe l’idea di costruire attrezzature e chitarre migliori, rivelando prodigiose qualità di liutaio. Nacque così nel 1950 la Telecaster, una chitarra elettrica nella quale, rispetto agli altri modelli esistenti, venivano modificati tasti, ponticello e pick-up elettrico. Quattro anni dopo fu perfezionata e diventò la Stratocaster. Senza farla troppo tecnica che poi iniziamo a sbadigliare tutti quanti, prendete dalle vostre discografie domestiche (o da Google immagini, fa lo stesso) i dischi di Born To Run di Bruce Springsteen e/o di London Calling dei Clash e immaginatele senza Esquire e Precision. Ecco: questo è il senso lampante di come sarebbe stato il rock senza Leo Fender.

Se è vero che ci sono tre le persone che formano la Santissima Trinità della chitarra elettrica, ovvero Leo Fender, Adolf Rickenbacker e Lester William Polfuss, per gli amici Les Paul, non crediamo di dire una fesseria se diciamo che la versatilità e la duttilità Fender non ha nulla di che spartire con le altre due. Basta fare mente locale: quanti chitarristi Fender vi vengono in mente e quanti Les Paul o Rickenbacker? E’ solo un discorso numerico, ci mancherebbe, ma infatti si parla di elasticità non di sound, ne tanto meno di meriti tecnici o storici, che sono altre cose. A creare questo piccolo gioiello che poi, nelle mani di Jimi Hendrix, sarebbe diventata la più celebrata, amata e distrutta (incendiata, spaccata, lanciata in aria e scaraventata per terra) icona del rock, fu appunto il solo Leo Fender,

Il marchio Fender sta alla chitarra elettrica come l’Harley Davidson sta alla motocicletta e nei suoi tantissimi anni di vita non ha subito mai nessuna reale minaccia al suo incontrastato dominio della scena rock. Il primo ad usare la Stratocaster fu Buddy Holly, ma subito dopo di lui ogni chitarrista elettrico decise di possederne una. Tra grandi solisti che la hanno usata si possono annoverare Eric Clapton, Mark Knopfler, Rory Gallagher, Pete Townshend, Jake White e Jeff Beck – che la omaggiò di un altro parallelismo stavolta automobilistico sulla veste grafica di Guitar Shop. Anche un noto lespaulista come Jimmy Page non ha saputo resistere al fascino Fender. Infatti, pur sorvolando sui vari utilizzi della Stratocaster dal vivo e non, un pezzo imprescindibile dei Led Zeppelin qual è Dazed And Confused è stato sempre suonato in pubblico con una Telecaster. Così come adesso, nelle rare apparizioni pubbliche del rock’n’roll, non manca mai una chitarra Fender sul palco. La si può infatti vedere tra le mani di Daniel Auerbach dei Black Keys e di St. Vincent, ma anche di John Frusicante dei RHCP, Albert Hammond Jr. degli Strokes, Jonny Greenwood dei Radiohead e così via. Esiste persino un video-tutorial in cui Bruno Mars spiega il suo rapporto con le Fender. Bruno Mars, mica Ritchie Blackmore, il che dovrebbe rendere l’idea dello status “Fender” nell’immaginario collettivo.

Le differenze tra i due modelli sono nelle tonalità più sottili della Strato, nella sua linea moderna e (ancora oggi) futuribile, nel numero dei pick-up portato a tre, in una maneggevolezza che negli anni è diventata proverbiale proprio grazie alle infinite acrobazie che vari artisti effettuavano con le loro chitarre durante i concerti. Entrambe le chitarre, sia la Telecaster che la Stratocaster, godono ancora oggi dello stesso successo d’un tempo e dividono i chitarristi in due proprie “scuole di pensiero” ma Leo Fender, scomparso nel marzo del 1991, ha creato molte altre celebri chitarre, come la Custom, la Musicmaster, la Jaguar (chi ha detto Kurt Cobain?), la Music Man (poi passata a Ernie Ball) ed anche degli apprezzatissimi bassi, come il Precision, il Jazz ed il Telecaster, ma nessuno strumento è riuscito a raggiungere il successo e la fama della combo Tele e Stratocaster. Una chitarra così mitica da meritare, dal 1988, una serie speciale, prodotta su licenza in ogni parte del mondo, dal Giappone al Messico.

La prima delle serie speciali, autografata dai grandi della chitarra elettrica, è andata in omaggio ad alcuni dei fedeli appassionati della Strato, come Clapton e Stevie Ray Vaughan, mentre le successive sono state vendute in decine di migliaia di esemplari ovunque. Leggenda vuole che, in questa occasione, ci sia stato un vero e proprio ostracismo nei confronti di David Gilmour dei Pink Floyd, perché non fosse tra i beneficiari di questo dono. Reo, secondo i suoi colleghi, di essersi già aggiudicato il modello numero 0001 della Stratocaster, uscito a un anno esatto dalla nascita, nel ’55, e già nel 1988 valutata più della chitarra bianca di Jimi Hendrix. Non osiamo immaginare oggi.

Insomma, dici Leo Fender e parli al contempo di un marchio oramai talmente vasto e indelebile che il primo pensiero associato al suo nome è difficile che sia lo stesso per tutti. Qualcuno penserà alle melodie psichedeliche di George Harrison, qualcun altro al cappellino di The Edge, ai virtuosismi barocchi di Yngwie Malmsteen, finanche alla degenerata ospitata dei Placebo al Sanremo di venti anni fa o al recente documentario Feedback con un esaltante J. Masics dei Dinosaur Jr. A me da due anni o poco più, invece, fa sorridere. Non accusatemi subito di oltraggio o chi sa che, perché il mio sorriso non ha nulla a che vedere con la persona e il suo genio. Tutto risale a un fine settimana primaverile del 2017, quando ero ospite a casa di mia zia. Trovandomi nel mezzo della correzione dei temi della classe dove insegna, non ho saputo resistere alla lettura di uno dei testi in questione. Prendendo dal mucchio un foglio protocollo dall’allettante titolo “La mia passione” inizio a leggere. L’incipit era più o meno così: “La mia passione è la musica. Il mio cantante preferito è lo stesso di mio padre, Adriano Celentano. Da qualche mese ho iniziato anche studiare per imparare a suonare la chitarra. Per ora suono soltanto la chitarra acustica ma mi piacerebbe suonare la chitarra elettrica. I miei chitarristi preferiti sono Jimmy Page, Jimmy Hendrix e Jimmy Fender”.

E quindi, a causa di un futuro rocker per ora alle prese con le correzioni di mia zia e una leggera confusa abbondanza di Jimmy in giro per il mondo, quando sento parlare di Fender penso a “Jimmy Fender” e sorrido: è più forte di me. E’ un sorriso bonario, compiaciuto, verso un undicenne che, in un contesto avverso, ha pensato di farsi il mazzo imparando accordi e partiture, piuttosto che accendere cibori e premere bottoni. Che poi sia convinto che al mondo esista un chitarrista chiamato Jimmy di nome, come un suo chitarrista preferito, e Fender di cognome, in omaggio all’immortale Leo oppure alla sua marca preferita di chitarre o alla prima cosa che gli è venuta in mente parlando di chitarre o semplicemente chi se ne frega, alla fine non ha nessuna importanza. E’ già bello così e basta.

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