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L’assurda storia delle t.A.T.u., le icone queer che si sono rivelate una truffa

Per festeggiare il Pride Month, Poppy ha inciso una cover di 'All The Things She Said'. Ma il brano con la lotta ai diritti c'entra poco. Storia del duo russo, dagli esordi come coppia ai commenti omofobi

Le t.A.T.u, Lena Katina e Yulia Volkova. Foto by Wojtek Laski/Getty Images

Come ogni settimana mi prendo del tempo per stare su Spotify a spulciare le ultime release discografiche, sezione ‘consigliati per te’. Clicco e osservo la prima riga: All The Things She Said. Siamo nel 2002, cazzo. Nella tasca ho un convertitore euro-lira. Respiro. Mi guardo allo specchio, sono vecchio. È il 2020, purtroppo. Qualcuno ha semplicemente realizzato la cover del pezzone delle t.A.T.u. A compiere l’opera Poppy, all’anagrafe Moriah Pereira, ragazzina di Nashville trasferitasi a Los Angeles con la speranza di fare la cantante. Ce l’ha fatta eccome, è nel mio Release Radar. E il suo ultimo disco, I Disagree, è un gioiellino a metà tra Madonna e Marilyn Manson.

Questo brano però col disco non c’entra niente, è uscito per festeggiare l’inizio del Pride Month in tutto il mondo: «Ho spedito questa cover alla mia etichetta due settimane fa per farla pubblicare ora. Stiamo ancora combattendo nella comunità LGBTQ+ per l’uguaglianza di diritti, la strada è lunga e in America le minoranze subiscono una quantità assurda di ingiustizie».

Ma perché Poppy ha scelto proprio una canzone delle t.A.T.u.? Perché la canzone spacca, certo, ma anche perché è diventata a tutti gli effetti un inno queer. A cantarla c’erano Lena Katina e Julia Volkova, teenager vestite da collegiali che si baciavano e si accarezzavano durante le performance. Correva l’anno 2002, dicevamo, non era proprio così comune vedere due ragazze limonare sul palco del Festivalbar. E infatti le due diventarono famosissime, prima in Europa e poi negli USA, con tanto di esibizione ai VMAs e una serie di singoli di successo. A oggi restano probabilmente l’unico gruppo russo che sia ricordato dalle nostre parti.



Nonostante il pezzo sia diventato un inno, dicevamo, con la lotta per i diritti delle minoranze le t.A.T.u. c’entravano poco: le due infatti erano lesbiche a comando, tempo di cantare una canzone. Una furbesca operazione di marketing messa in piedi dal volpone del loro manager, Ivan Šapovalov, che creò il duo a tavolino con l’unico obiettivo di fare scalpore. Riuscendoci. La canzone fu un successo incredibile. Il video, in cui le due si baciavano sotto la pioggia fu censurato da alcune televisioni, con alcuni media che parlarono addirittura di operazione «che promuove la pedofilia». Sulle due si fecero molte, moltissime chiacchiere. Poche però che sollevassero il problema che due eterosessuali potevano fingersi lesbiche per puro entertainment, mentre di storie di ‘lesbiche reali’, in televisione, non c’era manco l’ombra. Soprattutto in un Paese come la Russia. Ma alla gente importava poco, le persone volevano vedere Julia e Lena che si baciavano e gridare allo scandalo.


Dopo il successo di All The Things She Said, le due piazzarono altre canzoni in classifica alimentando la loro immagine di ragazze ribelli e sessualmente libere. Cercarono anche di girare un video nella Piazza Rossa di Mosca, senza permesso, con tanto di arresto in diretta del loro manager. Nel 2003, durante un reality, dichiararono che stavano recitando una parte. Un anno dopo, nel 2004, complice forse un successo in fase calante, si separarono da Šapovalov che accusarono di aver gestito malissimo il gruppo: «Passava il suo tempo pensando a come dare scandalo invece di pianificare il nostro lavoro artistico». E via così con il 2005 e il secondo disco, lanciato da All About Us (ve la ricordate soprattutto se indossate un gioiello Breil). Poi ancora un disco, nel 2008, qualche apparizione qua e là. Fino al 2011, quando si sciolgono definitivamente in seguito a «gravi divergenze interne». Seguono carriere soliste, ma per quelle ci sarà tempo (l’unica cosa che vi consigliamo di vedere è il video qui sotto in cui una delle due celebra il funerale delle t.A.T.u. con tanto di corpi che giacciono in obitorio. Pop culture at its best).



Le abbiamo riviste alle Olimpiadi di Sochi, nel 2014, ma è stata solo un’apparizione. Forse sono tornate ad essere amiche, chi lo sa. Julia Volkova nel frattempo ha pure fatto qualche commento omofobo in televisione: «Non vorrei mai un figlio fr**io!». Niente male per una che ha costruito la sua immagine fingendo di essere omosessuale. Per fortuna lo showbiz ha delle regole tutte sue, e Poppy l’ha capito. Perché, anche se le t.A.T.u. si sono rivelate un grande bluff, forse anche loro hanno avuto un ruolo nell’accettazione e nella normalizzazione dell’omosessualità femminile. E quindi va bene anche ascoltare una nuova versione di All The Things She Said. Basta non chiedere loro commenti diretti.

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