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La vittoria di Billie Eilish ai Grammy è una buona notizia

La cantante californiana e il fratello Finneas sono una anomalia nella fabbrica del pop. Fanno le cose da soli e non rispettano la narrazione dominante. Le loro cinque statuette sono meritate

Billie Eilish ai Grammy 2020. È la prima artista a vincere i cosiddetti Big Four: album, registrazione, canzone dell'anno e miglior nuovo artista

Foto: Rachel Luna/FilmMagic

Quando ha firmato il primo contratto discografico, Billie Eilish è stata invitata a lavorare con un team di autori e produttori. È la normalità nel pop dove i dischi sono il prodotto di una catena di montaggio funzionale alla costruzione di hit. “Li odiavo”, racconta Eilish nella digital cover di Rolling Stone. «C’erano questi 50enni con le loro hit, ma erano orribili. Io pensavo: oh, hai fatto quel pezzo cento anni fa. E nessuno mi stava a sentire, perché avevo 14 anni ed ero una bambina. Noi avevamo scritto Ocean Eyes senza l’aiuto di nessuno, e allora perché ero in quella situazione?”.

Eilish non è la prima e non sarà l’ultima a trovarsi a disagio in quel contesto. Nel libro del 2015 The Song Machine: Inside the Hit Factory il giornalista del New Yorker John Seabrook racconta il metodo lavorativo dei team produttivi responsabili di una parte delle hit che ascoltiamo. Uno o più produttori stendono ritmi e individuano suoni caratteristici e progressioni armoniche. Una vocalist chiamata in gergo topliner abbozza il canto inventando parole che saranno poi sostituite da un vero paroliere. Se una parte di testo non funziona, viene ingaggiato un altro autore per renderla più fluida. Ogni collaboratore possiede una specializzazione ed è remunerato con una percentuale in funzione del contributo che ha offerto. Un batterista chiamato a migliorare un passaggio ritmico può ottenere anche il 5% delle royalties, che è nulla se la canzone non viene incisa e una piccola fortuna se diventa un successo.

È un metodo di lavoro veloce che dà origine a pezzi-Frankenstein. Se una canzone non sembra immediatamente una hit viene abbandonata perché è più vantaggioso abbozzare tanti pezzi che finirne pochi: sparando tante cartucce, per così dire, le probabilità di centrare un successo aumentano. Nel caso non sia stato ideato su commissione, il pezzo viene proposto ai manager di varie interpreti fino a trovare quella giusta. Quando una formula funziona, la fabbrica del pop tende a ripeterla, almeno fino a quando il pubblico si stanca di quel sound e ne scopre un altro.

Billie Eilish e il fratello Finneas sono fuggiti da questa fabbrica. Hanno scritto e inciso le canzoni dell’album di debutto When We All Fall Asleep, Where Do We Go? da soli, non con un team di professionisti iperspecializzati. Eilish ha inciso le tracce vocali sul letto di Finneas, con una lavagna appesa al muro che indicava i progressi nelle session. Ecco perché la sua vittoria ai Grammy – album dell’anno, album pop, artista esordiente, canzone e registrazione dell’anno (Bad Guy), prima donna a vincere tutti i premi più importanti, non c’era riuscita nemmeno Alanis Morissette – è una buona notizia. Billie Eilish è una anomalia del sistema, è un’individualità che si afferma proprio perché lontana dai metodi spersonalizzanti dell’industria discografica.

Non è la sola cosa che rende interessante l’esperienza di Billie Eilish. La cantante è nata nel 2001, ma il modo in cui si presenta e il suo stile musicale non hanno nulla a che fare col misto di sensualità e innocenza tipico dei modelli dominanti nel pop adolescenziale. E poi, la parola d’ordine del pop negli ultimi anni è stata empowerment, un tormentone ripetuto fino alla noia. I dischi vengono presentati come resoconti eccitanti e a volte toccanti dei modi in cui la star è riuscita a superare un qualche ostacolo sentimentale o personale, foss’anche la fine di una relazione. Sono parabole che finiscono immancabilmente con un trionfo. Le canzoni di Billie Eilish sono tutto tranne che rassicuranti. Sono storie d’instabilità, di disequilibri. Sono piene di personaggi problematici che però hanno il coraggio di esprimere le loro paure irrisolte, chiedono una connessione un po’ più profonda con chi ascolta, traggono la propria originalità dalle idiosincrasie di chi le ha ideate. Dimostrano che un altro pop è possibile.

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