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La resurrezione aliena di St. Vincent


L’album omonimo che ha pubblicato cinque anni fa non è solo una metamorfosi stilistica, ma il momento in cui Annie Clark ha ripreso il controllo assoluto della sua arte

Non importa quanto fosse tagliente la sua lingua, all’inizio della sua carriera i critici mettevano in discussione Annie Clark per la sua femminilità. Nel 2007, una recensione celebrava la sua “big girl voice”; nel 2009, un altro articolo parlava della sua vocalità “minuta e fragile”; nel 2011 è diventata “impressionante”, il suo modo di cantare “da civetta”. Indovinate il genere degli autori! E sì, St. Vincent è impressionante, e già dal suo debutto del 2007 Marry Me la sua voce è stata sia rabbiosa che delicata, sempre con la stessa intensità. Ma per molto tempo le sue qualità, e gli stereotipi che le accompagnavano, dominavano la sua percezione pubblica.

Poi è arrivato un fulmine bianco. Sulla copertina del suo album del 2014 St. Vincent, che questo weekend compie 5 anni, Clark siede su un trono con aria autoritaria. I suoi capelli, un tempo castani e ondulati, divennero grigi e bianchi. Il suo sguardo è assente. Sembrava un monarca alieno sceso per governare la Terra. Era lei, finalmente, a decidere.

St. Vincent non rappresenta una metamorfosi stilistica, ma il momento in cui Annie Clark ha guardato in faccia i suoi ascoltatori e ha dichiarato controllo assoluto della sua arte. Trasformandosi in un alieno si è posizionata al di fuori delle aspettative di genere. Nei panni del despota in copertina, sembrava quasi che dicesse: “Non sono una ragazza del rock. Non sapete nulla di me”.

L’album ruota attorno ai concetti di nascita, morte e resurrezione: si apre con l’esperienza quasi-fatale raccontata in Rattlesnake, dove St. Vincent è “battezzata dal suo sudore” dopo una fuga da un pericolo mortale. Il brano successivo, Birth in Reverse, nasconde il significato già nel titolo, così come un riferimento alla novella omonima di Lorrie Moore. Più avanti, Clark parla della sua resurrezione in Every Tear Disappears, ripetendo “Yeah, I live on wires / Yeah, I’ve been Born twice”.

Annie Clark ha sempre sfidato le tradizionali definizioni gender nei suoi album, ma prima di St. Vincent le sue canzoni erano spesso dedicate a storie di donne costrette nella trappola domestica. In quell’album così radicale, invece, mette da parte la dualità di genere in favore di qualcosa di più fluido. I personaggi ribelli di Prince Johnny pregano di diventare ragazzi o ragazze reali, una storia talmente ambigua da sfidare il concetto stesso di “reale”. Sembra quasi che Annie Clark volesse dirci che siamo tutti intrappolati in qualcosa che è fuori dalla realtà, non importa se si tratta di un cyberspazio in stile Matrix, di fantasie televisive o aspettative di genere.

Nonostante tutti quei riferimenti all’irrealtà digitale, l’album ha una seconda faccia innegabilmente animalesca, dove la protagonista corre verso una verità irraggiungibile. Si racconta di “cuori ferali” e serpenti a sonagli; Clark canta di fughe in due brani. Canta della banalità della masturbazione quotidiana. Le canzoni d’amore, nascoste dai fiati e dalle strane chitarre elettriche, hanno qualcosa di primitivo. Sono piene di dita mozzate, milze insanguinate e cuori rubati.

La copertina di ‘St. Vincent’, del 2014

In tutti i brani, seppur in modo diverso, St. Vincent racconta di come si può fuggire dalla ciclica mercificazione delle donne. Se Annie Clark può liberarsi delle convenzioni di genere – una volta con morte e resurrezione, un’altra galleggiando nello spazio, un’altra ancora enfatizzando la sua natura animalesca – allora forse riuscirà anche a non essere trattata come un oggetto come le è successo in passato.

Nel suo album successivo, MASSEDUCTION (2017), si è ricoperta di latex, una versione più matura e sensuale di se stessa, nata solo perché uno sconosciuto “tu” l’ha costretta a indossare dei costumi – da suora, infermiera o insegnante – per il suo piacere. Alla fine, scopre che “none of this shit fits”. Clark non può diventare quello che vuole il suo interlocutore, non importa se si tratta di uno stereotipo in costume o di una salvatrice. L’album arriva a una realizzazione a cui St. Vincent lavorava già da tre anni: anche il più libero dei performer è solo una merce, venduto e costretto a vendere se stesso. Intrappolata in un mondo digitale, capitalista e ancorato alla dualità di genere, implora: “Qualcuno può vendermi a me stessa?”.

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