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La grande farsa del rap e del rock a Sanremo

Ogni esibizione all'Ariston si trasforma in qualcosa che il Festival può digerire. E così, uno dopo l'altro, salgono sul palco finti ribelli e finti innovatori che vengono assorbiti e normalizzati. Della serie: "Aridatece Claudio Villa"

Achille Lauro

Maurizio D'Avanzo/MDPhoto / IPA

Sanremo è, da sempre, un mix bizzarro tra passato e presente. Tra la tradizione della Canzone Italiana (il bel canto, il solista, l’ugola d’oro) e le influenze musicali del momento (il rock, il rap, e ci fermiamo qui). Sanremo vuole la voce, non vuole lo strumento. Vuole l’icona, non la band. Odia il genere, e trasforma tutto nel non-genere della canzone italiana a Sanremo. Che non è del tutto pop, perché non sa creare melodie universali. Ma non è nemmeno del tutto d’autore, perché gli autori degni di questo nome da queste parti sono più rari di uno scontrino dal parrucchiere.

Sanremo vuole soltanto Sanremo, e come un Re Mida del mediocre trasforma tutto in se stesso. Al tempo stesso gli artisti, con diversi gradi di consapevolezza, si autocensurano, piegando il loro stile e tutto ciò che avevano di interessante prima di mettere piede sul palco dell’Ariston al gusto (di merda, diciamolo) del “grande pubblico”.

Così stringe il cuore vedere una band stimabile come gli Zen Circus ridurre la propria carica rivoluzionaria a una specie di tammuriata in crescendo, urlata-cantata, con tanto di sbandieratori da festa del patrono (se volevano replicare il tocco di genio un po’ paraculo della “vecchia che balla” dello Stato Sociale, che ha conquistato tutti lo scorso anno, è andata male). 

Prendete i Boomdabash, band reggae-hip hop con tendenza al tormentone: il momento in cui il tizio con la cresta fa partire il suo rap dal velato accento salentino, il Festival entra in un tale clash di stili da far pensare che il rap non sia roba per noi, non avrebbe mai dovuto colonizzare la nostra scena musicale. Il rap dei Boomdabash a Sanremo è l’equivalente degli impiegati delle poste con tatuaggi e barbe hipster: fuori tempo, fuori ruolo, posticcio. 

Poi arrivano i Negrita, questi rocker autoctoni che sì, sono bravi a suonare, per carità. Ma qualcuno dovrebbe dir loro che il rock può essere anche cool, sobrio, monocromo (lasciamo stare gli anni ’80 e la loro coda in stile Guns N’ Roses). Invece: giacche improbabili, mossette da rockstar, un burocratico elogio all’energia liberatrice dei ggiovani. Meno male che ci hanno risparmiato, forse per caso, il cantante che imita il chitarrista durante l’assolo e l’ode al Sudamerica come Eldorado per un certo tipo d’italiani e il loro stile di vita. Insomma, i Negrita sono il rock a Sanremo: depotenziato, stereotipato, ribelle di una ribellione che finisce alle 9.00 con l’ingresso in ufficio. 

In mezzo, Achille Lauro. Starlet della trap, conteso da tutti i brand, tattoo in faccia d’ordinanza, porta un rockettino saltellante che sembra fatto apposta per eccitare i non più giovani in prima fila. Peccato che poi il testo rimandi al solito topos del rap di oggi, cioè soldi, faccio i soldi, so’ figo perché ho fatto i soldi, vi ho detto che c’ho i soldi? È Vita spericolata senza respiro, ombelicale, è La mia moto senza quella gioiosa cazzonaggine. È, ancora una volta, il rock a Sanremo. Addomesticato, in versione coi tasti ingranditi per seniores.

La morale? A Sanremo vince sempre Sanremo. La sua massa informe ingloba tutto quello che cerca di perforarla, la mastica e la risputa ricoperta del suo moccio nazionalpopolare. Quindi basta combattere Sanremo. Cari artisti, lasciatevi andare. La buonanima di Claudio Villa vi sorride da dentro il tombino. Galleggiano tutti, là dentro. Fatelo anche voi.

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