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‘KiCk i’ è il punto più estremo del viaggio di Arca nell’identità

L’artista venezuelana attraversa in modo audace così tanti stili da creare un non-genere, questa volta con la complicità di Björk, Rosalía, Sophie. Le sue canzoni sono finestre su altri mondi affascinanti e intimidatori

Alejandra Ghersi, ovvero Arca

Foto: Hart Leshkin

Il percorso dell’essere umano è una ricerca costante e tortuosa della propria identità. Ogni essere umano, eventualmente, è alla ricerca di sé. Davanti allo specchio, nei social, nella vita sociale. Siamo davvero noi quelle persone che interpretiamo come attori scrupolosi in questa replica continua? Dov’è il margine tra ruolo e essere? Se siamo un prodotto della nostra cultura, della nostra educazione e dell’ambiente in cui ci siamo formati, cosa si nasconde alla base di queste sovrastrutture? Cosa si cela dentro al nucleo originale e originario? Chi siamo davvero?

Sono queste le domande a cui un progetto artistico strabiliante come quello di Arca ci pone di fronte con veemenza. Alejandra Ghersi, il nome post transizione di Arca, è un’artista che si immerge nelle macerie della nostra società per uscirne splendida fenice. Arca è alla ricerca di quel nucleo originario e il suo nuovo disco, KiCk i è un’altra tappa in questa discesa verso il centro dell’umano.

Anticipato dalla pubblicazione improvvisa dell’overdose magmatica di @@@@@, brano di 62 minuti pubblicato durante il lockdown, KiCk i è il quarto album in studio dell’artista venezuelana. Rispetto ai precedenti, è sicuramente il lavoro più organico di Arca, nonostante l’esercito di stili e generi che vengono attraversati in queste dodici tracce. Così tanti generi da creare un non-genere, come da puro pensiero Arca. KiCk i è un continuo sferzare di vento elettrico e pathos da opera, post reggaeton futuristico e intrecci transumanistici. Piegare i generi, musicali e non, rimane l’ordine del giorno di Arca. Un disco complesso, ma forse più accessibile di alcuni precedenti. Di sicuro avantissimo, come sempre; si piange e si balla e si urla, tutto nello stesso momento. Il tempo perde il suo valore al centro dell’umano. E pare che là in fondo Arca sia riuscita a trovare una relazione limpida con la propria cultura, identità, nucleo. Se stiamo ancora chiedendoci se ci sarà un futuro, ecco, il futuro è adesso.

Dove aver collaborato in passato con gli artisti più interessanti del panorama mondiale, ci riferiamo a gente come Kanye West, Frank Ocean, Björk, FKA twigs, in questo disco Arca apre finalmente le porte ai featuring, concedendosi a partnership con artiste di incredibile talento come Björk, Rosalía, SOPHIE, Shygirl. L’effetto di questa condivisione rilancia con forza il messaggio non-binary dell’artista venezuelana, consegnandoci altre rappresentazioni identitarie possibili, allargandone lo spettro. Queste collaborazioni sono come i videoclip di Arca, finestre su altri mondi, quarte e quinte dimensioni che proiettano universi affascinanti quanto intimidatori. I video di Time e Nonbinary sono esempi totalizzanti di un’estetica che sbaraglia i nostri costrutti del pensiero costringendoci ad interagire con un altro più reale e più vivo di noi. E il testo stesso di Nonbinary a spiegarcelo: “Who do you think I am? / It’s not who do you think you’re dealing with, no / Cuz you’re not ‘dealing with’ / There’s no deal / Bitch it’s real on my side / Go ahead, speak for yourself”.

Se questa è l’asticella, spiace davvero per tutti gli altri. KiCk i non è solo una questione di futuro musicale e identitario, ma anche di futuribilità umana, interpretativa, artistica. Anche questa volta Arca è too much, nel senso per cui è troppo quello che ci dà rispetto a quello che siamo abituati a vivere, ricevere, ascoltare. È l’importanza di essere, Arca.

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