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In memoria di Layne Staley

Se Kurt Cobain era il nuovo idolo maledetto, Staley — morto lo stesso giorno otto anni dopo — era il suo alter ego emaciato, con look da clochard schivo e fottutamente pieno di talento. Per riscoprirlo, riguardatevi 'Live at The Moore' dei Mad Season

Foto: Getty Images

A Layne Staley (Kirkland, 22 agosto 1967 – Seattle, 5 aprile 2002)



Sedete comodi. Prendetevi un bicchiere di ciò che volete. Un Oban, una birra, un bicchiere d’acqua. Rilassatevi. Se volete, avete un intero concerto da (ri)vedere. Tre quarti d’ora di musica che da soli valgono un anno di programmazione su Netflix. Mad Season, Live At The Moore, 1995. Lo trovate in streaming, non avete scuse. Roba che a volere essere dissacranti la mette tranquillamente in quel posto alle quaranta ristampe del Live At Leeds degli Who. Del resto, perché curarsi del concerto di Pete Townshend e soci se quando è uscito, nel 1970, eravamo tutti come minimo solo nei pensieri di mamma e papà? Questo escapismo musicale mi ha definitivamente rotto le palle, questo mandare avanti i primi della classe perché non si ha fegato abbastanza per prendersi le proprie responsabilità.

Io nel 1995 avevo 17 anni e facevo colazione con latte e disagio. Già due dei concerti che avrebbero caratterizzato la mia vita a venire erano legati al nome di Layne Staley, non certo a quello di Roger Daltrey – che comunque riproporrà la scaletta di quel concerto finché campa. Questo e l’Unplugged in New York dell’anno successivo. Ian MacKaye, dei Minor Threat prima e Fugazi poi, ha detto al critico Andrea Pomini: “Ho 40 Gb di bootleg di Jimi Hendrix, è affascinante per me potere ascoltare tutti i suoi live, sentire cosa succedeva musicalmente, sentire dove era”. Continuando ad essere dissacranti (perché “I maestri – come diceva Pier Paolo Pasolini – sono fatti per essere mangiati”) al feticismo di Ian continuo a preferire questi due dischi dal vivo e pochissimi altri. Le pippe continuo a farmele alla vecchia su un paio di tette.



Gli esseri umani oggi sono circa sei miliardi. Miliardo più, miliardo meno. Si stima che gli umani vissuti su questo pianeta dalla nascita dell’umanità siano stati all’incirca cento miliardi. Ma la domanda resta un’altra: quanti di questi umani vengono ricordati e quanti saranno ricordati nel futuro? È una riflessione semplice, basica. Specialmente se si considera che la metà di noi vive su questo Mondo quasi esclusivamente con la speranza di essere tramandati ai poster(i). E purtroppo non mi riferisco solo a quel grande statista di Berlusconi o al batterista delle Vibrazioni. Io vivo oramai da anni nella consapevolezza di quanto questo sia soltanto un gioco al massacro. Anche se l’esistenza, le nostre conoscenze acquisite e questo mondo non sono così male, a essere ricordati saranno sempre gli altri. Altri rispetto ai miei di standard, si capisce. Tant’è che dell’anniversario della morte di Layne Staley fregherà più o meno a quattro gatti e non verrà certo celebrato dal Tg delle 20:30.



La storia racconta che alla metà degli anni Novanta il grunge già non graffiava più (anzi, molte delle star dell’epoca tenevano molto di più alla manicure che alle loro camice di flanella). Kurt Cobain si era sparato da un anno e i Pearl Jam erano già sul declino manierista iniziato con No Code; intanto i Soundgarden, per non essere da meno, erano a un passo dallo sciogliersi. Quindi, chi poté, chi ne ebbe le capacità oggettive, si distanziò da un genere che incominciava a essere alla canna del gas e pronto a lasciare il passo alla moda successiva: il nu-metal. In America l’hip hop sembrava rappresentare il futuro prossimo finché, a chi cominciava a chiedersi tra i banchi di scuola e persino tra le pieghe meno dichiarate della sinistra intellettuale giovanile o pseudo-tale: “Ma il rock è morto?” la risposta arrivò dal video di River Of Deceit, programmato con una certa costanza da Mtv (all’epoca c’erano ancora format come Into The Pit, che prendeva il nome da una canzone dei Testament e di sicuro non era presentato da Marracash) e firmato dai Mad Season.



All’inizio si sarebbero dovuti chiamare The Gacy Bunch, dal nome del noto serial killer clown John Wayne Gacy e della sitcom americana The Brandy Bunch ma poi cambiarono idea. Era il 1995 e con un unico disco registrato dal vivo (Above) voluto da Layne Staley, Mike McCready dei Pearl Jam, Brett Martin e un ancora lungocrinito Mark Lanegan (voce nella morphiniana Long Gone Day) degli Screaming Trees, il mondo riscoprì per un istante ancora il piacere di una musica che lacerava dentro, dal suono distorto e pastoso, dai testi distorti e bellissimi: il rock tornava ad essere rock, incontenibile e non inquadrabile nell’apparenza e nella sostanza. Se Kurt Cobain era il nuovo idolo maledetto, disperato e bellissimo, adatto per tutte le nuove schiere di necrofili mai usciti vivi dal tunnel di Jim Morrison (e pronti a fare altrettanto con il ventisettenne Donald), Staley era il suo alter ego emaciato, con look da clochard schivo e fottutamente pieno di talento. Voce di quegli Alice in Chains autori di quattro dischi destinati a rimanere unici in una scena già satura di brutte copie. Troppo intimo e puro anche lui, in questo mondo con lo stomaco irsuto, per sopravvivere o essere ricordato per qualche merito. Anche se assieme alla chitarra di Jerry Cantrell ha dato vita a un sound destinato a diventare un punto di riferimento per svariati gruppi. Metallica, su ammissione di James Hetfield, e Queens Of The Stone Age, su ammissione di Josh Homme, compresi. Un’overdose di speedball a otto anni esatti dalla morte di Cobain e passa la paura. In fondo si trattava di un ragazzo che aveva Germs, Beatles, Tim Buckley e Black Sabbath nel cuore. In testa, poi, vallo a sapere…

Ma torniamo a noi. Maglione largo bordeaux e guanti grigi di lana con le dita tagliate, capelli ricci e arruffati, sigaretta tra le dita come da copione. Per un occhio assuefatto dalle dicerie, Layne Staley sembra uno già pronto a scavarsi la fossa. Visto il periodo in cui uscì e l’appartenenza dei membri della band, Above è stato catalogato immediatamente come un album grunge tra i più depressi, ma fu chiaro con il tempo che si trattava di qualcosa di molto diverso, di più complicato e sperimentale. Difficile da inquadrare. Ci sono le digressioni blues di Artificial Red, linee ipnotiche come in Wake Up, e un modo di cantare di Staley diverso rispetto ai suoi standard noti, che comunque appaiono in brani come Lifeless Dead. Esempio più lampante di questa complessità stilistica è proprio Long Gone Day, dove le voci di Mark Lanegan e Layne duettano e ha un ruolo tutt’altro che marginale il sassofono di Naglas Sin Carne. I testi, scritti da Staley, parlano dei suoi tormenti e della battaglia che non avrebbe mai vinto. Le confessioni sincere di una sofferenza e di una condanna a morte che sapeva essere in parte auto-inflitta. Nelle orecchie allora risuonano i versi iniziali di Layne su River of Deceit. “My pain is self chosen / At least, the Prophet says / I could either burn / or cut off my pride, and buy some time / A head full of lies is the weight, tied to my waist”. E il mio personale ricordo, sentendoli, di essermi promesso di tuffarmi nella vita per obiettivi minimi ma portati fino in fondo. Tanto se alla storia non ci stava passando Layne Staley con questo clamoroso live, figurati se ci sarei riuscito io. 

Ora chiudete la porta della vostra stanza. Prendete le vostre cuffie e tutto il vostro tempo. Spingete il tasto play. Se i primi trenta secondi non vi fanno venire voglia di vedere il resto, mi sa che siete morti. Senza bisogno di farvi per una vita di eroina.

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