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Il virus farà scoppiare la bolla del rap?

Prima della pandemia, era il genere numero uno in Italia. Il pubblico riuscirà ancora a entrare in sintonia con testi su materialismo e voglia di rivalsa o prevarrà la ricerca di un sound rassicurante e di messaggi positivi?

Foto: Jan Strecha/Unsplash

Chiunque si sia ritrovato ad accendere la tv nell’ultimo periodo non ha potuto fare a meno di notare che c’è stato un slittamento di tono decisamente drastico in ambito pubblicitario: gli spot sembrano ormai tutti uguali, tanto da essere indistinguibili l’uno dall’altro. Colonna sonora commovente e motivazionale; immagini intime, spesso realizzate artigianalmente con la fotocamera di un cellulare; buoni sentimenti e famiglie riunite a profusione; slogan incoraggianti e traboccanti di speranza. Nei primi giorni di confusione e smarrimento era anche piacevole sentirsi scaldare il cuore dalla réclame dei surgelati o del bagnoschiuma. Col passare delle settimane, però, questo appiattimento mediatico sulle gioie del tempo sospeso e della vita domestica comincia a farsi un po’ stucchevole, oltre che lontano anni luce dalla realtà (considerando che in Italia un nucleo familiare su tre è composto da una sola persona, quelli che hanno avuto il piacere di trascorrere la quarantena in compagnia della famiglia del Mulino Bianco sono decisamente una minoranza).

Finché è solo il mondo dell’advertising ad aver cambiato registro, poco male, ma il terrore dei più cinici tra noi è che la stessa sorte possa toccare anche a tutti gli altri ambiti della creatività, per scelta o per cause di forza maggiore. E se nell’era del Covid il cinema ci propinasse solo film moralizzatori e ispirazionali? E se le serie tv modificassero la trama per adattarla a storie corali di resilienza tra quattro mura? E se la musica si lasciasse alle spalle gli inni da cantare in coro in uno stadio pieno, i tormentoni da ballare fino allo sfinimento in spiaggia, le grandi produzioni realizzabili solo in studio con una band da quindici elementi, e si trasformasse in una lunga sequela di rassicuranti e intime cover acustiche, canzoni lo-fi da registrare in cameretta e testi all’insegna di #AndràTuttoBene?

Lo scenario in questione è meno improbabile di quanto potrebbe sembrare, soprattutto in ambito discografico. Tra gli addetti ai lavori, da settimane serpeggia un dubbio che nessuno è ancora riuscito a dissipare: quando si tornerà alla cosiddetta “nuova normalità”, ovvero al forzato periodo di convivenza con il coronavirus in attesa del vaccino, il rap così come lo conosciamo sarà ancora il genere musicale più gettonato in Italia? La domanda è tutt’altro che scontata, per svariati motivi. Da una parte, c’è una questione sociologica di fondo: difficile che in un periodo di crisi nerissima, economica e non solo, in cui tutti siamo chiamati a fare sacrifici per il bene della collettività, il pubblico riesca a entrare in sintonia con testi spesso infarciti di materialismo, edonismo, egocentrismo e voglia di rivalsa. Dall’altra, c’è un problema logistico: la maggior parte degli ascoltatori italiani di rap sono ragazzini che sparano a tutto volume le hit del momento in streaming dai loro speaker bluetooth, mentre sono in giro o si ritrovano tutti insieme. Ma se non possono né andare in giro, né riunirsi, il rischio è che il numero degli ascolti diminuisca drasticamente.

E in effetti così è stato, nel mondo: è ancora presto per fare un vero e proprio bilancio, ma è evidente che il modo di ascoltare musica, e il tipo di musica che ascoltiamo, sta già cambiando. Lo segnala Spotify in un report di fine marzo, in cui si constata che i settori in cui lo streaming è veramente cresciuto sono quelli dei podcast e della musica per bambini, mentre le playlist e le canzoni più ascoltate sono quelle dal mood più rilassato: brani acustici, spesso strumentali, tendenzialmente lenti e meditativi. Dati confermati da un altro report indipendente di inizio maggio 2020, secondo cui la musica classica e quella ambient sono “le vere vincitrici di questa quarantena”, con milioni di play in più durante il lockdown. Al contrario, in corrispondenza dell’ondata di contagi in America, il rap mostra un significativo calo di ascoltatori. I ricercatori ipotizzano che possa dipendere dal fatto che negli ultimi anni è diventato un genere molto giovanile e festaiolo. E siccome i giovani di feste non ne fanno più – anzi, siccome nessuno ha proprio voglia di festeggiare – la bolla si è sgonfiata.

La classifica italiana è abbastanza simile a quella di qualsiasi altra settimana degli ultimi cinque anni (salvo il fatto che non sono presenti molte novità, visto che i dischi che stanno uscendo sono relativamente pochi), ma non è stata immune a questi terremoti. Fonti ufficiose parlano di un calo dello streaming musicale che si aggira attorno al 20%, forse dovuto al fatto che, stando ai sondaggi, da noi il 76% di chi ascolta musica lo fa in auto e il 43% nel tragitto casa-lavoro, abitudini ormai risalenti a un’era pre-Covid. Tra le canzoni che hanno visto crescere maggiormente gli ascolti ci sono i grandi classici, quelli urlati a squarciagola dai balconi durante i flashmob, come Azzurro di Adriano Celentano (+715% di streaming a metà marzo). Altre sono letteralmente diventate virali da un giorno all’altro proprio grazie a finestre, poggioli e terrazzi: è il caso di Abbracciame di Andrea Sannino, cantautore napoletano già noto a livello locale, ma sconosciuto al grande pubblico. Il brano era uscito nel 2015, ma è salito agli onori della cronaca grazie ai flashmob, tanto da segnare un incremento dell’820% negli ascolti, cosa che ha trasformato Sannino in una presenza fissa dei salotti tv durante la quarantena. Da una parte è ovvio e prevedibile che, in un periodo in cui la normalità è sospesa, le nostre consuetudini e perfino i nostri gusti cambino. Il vero problema, però, è quello che succederà dopo. In parole povere: la ricerca spasmodica di un sound che ci trasmetta rassicurazioni, messaggi incoraggianti e positivi, buoni sentimenti, proseguirà anche ora che siamo più liberi di uscire e vivere le nostre vite?

L’aspetto bizzarro della questione, in effetti, è che ciò che ascolteremo nel prossimo futuro dipende più dagli artisti e dai discografici che dagli ascoltatori, almeno quando si parla di novità. I primi riusciranno a scrivere canzoni senza farsi influenzare troppo da claustrofobia, ansia da prestazione e incertezze economiche? E i secondi avranno il coraggio di pubblicare anche brani che vanno apparentemente contro lo spirito del periodo e di questa narrazione collettiva? Sono domande per ora senza risposta, ma per avere un’idea di come potrebbero andare le cose basta dare un’occhiata ai cambiamenti dell’industria musicale durante i principali periodi di crisi del ventesimo secolo. In un articolo recente del New York Times, ad esempio, si racconta che nel 1918, ai tempi dell’influenza spagnola, le grandi orchestre rallentarono di molto le loro attività, perché se qualcuno si ammalava rischiava di contagiare i colleghi: si cominciò a suonare in ensemble più piccoli per evitare assembramenti tra strumentisti. Un po’ come capita oggi ai musicisti da cameretta, favoriti dalle circostanze rispetto a chi suona in una vera e propria band e deve andare in sala prove. L’articolo spiega anche che all’epoca le canzoni a tema si sprecavano, tanto che molte composizioni dal titolo The Influenza Blues cominciarono a diffondersi in territorio americano; non siamo certo ai livelli di Ma il cielo è sempre più blu di ItalianAllStars4Life, Andrà tutto bene di Elisa e Tommaso Paradiso o Il mondo cambierà di Gianni Morandi, ma senz’altro ci andiamo vicino, con un pizzico di autoironia e leggerezza in più. Interessante anche notare l’impatto della spagnola sulla musica dal vivo: il divieto di assembramenti c’era anche allora e la maggior parte dei teatri e delle sale da concerto chiusero, causando danni per milioni di dollari. Siccome però i dischi erano ancora una rarità che ben pochi potevano permettersi, il pubblico smaniava per tornare ai concerti, e non appena fu possibile riaprire tutto, tornarono ad affollarli proprio come prima dell’epidemia. Chissà se sarà così anche per noi.

Nel ‘900 non sono state solo le contingenze tragiche a trasformare i gusti musicali della gente, ma anche l’intervento dello Stato. Per risollevare gli Stati Uniti dopo la Grande Depressione, ad esempio, nel 1935 il presidente Roosevelt creò iniziative ad hoc per dare lavoro ai cittadini e a valorizzare la tradizione americana, tra cui il Federal Music Project. Impiegava migliaia di musicisti, compositori e direttori d’orchestra, finanziando concerti, spettacoli, opere e incisioni. In sostanza, gli artisti erano stipendiati dal governo per intrattenere la popolazione, creando un circolo virtuoso che favoriva l’occupazione e risollevava il morale della collettività. Sulla carta era una combinazione vincente, ma c’era un problema: i politici non hanno mai avuto idee particolarmente progressiste e all’avanguardia sul mondo dello spettacolo, ragion per cui erano la musica classica, il musical, lo swing e le big band bianche a essere favoriti da questa situazione. Ben poca attenzione era riservata a generi apprezzati dalla gente comune, come bluegrass, folk, gospel, spiritual, blues e jazz. Il successo di grandi compositori degli anni ’30 come George Gershwin, Cole Porter e Glenn Miller, insomma, potrebbe essere dipeso più da fattori politici che da un reale apprezzamento degli ascoltatori? Difficile dirlo, ma traslando l’iniziativa sull’Italia di oggi, è facile immaginarsi che potrebbe accadere qualcosa di simile: quando il governo parla di elargire fondi alla cultura, di solito si riferisce ai teatri e agli enti lirici, e non certo ai trapper o ai produttori di EDM. Ci aspetta un periodo di grandi incertezze su ogni fronte, insomma, e la colonna sonora che lo accompagnerà è tutt’altro che scontata.