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Il rap (non) spiegato agli italiani

Perché ci ostiniamo a vedere sempre e solo il rap del 1989? Quello delle gang, degli spacciatori diventati businessman. Uno svilimento culturale che orma è fuori tempo e luogo

Kendrick Lamar, foto IPA

Nella prefazione de Il rap spiegato ai bianchi, Mark Costello racconta che a convincere David Foster Wallace a scrivere il libro contribuirono tre fattori: l’ingresso nel mainstream del genere innanzitutto, e una serie di articoli apparsi sul Boston Glove nell’estate del 1989, che riportavano le sparatorie ad opera di adolescenti neri in bicicletta. Infine, durante una tavola rotonda di scrittori a Manhattan, Wallace si ritrovò a difendere il rap che continuava ad essere attaccato in quanto anti-bianco, misogino e pericoloso. Era l’epoca dell’esplosione del gangsta rap, d’altronde, e col senno di poi, pure il libro di Wallace non riuscì in quasi nessuno dei compiti che si era prefisso.

30 anni dopo la pubblicazione di quel libro, gli strascichi di un fatto di cronaca italiana – la bella figura fatta da un ragazzo di Roma, a Torre Maura, nello smontare la logica dei gruppi neo-fascisti – hanno portato, in un twist molto poco preventivabile, il rap al centro di un equivoco di interpretazione. Rispondendo alle accuse di elitismo su un suo tweet sulla vicenda, la scrittrice Elena Stancanelli, sulle pagine del Foglio, ha scritto «oppure vogliamo allevare una generazione di rapper, trapper, uomini e donne che fanno hip hop? Tutti cantanti, musicisti, attori, poeti, tutti Totò, Gioacchino Belli, De Filippo?».

Tralasciando il merito della questione, è abbastanza emblematico il termine di paragone nel quale vengono inseriti rap e hip hop. Come si evince anche dal prosieguo del pezzo infatti, non è possibile contemplare il rap tra le “parole sublimi” che “servono a combattere i bruti”. L’autrice non è certamente l’unica a pensarla così nel nostro paese: fatta salva una piccola minoranza di riviste culturali e di settore, in quello che è possibile definire “giornalismo mainstream” italiano, pochissimi trattano il rap come una cosa “seria”.

Per la maggior parte degli intellettuali italiani, il rap è ancora (e solo) quello del 1989, delle gang, degli spacciatori diventati businessman, e del machismo nero. Ma soprattutto, inteso come genere musicale, non viene ritenuto all’altezza di fornire analisi sociali e culturali della realtà che racconta; e se è vero che questo problema i media mainstream lo affrontano con tutti i generi musicali, la ribalta mediatica del rap ci ha dato modo di constatare come il bersaglio preferito sia stato proprio il rap.

Le difficoltà della stampa italiana a trattare il rap sono state evidenti negli ultimi anni, lì dove il modo in cui è stata gestita la vicenda di Corinaldo che ha visto coinvolto Sfera Ebbasta è stata solo l’esempio più lampante della faccenda. Quante interviste o approfondimenti firmate da quelli che possono considerarsi tra i giornalisti più celebri del paese ricordate? Poche. Ci ha provato Saviano con Ghali, con risultati neanche troppo straordinari e scivoloni quando si è cimentato con altro (si veda Enzo Dong), e pochissimi altri. Se ci sono difficoltà con il rap italiano, figurarsi con quello americano: nella narrazione mainstream italiana è completamente mancata la parte della storia in cui la cultura da cui deriva il rap diventava cultura dominante negli Stati Uniti. Drake, Beyoncé, Lamar, erano solo grandi pop star, capaci di vendere dischi, merch e aggiornare profili Instagram. E se la copertura della parte discografica del rap viene grosso modo effettuata, quando si arriva all’analisi dei fenomeni sociali che sottendono quei testi o quelle canzoni, il livello si abbassa in maniera impietosa. Un esempio? All’uscita di This is America di Childish Gambino, la notizia diventò talmente virale da arrivare su tutti i quotidiani italiani, una cosa impensabile per un brano rap americano. Tuttavia, il video venne liquidato con un generico “messaggio anti-razzista” di Gambino, senza neanche provare a esplicitare la stringente attualità che la performance di Glover si portava dietro.

L’ultima volta che il rap, nel suo significante politico e culturale, è arrivato sui giornali italiani è stato per l’assegnazione del premio pulitzer a Kendrick Lamar. Un evento epocale, recepito come normale da tutti, ma che non sembra aver cambiato la percezione generale del genere. Ovvio che non sono tutti Kendrick Lamar, e che una buona parte del genere si presta agli errori interpretativi che vengono poi commessi – in questo senso gli stilemi classici della trap sono stato un acceleratore. Però il ruolo dell’informazione dovrebbe essere quello di evitare quegli errori interpretativi, cercando di scavare uno strato sotto la superficie per raccontare quello che, da soli, i lettori farebbero più fatica a trovare. Quando XXXTentacion è stato ucciso, il suo disco era primo nella classifica dei dischi più ascoltati in Italia, ma la complessità della faccenda di XXX non è mai venuta a galla tra i quotidiani nazionali.

Ma perché nei media mainstream italiani c’è questa reticenza e vera e propria difficoltà a trattare il rap con la dignità che merita? I motivi sono diversi, radicati nel nostro modo di fare informazione e impossibili da liquidare in breve. Ce ne sono due tuttavia, sui quali vale la pena riflettere. Il primo è la concezione dell’informazione musicale in Italia. Se la musica è “solo musica” è giusto che se ne occupino le riviste specializzate, quelle di settore. Così facendo però, è molto più difficile che il pubblico in generale si educhi a un certo tipo di linguaggio e di argomenti. Il risultato è che, quando si prova poi a parlare a quel pubblico con dei riferimenti musicali, lo si faccia sempre in modi stucchevolmente semplicistici. Inoltre, così facendo si alimenta l’idea che le riviste di settore debbano restare confinate al loro pubblico e alla loro “materia” – una piaga che Rolling Stone conosce bene e che ha cercato più volte di combattere.
L’altro fattore invece, è meramente anagrafico: la classe giornalistica italiana è generalmente vecchia. Un problema che, nel rapporto con il rap, pesa: Davey D storico dell’hip hop e professore all’Università di San Francisco ha più volte evidenziato come il gradimento per l’hip hop di personaggi politici come Obama o Marco Rubio abbia poco a che fare con un cambio di gusto, ma più con un fattore generazionale, “è naturale», continua Davey D, «che chiunque abbia all’incirca 40 anni ha avuto a che fare in qualche modo con il rap”. Ecco, il fatto che i giornalisti italiani dei media mainstream siano generalmente vecchi, non aiuta il processo di integrazione e comprensione del rap. Ancor meno di quello americano, di cui mancano le condizioni di interesse generale – in termini di grandi numeri – e di humus socio-politico per la sua comprensione.

Sarebbe troppo complicato tentare di riassumere il concatenamento di cause che ha reso così difficile fare il giornalista in Italia, ma per fare un rapido esempio: uno degli scrittori e intellettuali più influenti d’America, oggi, è Ta-Nehisi Coates. E’ stato corrispondente per il The Atlantic – la più antica rivista d’America – e ha scritto per il New York Times, il Guardian e via discorrendo. Coates, prima di diventare un giornalista di successo, ha per anni tenuto un blog che era unicamente finanziato da suo padre. Il blog inizialmente parlava solo di rap, di storie di rapper e del loro impatto culturale. Mano a mano il blog è cresciuto e ha cominciato a occuparsi di black culture più in generale, fino a venire inglobato dal The Atlantic. Riuscite a immaginare un blog di rap in Italia che venga preso talmente tanto sul serio dai media mainstream?

Allo stato delle cose è difficile, anche per la scarsa considerazione che abbiamo di tutto ciò che è “pop”, e per il grave fraintendimento che i prodotti culturali pop provocano. L’unico modo per colmare questo gap è provare a educare il pubblico affinché richieda, dagli stessi media, un livello di analisi ulteriore rispetto alla mera notizia. Si può sperare che i media di settore diventino sempre più grandi, che il loro bacino di utenza si ampli e si fidelizzi, ma la sostenibilità economica di quelli che restano in gran parte progetti digital è ancora un grosso punto di domanda. Per questo conviene sensibilizzare il pubblico dal basso.

Serve che i blog e i progetti editoriali digitali provino a raccontare di più le storie e gli impatti sociali e culturali che la musica, e il rap in particolare, generano. Senza limitarsi a raccontare la musica “solo” come musica, svilendone il ruolo. La piena consapevolezza della rilevanza culturale e sociale del rap da parte del grande pubblico passa da un processo di normalizzazione dello stesso, che per riuscire a fare il passo successivo (e diventare argomento di analisi stabile da parte di quotidiani e intellettuali italiani) ha bisogno di raccontarsi meglio e, passatemi il termine, in maniera più “noiosa”. Anche se questo dovesse comportare qualche click in meno.

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