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Il rap è una spina nel fianco di Putin

L'incarcerazione di un rapper 25enne è stata come un bengala in una polveriera e ora è guerra fra una nazione e i suoi stessi giovani. Se non altro, ora il rap in Russia ha ritrovato ciò che in America aveva perso da anni: il messaggio politico.

Un’orda di adolescenti, almeno un centinaio, si è radunata attorno a un’auto rossa, parcheggiata fuori da un locale di Krasnodar, nella Russia meridionale. Stanno tutti col cellulare in mano, immortalando con foto e stories il tizio che è saltato sul tettuccio e si è messo a rappare. Non è uno a caso: il suo nome è Dmitry Kuznetsov, ma qualsiasi cittadino russo fra i 13 e i 25 anni lo conosce con lo pseudonimo di Husky. E infatti, la canzone che canta Dmitry la sanno tutti, parola per parola.

Se uno guarda il video della scena su YouTube, può sembrare una specie di flashmob organizzato all’ultimo minuto dal rapper coi suoi fan. La verità però è un’altra. Dentro a quel locale Husky si doveva esibire, dopo che il concerto inizialmente fissato in un’altra location era stato spostato lì. Poi anche lì, di botto, viene tolta la corrente all’impianto. Né Dmitry né il suo management sanno quale sia ufficialmente il motivo, ma non fanno fatica a immaginarselo. È a quel punto che Husky e il suo pubblico si riversano in strada, improvvisando un concertino sul tetto della macchina. «Mi sono comportato così perché sentivo di dovere delle spiegazioni a chi aveva comprato il biglietto» dirà poi il 25enne in tribunale. Ma perché far annullare il concerto due volte nella stessa sera?

I testi di Husky spesso e volentieri sono una gigantesca presa in giro della polizia e le autorità, e altrettanto spesso ne denunciano i soprusi. La sua è vista come una presenza ingombrante e parecchio scomoda, specie in un paese in cui basta farsi beccare in giro con uno striscione (chiedetelo a Salvini) per rischiare la galera. In più, per le autorità russe la musica di Husky ha parecchi elementi «affini all’estremismo», motivo in più per esortare, come ha denunciato sui Social lo stesso rapper, molti dei locali ad annullare sistematicamente i live già confermati.

Insomma, senza manco far finire il piccolo live sul tetto della macchina, due ufficiali con il colbacco in testa afferrano le gambe di Dmitry, lo tirano giù e lo arrestano. In tutto ciò i fan non se ne stanno con le mani in mano: alcuni urlano insulti alla polizia, altri addirittura cercano di impedire alla volante dentro a cui è ammanettato Dmitry di sparire in direzione della centrale.

In qualche modo, Husky viene portato via e condannato a una pena di 12 giorni in cella. Le accuse vanno dal teppismo (o hooliganism in inglese) ai danni alla proprietà, cioè il tettuccio della macchina su cui si è arrampicato. Qualcuno ha già paragonato l’accaduto alla censura artistica ai tempi dell’URSS, ma è fuori da ogni dubbio che l’episodio sia il culmine di mesi di tensioni fra i giovani russi e chi, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentarli. Un fenomeno che ha preso una piega così vasta e generalizzata da spingere lo stesso Putin a parlare.



È successo nel weekend appena trascorso, durante una riunione con i suoi responsabili delle arti e della cultura che è stata trasmessa in live streaming. «Se una cosa è impossibile da fermare, allora dovrete prenderne il controllo» ha detto il presidente d’acciaio ai suoi presenti al tavolo, aggiungendo anche che un approccio con la mano pesante in questi casi può essere soltanto controproducente. «Hai detto che il rap [si basa su] tre pilastri: sesso, droga e protesta» ha detto Putin rivolgendosi a Igor Matvienko, un musicista e membro del consiglio che ha proposto l’introduzione di un sistema di avvertenza ai genitori sui vari concerti a cui vanno i figli. «Di questi tre, la droga è il più preoccupante. È la strada per il degrado di una nazione.» Da qui è seguita una sfilza di commenti sterili e fondati su pregiudizi vecchi, come le parolacce e la presunta funzione diseducativa, che anche in Italia in questi giorni stiamo rispolverando (ahimè).

Di buono, anzi ottimo, c’è che in Russia il rap sta ritrovando una componente che soltanto negli Stati Uniti è andata persa più di 25 anni fa: l’attivismo politico. Putin però è astuto e ha capito bene sarebbe un errore creare martiri. Stando a quanto riportato su Twitter dall’editore di Russia Today, la sentenza di 12 giorni sarebbe stata ridotta di molto, e lo stesso Husky è stato scarcerato in anticipo grazie all’intervento di “membri dell’amministrazione presidenziale”. In parole povere, più che fermarlo, Putin vuole Husky e l’opinione pubblica dalla sua, non importa se a questo traguardo si arrivi con le buone o le cattive. Ma come Husky ne arriveranno altri, e allora staremo a vedere se il Putin diplomatico continuerà a esistere o se spunterà di nuovo il vero Vladimir, quello che da giovane si è fatto strada in ambienti non proprio vicini al rap.

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