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Il problema di Sanremo con le donne

Alcune autrici e interpreti hanno proposto un modello femminile più aderente alla realtà di quello da romanzo rosa che spesso trionfa al festival. Qualche volta hanno vinto, ma Sanremo è nato maschio e la lotta è impari

Alice vince il Festival di Sanremo 1981 con 'Per Elisa'. Al suo fianco in foto, Claudio Cecchetto, Nilla Pizzi, Eleonora Vallone

Foto: Mondadori via Getty Images

Ed eccoci qui, siamo al momento tanto atteso dagli italiani: quello di sdraiarsi davanti alla tv e vedere stravaccati il festival di Sanremo. Siamo alla settantesima edizione, una cosa incredibile considerando che a un certo punto la Generazione X, alternative o come la volete chiamare era ben compatta nel condannarlo e nel sabotarlo, cercando di diffondere un altro modo di fare musica, di ascoltarla e di intendere lo spettacolo ovvero qualcosa che avesse a che fare con la vita e non con la finzione. E invece molti duri e puri sono andati a canticchiare su quel palco e ancora lo faranno, altri che dovrebbero portare avanti lotte culturali e a favore di una diversità d’insieme sono completamente appiattiti sul teleschermo (che sia per criticare o no non ha importanza, trattasi di ascolti sicuri).

La cosa non può che turbare, anche solo perché a livello di proposta il festival non si è mosso di una virgola dai tempi della prima edizione, a eccezione di qualche genio sparso che ovviamente era lì come un pesce fuor d’acqua (Vasco in primis). A vincere non è quasi mai la bontà delle cose, ma la stanchezza. Le votazioni ti prendono per sfinimento, per rincoglionimento, per la melodia che rimane in testa, per le tematiche reiterate nei pezzi di questi cantanti che vanno nella città dei fiori per trovare un minimo di fama e poi ci rimangono ibernati a ogni stagione fino a superare gli anta. I giovani, che una volta si guardavano bene da stare appresso a una cosa inventata dai bisnonni, ora ci vanno come se fosse normale. Se uno come Calcutta dice giustamente che Sanremo è come la Coppa Italia e che quindi non vale nulla, dobbiamo crederci (Edoardo per sottolineare la faccenda fece i concerti sold out al Palalottomatica mandando sui maxischermi e manipolando deformandole le immagini in diretta del festival).

E, in effetti, non serve che ce lo dica lui, è talmente palese che lo capirebbe anche un alieno caduto per sbaglio sulla terra: eppure nulla, scrittori, opinionisti e tutta la sarabanda di presentatori e comici ci vanno in massa da invitati, e nessuno si vergogna profondamente di aderire a questa parata in odore di propaganda democristiana (sì, le pubblicità a favore della DC, quelle pop degli anni ’70 della serie “votiamo DC, tanto poi la prossima volta magari votiamo altro”). A parte questo, e premesso che ognuno è libero di scegliere la propria morte, le polemiche sono da sempre il condimento di questo spettacolo variopinto: quest’anno è partita la bagarre sul maschilismo di Amadeus e sull’opportunità o meno di avere Junior Cally in gara a causa di testi (in passato, badi bene, perché la canzone di Sanremo parla di tutt’altro e fa la parte del buono) non proprio carucci e delicati con il “gentil sesso”.

Non entrando nel merito dei due individui perché insomma non essendo capaci di difendersi in alcun modo fanno tenerezza sia in buona sia in cattiva fede, la verità è che Sanremo è maschilista per definizione e per fondazione. Non solo nelle tematiche delle canzoni, il più delle volte stereotipo di una vita da romanzo rosa (e quindi anche qui giocoforza il mito del principe azzurro la fa da padrone) che non esiste e che viene narrata per elevare lo status quo ad arte da premiare, ma soprattutto statisticamente, per il numero dei vincitori e delle vincitrici. Siamo a un bel 62 a 31 per gli uomini (senza contare i membri delle band, il che aumenterebbe il numero dei maschietti), e oltretutto sul podio si guardano bene dal far salire artiste di rottura e a tutto tondo, sovrumane come potrebbe essere una Mia Martini che più volte partecipò. Niente da fare, le hanno dovuto intitolare un premio su misura (?) e le hanno dato un secondo posto vergognoso. Le selezioni alla manifestazione permettono sì gli ingressi magari di qualche compositrice e interprete di un certo livello, ma è giusto per far vedere che qualcosa si muove all’interno di una stagnante acqua di governo. E gli autori sono comunque sempre per la maggior parte maschi (e per giunta sempre gli stessi), direttori d’orchestra idem, neanche comprarsi i voti serve a qualcosa, le donne sono sempre “un passo indietro” per il festival dei fiori (e figuriamoci i fluid, lì un disastro proprio). Brutta storia eh? Beh allora vediamo da vicino quali sono le vincitrici dei vari Sanremo, con una veloce analisi del perché e percome ce l’hanno fatta e a quale prezzo. Perché ce ne vuole, di coraggio.


Partiamo dalla grande eroina del festival e figlia della terra e del dopoguerra. Nilla Pizzi è la prima ad essersi piazzata vincente nel 1951 con il grande classico Grazie dei fiori e l’unica ad occupare tutto il podio l’anno successivo (primo, secondo e terzo posto) con la tripletta Vola colomba (una canzone dedicata a Trieste che tornava all’Italia), Papaveri e papere e Una donna prega, unica artista della storia del festival a ottenere tale risultato. Certo, erano altri tempi e all’inizio il festival aveva più canzoni che partecipanti e stampa e critici lo accolsero freddamente: le canzoni ovviamente avevano la firma solo di maschi e tematiche il più delle volte svenevoli, figuriamoci. Ma la Pizzi riuscirà a rivoltare subito la frittata e a interpretare quei brani come ne fosse l’autrice, inaugurando la grande stagione delle interpreti a prova di bomba, quelle che fanno loro il pezzo polverizzando gli stessi autori. Pensiamo a una canzone come Papaveri e papere, nata come critica al potere (alto papavero indica gli uomini di potere), ma celata alla censura sotto una patina proto demenziale che solo col liberatorio ritornello guidato da Nilla poteva rendere chiaro il messaggio: ovviamente non vinse e arrivò seconda. Ma non solo, nel 1952 Pizzi inaugurerà la stagione degli scandali sanremesi grazie a una rissa tra Gino Latilla e Cinico Angelini nata proprio perché i due si contendevano l’amore della cantante. I più ricorderanno che partecipò ai più quotati concorsi di bellezza dell’epoca, io preferisco ricordarla come una delle migliori collaudatrici radio in circolazione presso la Ducati di Bologna. Ad ogni modo la prima eroina a far inceppare le ruote di un mondo musicale fallocentrico, il quale ahimè cerca di riprendere quota e lo farà presto, sia mai.

Nel 1953 è infatti la volta di Carla Boni e Flo Sandon’s con Viale d’autunno, ancora una volta canzone sentimentale dall’andazzo esotico che però – nonostante trionfino non una ma due donne – arresta le innovazioni della Pizzi: niente più critica sociale, niente più sgambetti. Certo è vero che allo stesso festival la Boni presentò il brano Acque amare, che ottenne 3 minuti e 5 secondi di applausi, record imbattuto finora nella storia del festival, e che lo sgambetto lo fece proprio alla rivale Nilla, rubandole il brano vincitore. Ma è chiaro che la musica sta cambiando: per due anni consecutivi sono gli uomini a salire sul podio e solo nel 1956 avremmo di nuovo una donna al comando. È Franca Raimondi, che presenta Aprite le finestre, un’ ode alla primavera e all’amore che nella sua apparente semplicità è, in effetti, un’implicita ode alla libertà di costumi giovanili perché si sa la censura in Italia è sempre dietro l’angolo. La Raimondi anche in questo caso avrà un primato, quello di essere la prima cantante italiana a partecipare all’Eurovision Song Contest piazzandosi in settima posizione. Per ben quattro anni, dal ’57 al ’60, le prime posizioni sono occupati da uomini e poi nel 1961 arriva Betty Curtis a trionfare con Al di là (ma in coppia con Luciano Tajoli, attenzione): siamo agli inizi dello strapotere di Mogol che ne scrive il testo, e agli albori degli urlatori (avrebbe dovuto cantarlo Tony Dallara) e il pezzo pur essendo un grande successo anche negli Usa sembra tornare invece indietro di millenni. Molto più interessante il suo 45 giri Soldi soldi soldi, che di fatto contiene una critica al capitalismo ma che a Sanremo apriti cielo, mai arriverà.

Per altri due anni non c’è traccia di donne sul podio, solo nel ’63 Gigliola Cinquetti e Patricia Ciarli sbancano tutto con la pruriginosa Non ho l’età, che apparentemente sembra una canzone pro verginità, in realtà narra di una relazione tra una minorenne e un uomo maturo, al quale la protagonista darà il suo amore molto presto (due anni e passa la paura, ma intanto i preliminari…). Canzone che vince a sorpresa facendo fuori lo strapotere maschile dei vari Modugno e Villa che evidentemente imparano la dura lezione. Dopo un anno senza figure femminili vincenti, nel 1966 Mr. Volare fa coppia proprio con la Cinquetti con Dio come ti amo, assorbendone la potenza iconica. Idem l’anno dopo fa Claudio Villa con Iva Zanicchi, con la romantica Non pensare a me, ma nel 1967 agli albori del Maggio francese una canzone del genere sembra opera di dinosauri. Nel 1968 infatti ad arginare la rivoluzione trionfano gli uomini, ma nel 1969 Iva Zanicchi torna sul podio con Zingara, affiancata da Bobby Solo, anche se il brano, ispirato da David Lawrence, non sembra filarsi i cambiamenti sociali già in atto, soprattutto nel campo dell’amore. Tant’è che l’anno dopo trionfa la terrificante Chi non lavora non fa l’amore, in cui Claudia Mori appoggia il marito Celentano nel suo delirio conservatore.


Fortunatamente Nada vince nel 1971 con Il cuore è uno zingaro, in coppia con Nicola Di Bari: una canzone sull’amore libero e liberato che, nonostante i paletti sanremesi, dice quello che deve dire e dà speranza per un effettivo giro di boa. Dopo un ’72 e un ’73 al testosterone, infatti, torna sul podio Iva Zanicchi con Ciao cara come stai, una canzone musicalmente antidiluviana, ma con un testo (co-firmato da Malgioglio) in cui mette i puntini sulle i sul mondo maschile, incapace di comprendere le donne e destinato a parlare con una sedia, quasi un Teorema di Pasolini versione canzonetta. Peccato che, dopo un anno di magra muliebre, a trionfare nel 1975 sia la misconosciuta Gilda in un’edizione in cui le case discografiche boicottarono Sanremo lasciandolo alle cosiddette “nuove proposte”. Diciamo peccato non perché sia una donna a trionfare, ma perché la canzone in gara Donna del sud è una terrificante apologia della remissività a favore dei ‘valori’ tradizionali della calzetta contro la modernità. Un autogol maschilista che però paradossalmente prevede la prima cantautrice sul podio (Gilda scriveva le sue canzoni) ed altre due ragazze al secondo e terzo posto (nello specifico Angela Luce e Rosanna Fratello).

È un cortocircuito risolto nel 1978 con la mitica E dirsi ciao dei Matia Bazar, che trionfa soprattutto per la fenomenale Antonella Ruggiero: sì, ok, la band è in prevalenza maschile (e la performance vocale è divisa con il chitarrista e il tastierista), ma è oscurata dalla presenza e dall’ugola della nostra eroina. Ancora lontani dalle glaciali essenzialità di Vacanze romane, presentata a Sanremo nell’83 stravincendo il premio della critica, i Matia inseriscono però nel prevedibile romanticismo generale una dose di esistenzialismo figlio del punk. Punk che arriva finalmente, come un tifone che spazza via tutto il vecchiume, con Alice e la sua Per Elisa, trionfatrice nel 1981. Il pezzo scritto da Battiato-Pio e cosa più importante dalla stessa Alice diventerà una metafora dalla dipendenza di eroina anche se di base il concetto era l’amore come una pericolosa droga (e in questo si pone in chiara opposizione con la canzonetta mielosa del festival, che abbatte a tutti gli effetti). Il modello femminile che rappresenta Alice è quello della donna decisa che vi fa a fette, ancora oggi imbattibile per potenza: mai primo posto fu più meritato da un fiocco rosa.

Per vedere un’altra donna sul podio dovremo attendere il 1983 con Sarà quel che sarà della Rivale, una canzone lievemente elettronica tutto sommato modesta che ricorda Up Where We Belong già nelle prime note, comunque successo inaspettato per una debuttante (per quanto ahimè effimero). Sicuramente meglio dei successivi anni ’84 e ’85 nei quali trionfa il synth pop nazionalpopolare di Al Bano e Romina Power (che mantengono almeno una tensione da dopobomba) e dei Ricchi e Poveri in cui l’equilibrio tra lo yin e lo yang non è certo dei migliori e prelude a tre anni di predominio maschile.  Nel 1989 però il trionfo delle vocione di Anna Oxa e Fausto Leali mette in equilibrio le parti con la celebre Ti lascerò, che purtroppo rimane nel filone degli “amorazzi” senza nulla aggiungere e nulla togliere. Altri cinque anni  e non c’è traccia di femminile al primo posto: dovremo aspettare Giorgia che nel 1995 vince con Come saprei: grandi doti vocali dalle solide basi r&b, ma la canzone ancora una volta parla di spicciolo amore maschilista (come saprei stupire l’uomo che sei?) e l’anno dopo Tosca in compagnia di Ron con Vorrei incontrarti tra cent’anni che segue il copione sanremese della canzone d’amore scritta “apposta per”. Che non si passa un bel momento è chiaro, ma la vittoria dei Jalisse con Fiumi di parole (altra canzonetta con la parola amore) mantiene almeno la percentuale femminile, che continua la sua onda verde nel 1998 e nel 1999 con il primo posto di Annalisa Minetti e Anna Oxa. La prima, unico caso nella storia del festival, vince sia nella categoria big sia in quella delle nuove proposte con Senza te o con te, pezzo che lascia perplessi, mentre la seconda si aggiudica la seconda vittoria ma stavolta da sola, con la grandezza vocale e scenica che la contraddistingue. Peccato che il brano ricordi I Want to Tell You dei Beatles, ma almeno il testo parla di un amore non remissivo in cui la donna finalmente “mena” (Senza pietà il titolo, tanto per dire…).


Il cinquantesimo festival di Sanremo rimane privo di eroine in vetta, mentre nel 2001 trionfa Elisa con Luce, brano in cui mette lo zampino Zucchero: ma pochi sanno che Adelmo si limita a tradurlo, il pezzo è tutto farina del sacco della ragazza che vince anche il premio della critica e un nuovo premio ad hoc pensato proprio dopo la sua esibizione, ovvero Miglior interprete. In effetti la canzone è il primo brano in italiano di Elisa ed è – forse logicamente – meglio di qualsiasi cosa da lei fatta in inglese, sorretta da una voce che calza perfettamente con la sua giovane età aldilà di tutto. L’anno successivo tornano a vincere i Matia Bazar, ma in formazione ‘pensionabile’ e oramai rimaneggiata, con la nuova cantante Silvia Mezzanotte e un pezzo da parrocchia che fa rimpiangere i fasti di una volta, il beguine Messaggio d’amore. Né Alexia nel 2003, pur vincendo, riesce a portare un brano incisivo (molto meglio il suo passato alla Think About the Way) nonostante sia scritta di suo pugno e abbia una buona voce soul.

Ma non ci lamentiamo, anzi: perché poi siamo di fronte al tracollo. Dal 2004 al 2011 infatti svettano solo uomini, con la sola eccezione del 2008 in cui la canzone vincitrice è quella di Giò Di Tonno e Lola Ponce (i mattatori di Notre Dame de Paris) ed è scritta da una Gianna Nannini senza la grinta di un tempo, ma in vena di operetta, forse infettata dal virus sanremese. Perché dal 2011 al 2019 le vincitrici donne sono solo due: Emma Marrone nel 2012 con l’ imbarazzante Non è l’inferno, che per quanto non parli d’amore è la classica canzone patriota zeppa di luoghi comuni (e non è colpa sua ma dell’autore, Silvestre dei Modà, ovviamente maschio). Nel  2014 Arisa con Controvento almeno porta una tematica esistenziale, con arrangiamenti finalmente più moderni e ricercati rispetto alla media del festival (autore sempre uomo ma vabbè). E poi basta, fine, stop.

Ne deduciamo che non tutte le ciambelle riescono col buco e che è davvero tosta imporre un modello femminile serio in una manifestazione del genere: sarebbe come pretendere che al servizio militare si parli di pace e disarmo. Se c’è una cosa bella di Sanremo, e lo ammettiamo, è vedere l’aura di weirdness che lo circonda, e i cantanti più improbabili in gara: ma di certo non per cercare una qualsiasi parità, perché non esiste. E non ditemi che si premia la qualità e non l’appartenenza a un sesso, perché la qualità in questo caso non è la regola, ma l’eccezione. È possibile che quest’anno vinca una donna, viste le polemiche che hanno preceduto il festival, ma questa è un’ altra storia. Magari saranno capaci di cedere comunque il podio all’ennesimo cromosoma Y. Tanto per non smentirsi, dai.

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