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Il pazzesco esordio degli Arctic Monkeys, 13 anni dopo

Il 23 gennaio 2006 usciva 'Whatever People Say I Am, That's What I'm Not', l'album che ha portato le assurde notti di Alex Turner a Sheffield nelle radio di tutto il mondo. Per festeggiare l'anniversario, ecco la recensione originale pubblicata su Rolling Stone USA

Gli Arctic Monkeys nel 2006

Foto Press

Era dai primi live degli Oasis all’inizio degli anni ’90 che la stampa inglese, già iperbolica di suo, non si lasciava andare al genere di sovreccitazione critica che ha accolto gli Arctic Monkeys. Un magazine britannico ha definito i Monkeys “La Band più Importante della Nostra Generazione” e il loro album di debutto, Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, il quinto album britannico più bello di tutti i tempi – e tutto a meno di una settimana dalla sua uscita. La stampa inglese, comunque, è solo leggermente più eccitata del pubblico inglese, che ha trasformato l’esordio dei Monkeys nell’album di debutto venduto più velocemente della storia.

Le buone notizie: nel caso di questa punk band artistoide, l’hype e la realtà non sono poi così distanti. Questo modesto quartetto di teenager è specializzato in accelerazioni e ripetizioni – di riff succinti e rumorosi, oppure dei testi verbosi firmati dal frontman Alex Tarner. Chitarre ansiose si intrecciano con batterie accelerate, un suono che è un ruggito vigoroso e senza fronzoli.

Cresciuti nella provincia desolata e industriale di Sheffield, i Monkeys hanno preso per la prima volta in mano gli strumenti tre anni fa. Durante i loro primi concerti, regalavano al pubblico delle demo che subito hanno fatto il giro della rete. Prima ancora che firmassero il primo vero contratto discografico, gli Arctic Monkeys avevano già un pubblico di fan che cantava a squarciagola sotto il palco.

Le osservazioni iperrealiste di Turner ci aiutano a capire perché questo gruppo ispiri così tanto entusiasmo. Il frontman documenta le vite dei giovani clubbers inglesi con un pronunciato accento dello Yorkshire, ed è una star insolita che descrive una vita notturna incasinata e senza glamour. Whatever People Say I Am è praticamente un vecchio concept album su una generazione di clubber proletari, un Saturday Night Fever per figli di famiglie cresciute con la disco e il punk. L’obiettivo dei personaggi di Turner, però, non è diventare il ballerino migliore, o di fuggire da una grande metropoli: è restare vivi.

La traccia d’apertura, The View From the Afternoon, apre le danze con un testo intrappolato in un vicolo cieco: “I want to see all of the things that we’ve already seen”, canta Turner. Le canzoni successive nominano tutte queste cose – poliziotti annoiati che si sfogano su minorenni ubriachi; buttafuori vendicativi; risse prima, dopo e durante la discoteca. Riot Van introduce la seconda parte dell’album con un ritmo più drammatico, e nonostante presenti la melodia più dolce dell’album, non perde in violenza e vitalità. Red Light Indicates Doors Are Secured racconta con un piglio in stile Strokes un disastroso viaggio notturno in taxi attraverso le strade di Sheffield. In When the Sun Goes Down, Turner dipinge un’immagine vivida delle prostitute della provincia e dei loro papponi (“He told Roxanne to put on her red light / IT’s all infected, but he’ll be all right”), sputando dettagli e personaggi che renderebbero felice qualsiasi MC. Il brano conclusivo, la lunga A Certain Romance, è un riassunto di tutto quello che è stato detto nel resto dell’album, e mostra sia simpatia che pena per tutto quello che hanno vissuto i cattivi ragazzi di Sheffield: “The point’s that there isn’t no romance around there”.

Riusciranno gli Arctic Monkeys a convincere l’America? La band non ha un singolo forte quanto, per dire, Take Me Out dei Franz Ferdinand, ma Whatever è molto più di questo: è una botta di riff eccitanti e storie appuntite che diventano più intense una ripetizione dopo l’altra. Gli Arctic Monkeys hanno scritto un album di cui godranno diverse generazioni di punk americani, ma sembra improbabile che questo mondo di ragazzini inglesi in tuta possa affascinare il tipico fan dei Fall Out Boy. Per ora, però, sappiate che la band ha trasformato in coolness, per quanto inesperta, la loro fredda Inghilterra di provincia.

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