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Il mistero delle sorelle Bertè

Nate lo stesso giorno ma in anni diversi, Loredana e Mimì sono come due gemelle mancate. Rappresentano un corpo unico nella musica italiana: eroine fragili e piene di talento, determinate contro i benpensanti di oggi e di ieri

Loredana Bertè e Mia Martini

Ci sono cose nella vita che sono davvero inspiegabili: segnali che rimangono tali, che non si sviluppano in fatti concreti, fermi come uno scrigno che non si riesce a scoperchiare e a noi non rimane altro che sperare, un giorno, di sciogliere determinati interrogativi e trovarne la chiave. Succede ogni giorno, ma raramente ci concentriamo su questi eventi miracolosi: ovviamente non parlo di miracoli religiosi, ma di fenomeni meravigliosi spesso fatti solo di carne ed ossa. È il caso del mistero Mia Martini/Loredana Bertè, le due sorelle più famose della musica italiana.

Sono nate lo stesso giorno, il 20 settembre. Stesso segno zodiacale, età diversa. Più giovane Loredana, più grande Mimì. Una mantiene il cognome paterno e il nome di battesimo, l’altra usa uno pseudonimo. Entrambe sono accumunate da una grande passione, la musica. La musica è stata infatti il motivo principale per cui le due ragazze sono riuscite ad emanciparsi con forza titanica da una storia familiare opprimente, da un padre violento con il quale non si sono mai veramente riappacificate, da una situazione di provincia che non poteva che stare stretta a due personalità così carismatiche e di rara intelligenza. Forse è arrivato il momento di pensare che in fondo Mimì e Loredana fossero due gemelle mancate: insieme rappresentano un corpo unico nel mondo musicale italiano tanto che probabilmente separare le due produzioni artistiche è quanto di più errato si possa fare per poter veramente capire la loro caratura.

Come due facce di una sola luna, si compenetrano e completano. Lo si nota innanzitutto dalle voci, due ugole incredibili. Quella di Loredana graffiante, maledetta e rock, in cui la lotta per la vita è basata sul prenderla a morsi. Quella di Mia è altrettanto riottosa, ma la battaglia viene combattuta in maniera più interiore, intima, isolazionista, quasi un bisturi che ti va sottopelle senza accorgertene. Una voce ultra tecnica ma allo stesso tempo istintiva come quella della sorella, proprio per questo suo tirare fuori le unghie senza infilarle direttamente nella carne, provocando comunque una ferita profonda che non può rimanere inosservata all’anima che reagisce di riflesso.

Il dolore esistenziale delle due sorelle è lo stesso, ma espresso in maniera diversa e complementare: una usa l’attacco, l’altra la difesa. Una ostenta la forza, l’altra la fragilità. E all’inizio delle rispettive carriere erano davvero inseparabili: insieme al fratello acquisito Renato Zero cercavano con ogni mezzo necessario di trovare il modo per registrare ed esibirsi, facendo una gavetta zingara e coraggiosa (agli albori le due sorelle finirono addirittura insieme nel disco di Cicho Buarque Per un pugno di samba), roba che oggi è impensabile: nei talent troviamo ragazzi che pur avendo delle buone voci, sono ingozzati di brani mediocri come oche pronte per il patè, infarciti di cover inascoltabili, una totale assenza di personalità che in queste manifestazioni è schiacciata di proposito.

Chi ha personalità non può finire bene nel business musicale. Le due sorelle lo sapevano e hanno pagato a caro prezzo la loro indipendenza, lottando con case discografiche e manager illustri che hanno provato più volte a ridurle sul lastrico e sabotarle ferocemente. Avevano alle spalle autori eccezionali: Franco Califano, Bruno Lauzi, Mario Lavezzi, Enrico Ruggeri, Claudio Baglioni, Pino Daniele… l’elenco è lunghissimo. Ma soprattutto Ivano Fossati, l’uomo che artisticamente le due donne si sono divise ottenendo dei risultati incredibili.

A volte, però, gli uomini se li dividevano non solo artisticamente. Per esempio il bassista dei Pooh Red Canzian, uomo particolarmente riservato, ebbe una storia sia con Loredana che con Mimì, ovviamente in tempi e modalità diverse. Ma Fossati era il vero grande amore di Mia, e la loro unione è stata una vera e propria polveriera che ha creato capolavori come Danza (1978), un disco che andrebbe studiato nelle scuole per la sua “perfezione” formale e per la sua “imperfezione” emozionale che lo rende una perla rara. Loredana viveva questo amore di riflesso ma era come se ci stesse dentro anche lei, anzi forse molto di più: Traslocando, disco dell’82 per buona parte scritto arrangiato e prodotto da Fossati, rappresenta infatti la chiave che la porterà al successo totale.

L’amore tra le due sorelle era sicuramente quello più grande e più importante di tutti, tanto che possiamo dire che Fossati era illuminato nel suo operare dall’energia che esse sprigionavano, e che proprio grazie a loro ha scritto canzoni eterne come Non sono una signora o La costruzione di un amore. Si potrebbe pensare, come tutti dicono, che tra le due la grande cantante fosse Mimì, con quelle dinamiche che carezzavano come un pugno e con quella vocalità virtuosa ma che veniva dal cuore e non era mai fine a se stessa: invece “the voice” era proprio Loredana: Mimì, in realtà, era una vera e propria cantautrice, come lei stessa affermava. Lo dimostrano due dischi: Mimì del 1981 e Quante volte… ho contato le stelle del 1982, nei quali finalmente Mia si emancipa dagli autori maschili (ma anche femminili, se pensiamo alla passata Ma quale amore con le liriche di Franca Evangelisti e la musica di Venditti) e scrive di suo pugno musica e testi. Vecchio sole di pietra, in cui Fossati è accreditato come autore delle musiche, in realtà lo vede solo sviluppare le idee musicali di Mimì.

Di contro Loredana è ricordata per performance canore dure e calorose, ma anche astratte: come Fotografando, oppure Savoir Faire e la celeberrima Il mare d’inverno, scritte entrambe da Enrico Ruggeri. Ma una volta che la Bertè le intona, l’autore sparisce: è definitivamente come se la canzone l’avesse scritta lei e nessuno può interpretarla in quel modo, forse più di Mimì perché nel suo caso il rispetto per l’autore è totale e quasi sacro. Per non parlare dei pezzi scritti da Alberto Radius come Goccia, cantati in maniera che il chitarrista non sarebbe riuscito a fare neanche dopo un patto col diavolo. È per questo che più che cimentarsi a scrivere musica, Loredana sceglie principalmente i testi con cui vestire la sua voce. Diventa autrice nel 1993 con l’album Ufficialmente dispersi, spiazzando la critica con un racconto crudo e autobiografico che solo lei poteva trasformare in note. E poi i generi musicali: come due facce di una stessa moneta, le due sorelle ispezionano zone della musica nascoste, sperimentando in maniera internazionale senza nulla concedere al facile consumo. Se la Bertè è attentissima alle nuove tendenze, scommettendo su sonorità non ancora del tutto popolari in Italia ma che poi si riveleranno vincenti, addirittura precedendole (ricordiamo la sua pionieristica infatuazione per il reggae nel 1979 con E la luna bussò e, soprattutto, l’invenzione del noise rock italiano con il controverso Streaking del 1974, ma anche il flirt con la fredda elettronica teutonica di Stare fuori del 1982), Mia si concentrava sul superamento dei generi (quindi sulla musica inattuale perché sempre attuale) e sulla rielaborazione di linguaggi codificati come il funk, la musica ottocentesca, la psichedelia, la canzone d’autore, il jazz, la musica francese, il pop, aggiornando e frullando tutto in un mix che non possiamo che definire crossover ante litteram.

Entrambe si spogliavano davanti al pubblico nelle loro canzoni, e lo facevano con un’onestà disarmante. Si spogliarono anche nelle riviste come Playboy, anche lì mostrandosi diverse ma uguali: la Bertè sfoggiando una sessualità aggressiva e passionale, la Martini delicata e romantica. Non per mercificare il loro corpo (anzi, Mia interpretò il brano Io donna io persona proprio a fugare ogni dubbio e a mettere i puntini sulle i) ma perché il loro corpo era espressione artistica come la loro voce, in un atto di riappropriazione ben definito, quello del ritrovato amore per se stesse.

Per entrambe l’amore era solo tormentato. Se da una parte Mimì e Fossati erano una delle coppie dal rapporto più difficile della storia del pop italiano, dall’altra Loredana si ritrovava invischiata nel legame con il tennista Björn Borg che presto gli rovinerà la vita. Dopo queste esperienze traumatiche, le sorelle cercheranno rifugio in sostanze più o meno legali, sbattute contro il muro della vita, entrambe profondamente idealiste anche nelle loro trasgressioni, sempre assolutamente vere. Anche il rapporto tra di loro era complicato, pieno di scontri a causa di due caratteri così diversi e forse per questo così attraenti per entrambe, rivali solo per il tempo (anche lungo e anche forte) passato a bisticciare, come se avessero lo stesso sangue che scorre controcorrente.

Contro i benpensanti di oggi e di ieri, le sorelle Bertè sono fari nella notte nera del patriarcato ma anche di un certo tipo di idea di donna forte che, meno male, così forte non è. Anzi, è proprio portando l’esempio dell’eroina che può e deve anche cadere che le due sorelle hanno liberato la forza femminile schiacciata dalla mentalità italiota tutta schemi ed etichette precostituite.

Mimì, purtroppo, cadrà davvero in circostanze poco chiare. Ci lascia nel maggio del 1995, trascinandosi dietro una scia di ipotesi e di supposizioni annegate in torbide situazioni familiari al cui solo pensiero viene la pelle d’oca. Ma prima ancora, Mimì venne uccisa in vita da quella scempiaggine dell’additarla come jellatrice, a causa probabilmente di un suo rifiuto a un impresario senza scrupoli. La storia attorno al mortale incidente in pulmino del 1970 dal quale partì tutta quest’assurdità – che arriverà persino al sabotaggio delle sue esibizioni in tv e dal vivo, spesso da idioti come Gianni Boncompagni –, è un chiaro esempio di miopia e ignoranza maschile. Perché le sacerdotesse fanno paura e vengono subito messe sul rogo come streghe, soprattutto se preveggenti.

Sul rogo ci finirà anche Loredana, additata da molti di essere una pazza, un’alcolizzata e chissà cos’altro, senza che gli accusatori mostrino rispetto per la storia personale e per la sua caratura di artista senza padroni. Giocoforza la Bertè dimostrerà invece di bruciare a fuoco lento, ma viva: fino a farlo spegnere. Anche lei reduce da un tentato suicidio nel 1992 e da una serie di crisi, ora è risorta alla grande rimanendo sulla cresta dell’onda, vera punk senza età, a metà tra indie pop e tecnorock, non disdegnando neanche operazioni commerciali.

Sì, certo, alcune sono discutibili, e discutiamone pure: ma qui c’è in gioco la vita e la vita è anche gioco, non solo dramma. Loredana, che di drammi ne ha vissuti veramente, lo sa. Ed è in lei che Mimì continua a vivere, ed è per Mimì che Loredana vive e canta per noi. È una delle più grandi storie d’amore che abbiamo avuto l’onore di vedere in Italia: e niente, tutto questo papiro solo per dire buon compleanno Loredana, buon compleanno Mimì. Passano gli anni ma, come dice un verso di Stiamo come stiamo, la loro unica canzone insieme (nonostante alla fine insieme le abbiano cantate idealmente tutte): “c’è una piramide di cielo ancora da scalare”.

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