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Il Concertone ci ha detto che c’è speranza per la musica in tv

Se davvero dovremo fare a meno a lungo dei veri concerti, il Primo Maggio potrebbe essere un modello, un contenitore strutturato con esibizioni che non somigliano a dirette Instagram approssimative

Gianna Nannini canta sulla Terrazza Martini a Milano

L’ultima volta che Vasco Rossi aveva accostato il suo nome al Concertone, nel 2009, la situazione era ingestibile: gran parte del pubblico era lì solo per lui e aveva subissato di fischi e cori gli altri artisti, mentre la sua esibizione risultò molto più lunga delle altre. Troppo grande per l’evento, insomma. E pensare che per quest’anno il Primo Maggio avrebbe persino moltiplicato la posta: oltre al Blasco, anche Zucchero, Sting, Patti Smith, Gianna Nannini. Uso il condizionale perché, ecco: fossimo in Piazza San Giovanni, non ce ne sarebbe per nessuno; invece seguiamo tutti dal divano, e in un certo senso è come se i valori in campo si azzerassero, in questa specie di One World: Together at Home marchiato Cgil, Cisl e Uil. O meglio: è come se i valori in campo fossero più consoni alla situazione.

Perché questa trentunesima edizione fa di necessità virtù: prende cantanti mediaticamente enormi, che portare tutti insieme in piazza sarebbe stato difficile, e gli fa fare piccoli set da remoto, mentre intorno a loro costruisce un cast pop lontano tanto dallo storico alternative da battaglia quanto all’itpop degli ultimi tempi. Insomma: il Concertone diventa televisivo, nazionalpopolare. Si accorcia (“solo” dalle 20 a mezzanotte), e anche il format “itinerante” strizza l’occhio alla tv: epicentro al Teatro delle Vittorie di Roma, coi live su un palco poco distante al Parco della Musica, alcuni contributi registrati da casa e altri da locali sparsi per l’Italia, scelti direttamente dagli artisti.

Anche se, più in maniera simbolica che altro, si parte proprio da una Piazza San Giovanni deserta. Presenta Ambra, alla terza conduzione di fila, stavolta sola e con la voce rotta. «Mai come quest’anno non si tratterà di una festa. Molti operatori sanitari hanno lavorato senza tutele, è partita subito la campagna elettorale, sono stati colpiti i risparmi della gente comune: ce ne siamo accorti». Via ai videomessaggi: di infermieri, autisti, cassintegrati, braccianti; di chi lavora ancora, di chi non può più, di chi non dovrebbe. Poi Landini, Furlan, Barbagallo. L’appello coincide con lo slogan del Concertone versione coronavirus: il lavoro in sicurezza, per costruire il futuro. «È un Primo Maggio di domande, sono l’unica certezza che abbiamo», dice Ambra, che per gran parte della diretta da studio sarà molto seriosa e composta, in linea con il resto dello show.

Intorno alle 8 e mezza arriva Vasco, da casa e preregistrato, ed è come trapelava: è il primo musicista in scaletta, ma non suona. «Mi hanno chiesto di salutare tutti, quindi lo faccio. Spero di abbracciarvi fisicamente presto». Un cerimoniere un po’ impacciato. Subito dopo parte Un senso con filmati di repertorio da uno dei suoi San Siri – il riferimento, credo, è ai dimenticati che lavorano dietro le quinte dei concerti, ma ci sono anche le immagini dei fan e tutto è più confuso. E, in ogni caso, è un po’ una falsa partenza.

Molto meglio Gianna Nannini, che dalla Terrazza Martini di Milano è il primo live della serata: da sola al piano, fa un medley che ha il culmine nella doppietta nazionalpopolare di Meravigliosa creatura e Sei nell’anima. Dal Parco della Musica, invece, si suona con la band al completo: prima Alex Britti su 7000 caffè, poi Francesco Gabbani in eco di Sanremo di Viceversa. Dopo, sempre in zona Ariston, Le Vibrazioni con Dov’è, mentre a rifornirci di classici saranno i fratelli Bennato (in acustico, da casa) con L’isola che non c’è. E, insomma, è tutto come da pronostico: pop e generalista, tarato per il pubblico della tv, ma con una qualità (delle immagini, della regia, banalmente anche della musica) migliore tanto di un qualsiasi collegamento improvvisato da casa, quanto dello storico live di piazza. Al netto di un qualche “grazie” urlato, che cozza con la sala vuota del Parco della Musica, e soprattutto di alcuni sospetti su eventuali playback – ma non facciamo i maliziosi.

In studio, intanto, Ambra riporta in auge gli intermezzi di sempre con pensieri (giustissimi) ai rider, ai braccianti e alla “scuola online al tempo del Covid”, con studenti collegati dal vivo che raccontano le stranezze della didattica a distanza, in un siparietto sì televisivo, ma meno riuscito degli altri. Fra i live spicca Lo Stato Sociale, con un’esibizione registrata in una Piazza Maggiore deserta, a Bologna, con tanto di Forze dell’ordine e rari passanti alle spalle. Ed è uno dei momenti più riusciti: prima Una vita in vacanza in versione acustica, con melodica, “vecchia che balla” e qualche mascherina; poi il tributo a Mirko dei Camillas, scomparso recentemente a causa del Covid, con una cover della loro La canzone del pane.

Dopo tocca a un altro big, Zucchero, ma il copione è stile Vasco: non suona, ma manda filmati di repertorio da alcuni live, tanto che sembra più un tributo unidirezionale che un’ospitata, perlomeno finché non si torna in studio e ce lo ritroviamo in diretta con Ambra. Un pensiero – sacrosanto – Fornaciari lo manda ai dimenticati del mondo dello spettacolo. Poi se la cava a suo modo: «2020: stringi il culo, stringi i denti!». È una delle rare note di colore della serata. Più elegante Sting, che da casa ci dedica un must dei Police come Don’t Stand So Close to Me. Patti Smith, invece, canta Grateful in acustico, e anche in edizione d’emergenza – sporca e con la ripresa in verticale – è una lezione. Per quanto, in ogni caso, i loro sono più contributi “istituzionali” che altro.

Il vero live, diciamo, è quello degli altri, fra Roma e il resto d’Italia. Il ritmo dello show è più calibrato del solito concerto da piazza: i tempi sono da trasmissione televisiva, gli intermezzi di Ambra (relativamente spigliata, per essere una conduttrice del Concertone) sempre un po’ così ma più strutturati, c’è pure Edoardo Ferrario che a sorpresa rilegge Esami in chiave maturità “al tempo del Covid” – altro leitmotiv della serata. Per quanto riguarda le esibizioni, dal Parco della Musica la qualità è sempre abbastanza alta (Paola Turci, Tosca e la cover di Bella ciao), mentre dalla sua Bassano del Grappa Francesca Michielin suona una versione impeccabile al piano di Cheyenne. Irene Grandi, invece, da Firenze con l’ultima Finalmente io rimpingua la quota Sanremo 2020, mentre con la hit La cometa di Halley quella nazionalpopolare, come pure fa Noemi con Sono solo parole e Vuoto a perdere.

Sono micro-esibizioni di massimo due canzoni, non tutte memorabili ma alcune sicuramente interessanti, e la resa è sempre intima e meno sporca di quella di sempre. Ne è un esempio, in positivo, Niccolò Fabi, che intorno alle 23 apre un set elettro-acustico che è una perla, fra classiconi come Una buona idea e Costruire: atmosfera delicata, cristallina, sicuramente non replicabile in Piazza San Giovanni. Il resto è operaio e un po’ freddino: Leo Gassman, Fabrizio Moro, Ermal Meta con un video animato sulla nuova Finirà bene, Luca Barbarossa con i musicisti (tra cui Paolo Fresu) “a distanza”. Bugo, che evidentemente non riesce a fare a meno di duetti “pericolosi” canta Sincero con Nicola Savino, e sembra più una gag che altro. A volte si tira qualche sbadiglio per esibizioni più piatte, mentre in mezzo si trovano comunque delle perla, come l’unplugged di Godano La canzone che scrivo per te, l’omaggio dell’Orchestra di Santa Cecilia a Morricone (con Nuovo cinema paradiso!).

I messaggi, del resto, per fortuna non mancano e sono rivolti all’Italia “che resiste”, a chi rischia di rimanere sommerso dalla crisi, tecnici dello spettacolo in primis. Latitano, semmai, i momenti morti della casa, o stereotipi come la bandiera dei quattro mori perennemente in piazza, su cui scherza anche Ambra. A proposito, la piazza: nostalgia, eh? Specie quando vediamo Britti, alla fine, suonare Hey Joe in una San Giovanni vuota. Questo è stato un non-Concertone, più freddo, opposto a quello classico: «Ci manca San Giovanni, oggi non c’è niente da festeggiare» ha ripetuto più volte la conduttrice e lo show è stato malinconico, televisivo, impostato, meno spontaneo (Ambra a parte, commossa anche sul finale). Rimodulato sulle emergenze e sui mezzi di questi giorni, e proprio per questo non ha molto senso fare confronti col passato. Quest’anno è andata così, amen. E il cast, tra l’altro, è stato funzionale a questa impostazione diversa, per quanto a tratti un po’ piatto – dov’erano, per dire, i Subsonica?

Ma – ribadisco – il paragone con la versione di piazza ha poco senso. Semmai, la riflessione deve andare al futuro: stasera, con un minimo di preavviso, si è riusciti a imbastire un evento che, per quanto poco dal vivo, ha portato la musica in tv, all’interno di un contenitore strutturato, con delle esibizioni che non erano affatto delle dirette Instagram approssimative. Se davvero, come sembra, dobbiamo stare un anno senza concerti: Rai, o chi per te, facci questo regalo più spesso. Perché quella di stasera, se vogliamo, poteva già essere una prova generale. Ed è anni luce avanti a tutte le altre maratone da Covid che abbiamo visto finora. Dirette Instagram comprese.

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