Il blog di Nick Cave ci ricorda che l'arte si fa nel mondo, incontrando gli altri | Rolling Stone Italia
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Il blog di Nick Cave ci ricorda che l’arte si fa nel mondo, incontrando gli altri

In solo tre anni il sito ‘Red Hand Files’ è diventato un luogo d’incontro fondamentale tra il cantautore e i suoi fan. È uno spazio libero dove non esistono domande sbagliate e si parla di tutto, dall'eroina a Kanye West

Nick Cave a metà anni '90

Foto: Dave Tonge/Getty Images

Quando nel settembre 2018 Nick Cave ha dato il via al progetto Red Hand Files nessuno sapeva bene cosa aspettarsi. “Puoi chiedermi quello che vuoi. Non ci sarà un moderatore. Rimarrà tra me e te”, spiegava il cantautore australiano lanciando il blog, associato a una newsletter che propone agli iscritti i singoli contenuti pubblicati di volta in volta dall’ex Birthday Party in risposta alle domande poste sul sito dagli utenti: “Stiamo a vedere quello che succederà”. E concludeva: “Con amore, Nick”.

E di amore nei Red Hand Files, diventati ormai familiari a qualsiasi fan del rocker, ce n’è davvero tanto. Attraversa ogni post, scorre come il sangue così tante volte chiamato in causa da Cave nelle sue canzoni e nelle sue narrazioni, spesso brutali, spesso sconcertanti. Non importa che il leader dei Bad Seeds annunci il titolo del suo nuovo album, parli di plagio, commenti un brano di Bob Dylan, esprima la sua ammirazione per Kanye West, rifletta sul ruolo dell’artista nel mezzo di una pandemia, ragioni sull’esperienza del lutto e della perdita: quello che accomuna tutti gli interventi di Nick Cave tra le pagine virtuali dei Red Hand Files è un senso di comunione con i suoi fan che forse nessun altro artista è in grado di eguagliare. Non ci sono domande di prima e seconda categoria. A tutte – posto che è richiesta, chiaramente, una selezione, considerando che ne arrivano centinaia –, che chiedano conto del senso dell’esistenza o di quello che Cave ha mangiato la sera prima, il Re Inchiostro risponde con la stessa serietà, la stessa dedizione e lo stesso calore. A volte offre informazioni concrete, a volte un vero e proprio supporto – come quando a una persona dipendente dall’eroina Nick Cave ha consigliato di andare “a un fottuto incontro” dei Narcotici Anonimi ricordando quanto frequentare gli appuntamenti dell’associazione sia stato per lui stesso, con un passato da eroinomane, fondamentale –, altre ancora la voce di Jubilee Street coglie lo spunto nato da una domanda per riflettere su qualcosa di più grande. Si rivolge ai fan per nome, li saluta e li ringrazia. Spesso porta consiglio e più spesso ancora si offre di condividere un fardello: una parte di quel peso può portarla lui, l’ha già portata lui o la sta ancora portando.

La sensazione, leggendo i Red Hand Files, è simile a quella che si prova ai concerti di Nick Cave. Ogni barriera tra artista e pubblico cade e l’esperienza-concerto si fa simile a un rituale guidato dallo sciamano Cave, un guru buono ma non certo puro, qualcuno che i peccati del mondo, se di peccati è lecito parlare, li ha masticati in abbondanza. Immersi in quel senso di intimità profonda, si recuperano le forze, si rivede la propria idea sulla forma e sul ruolo della musica, si diventa un po’ più fragili e un po’ più coraggiosi, si riscopre il significato dell’intensità e della modulazione. Ci si ricorda, soprattutto, che l’arte la si fa nel mondo, nell’incontro e nello scontro con i nostri simili. Gli stessi ai quali il cantautore cede il microfono, accarezza i visi, prende le mani per accompagnarli sul palco accanto a sé. Can you feel my heartbeat? È il battito del suo cuore che Nick Cave offre alla platea, tanto sul palco quanto tra le righe dei Red Hand Files.

Ma se il blog ha dimostrato, mese dopo mese, di essere un piccolo gioiello nascosto tra i meandri del web è anche e soprattutto perché Nick Cave, oltre a essere cantautore, compositore, sceneggiatore, scrittore, poeta, attore, in un’epoca lontana aspirante pittore, artista a 360 gradi, è un intellettuale vero. Un bardo capace di mostrare la strada, di leggere il presente, di farsi interprete della complessità. È spiazzante infatti la ricchezza e la profondità dei contenuti dei Red Hand Files che a differenza dei testi della musica di Cave mettono da parte storie di assassini, stupri, predicatori, condannati a morte, atroci delitti, scapestrati di ogni sorta, visioni e profezie per concentrarsi sulle urgenze dell’oggi, che sono poi in fondo le urgenze di sempre, che Nick Cave raccoglie dalle mani di chi consegna il suo appello ai Red Hand Files e restituisce sotto una nuova luce.

Poche righe, a volte strazianti, a volte esaltanti: Nick Cave esprime tutte le sue sfumature, ci tira fuori le lacrime più profonde e le asciuga una per una. Il crescendo d’intensità che caratterizza le sue canzoni si ripropone anche in forma scritta, ma se musicalmente Cave ci ha abituati a pezzi lunghissimi qui è il dono della sintesi che l’artista sfoggia, cimentandosi nel paradosso che lo vede riassumere con coerenza, lucidità e taglio quasi aforistico tematiche che meriterebbero interi tomi di approfondimento. Eppure, a leggere Nick Cave sembra davvero che quelle poche parole, un prezioso condensato della sua poetica, bastino. Anche perché, come pure nella musica e come sottolinea lui stesso, nel mondo del musicista non troverete mai verità precise. Ma incerti, luminosi, splendidi tentativi di comprendere i misteri del cuore.

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