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I Thegiornalisti spiegati a chi li ha visti nascere

Domani esce ‘Love’, il nuovo album dei Thegiornalisti: un autoritratto con cui Tommaso Paradiso racconta la crescita della sua generazione, dall'indie all'età adulta

I The giornalisti scattati da Fabio Leidi per la cover story di Rolling Stone

Quando ho incontrato per la prima volta i Thegiornalisti si parlava ancora di musica indie, gli aperitivi era più fico farli nel rione Monti e non al Pigneto o a Milano, andava un sacco di moda cercare di definire cosa fosse hipster e comprare i vestiti usati nei negozietti vintage. Doveva ancora uscire il loro disco d’esordio Vol. 1 ed erano preoccupati per la buona riuscita della data al Circolo degli artisti – che conteneva circa cinquecento persone – in programma di lì a poco.

Non sono passati neppure dieci anni e, come noto, oggi hanno il problema opposto con la capienza dei palazzetti, l’indie è già precipitato nel mondo della nostalgia – l’ultimo esempio è il profilo Instagram “Nonno Indie” che ironicamente cita gruppi o canzoni che in effetti sembrano lontani un secolo – ed è diventato itpop, il cugino “mainstream” e di successo.
Nel frattempo ovviamente il tempo è passato per tutti e nei testi di Tommaso Paradiso si inizia a parlare di figli e appartamenti al sole, le sbornie si smaltiscono sempre più difficilmente, si continua a sudare d’estate, sì, ma mica sotto al sole di Riccione, semmai in coda all’ufficio postale o ai matrimoni degli amici che iniziano a sposarsi.

Sto ascoltando Love mentre preparo un trasloco, sto tutto il giorno al telefono per attivare internet, gas e luce, mentre mi informo minuziosamente sulla classe energetica, la capacità di carico, i giri di centrifuga della lavatrice che mai nella vita avrei pensato di dover comprare, così come non avrei mai pensato di sentire una canzone dei Thegiornalisti che dice che sarebbe bello starsene al mare fino a tardi e invece zero stare sereno, c’è da sistemare casa, fare la spesa, pulire il giardino, insomma ci sono un sacco di beghe e non si può più cazzeggiare tutto il giorno. 
La narrazione attorno all’avere trent’anni non è di certo una novità, che sia in chiave romantica o comica, ha un enorme serbatoio di riferimenti ai quali attingere, tutti facilmente declinabili in base al proprio stile o pubblico di riferimento, e infatti viene utilizzata ovunque, nei testi delle canzoni, come nel cinema o nelle web serie.

Niente di sorprendente, è l’evoluzione naturale degli elenchi di luoghi comuni nei quali si riconosceva il pubblico degli allora ventenni, il primo cresciuto con i social network che – se ci ricordiamo bene – un tempo erano tutto un “quelli che + luogo comune a caso”.
I social network hanno di fatto sostituito i vecchi forum, blog e portali degli albori di internet, e svolto un ruolo fondamentale anche per la “scena indie”. Non soltanto per lo sviluppo di piccole nicchie e comunità quasi esoteriche nelle quali ci si scambia meme o nuovissime uscite, ma anche perché per la prima volta hanno reso possibile entrare in contatto diretto con gli artisti emergenti. Il culto dell’indie che si è sviluppato nella seconda metà degli anni zero, grosso modo si fonda su due concetti: il primo è quello classico del “lo conosco da prima di te”, “lo ascoltavo quando aveva venti visualizzazioni su YouTube e ottanta mi piace su Facebook”, che è la versione 2.0, un po’ più snob e infantile, di qualsiasi orgoglio “alternativo” o “underground”.

Tommaso Paradiso è in copertina sul nuovo numero di Rolling Stone. Foto di Fabio Leidi

L’altro è la riduzione ai minimi termini della mediazione tra band e fan, che, appunto, attraverso internet e i social network è stata accessibile a tutti – senza troppi sbattimenti da fan sfegatati, peraltro – creando un forte senso di appartenenza, alimentata anche dalla percezione fondamentale e appagante di esclusività. In altre parole, prima del successo dell’indie e di tutti quei bollini blu dei profili ufficiali gestiti da social media manager, il rapporto era molto più diretto tra gli artisti e i fan, che si scambiavano mi piace o chattavano e stringevano amicizie anche nella vita reale, magari dopo un concerto.


In termini generazionali, si tratta di un fenomeno esclusivamente per millennials: se si pensa alla scena alternativa italiana degli anni Novanta o di inizio millennio, con MTV, i festival o l’autorevolezza delle riviste di settore, pur trattandosi allo stesso modo di un pubblico di nicchia, il rapporto con il pubblico era molto meno diretto, di sicuro molto meno intimo. È interessante notare anche che per alcune contingenze storiche – appunto il lento declino di tutte le istituzioni appena citate, l’avvento dei talent show o un sistema commerciale che rendeva irraggiungibili gli artisti pop in termini di vendite – quella scena alternativa non è mai riuscita a giungere realmente al grande pubblico e paradossalmente mantiene ancora un’indole di nicchia, per cui gruppi come i Massimo Volume o i Verdena, non hanno fatto lo stesso percorso di Calcutta o di Tommaso Paradiso – al di là del fatto che non ce lo vedo bene Alberto Ferrari ospite da Tiki Taka –, lo dimostra anche lo scandalo che fece Manuel Agnelli diventando giudice di X Factor, un episodio vissuto come un tradimento anziché come un naturale passaggio di consegne e un segno di ricambio generazionale.

Il fatto che gran parte di ciò che era indie ora stia diventando pop è interessante perché è il segno che una generazione sta diventando pop e si impone nel dibattito pubblico non più come macchietta o fenomeno da baraccone giovanile. Love non è né il disco del boom (quello è stato Fuoricampo), né quello della consacrazione (Completamente Sold Out), è il disco dello stato delle cose, non è più uno scherzo temporaneo e non è stata una moda passeggera. Anche se è difficile rendersene conto, “i pariolini di 18 anni” ora vanno per i trenta e non è più un gioco, è un’enorme occasione per una generazione che non è più giovane anche se un po’ gioca e un po’ è costretta a farlo – nel mondo del lavoro come in politica – e invece pensa che bello se la sveglia arrivasse da un futile primo posto in classifica di un disco che nel suo modo piacione e borghese ci dice che ora abbiamo delle responsabilità e che è più bello così.

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