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I ‘Seat Music Awards’ alternano momenti buoni al delirio totale. E ti mettono in crisi

Il punto forte di questi show è la nostalgia: applausi per Raf, Tozzi, Ramazzotti, Venditti, De Gregori. Chi ha voglia di sentire ancora 'Karaoke' della Amoroso? Ormai ci ha lobotomizzato, no?

Alessandra Amoroso. Foto di Roberto Panucci/Corbis via Getty Images

ROME - ITALY , MAY 03 : Alessandra Amoroso performs on stage on May 3, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Roberto Panucci/Corbis via Getty Images)

Dopo tre puntate di Seat Music Awards abbiamo alcune perplessità e altre certezze. Partiamo dalle certezze: il nome della serata è brutto. Questa moda sdoganata dal calcio, di storpiare il nome dell’evento infilandoci lo sponsor davanti o dietro è inascoltabile.

Vabbè che sono loro che cacciano i soldi, ma chi diavolo la chiama Coppa Italia Tim? La Coppa Italia è la Coppa Italia. Punto. Idem per i Music Awards, metterci quel “Seat” te lo fa sembrare una forzatura. Non serve, basta mantenere il marchio Seat nel logo o tenerlo in sovraimpressione ai lati dello schermo.

Altro dato: la musica vecchia è decisamente meglio di quella nuova, fatta eccezione per qualche caso sporadico (Achille Lauro potentissimo con Fiorella Mannoia e Mamhood fuoriclasse) e la gente ha voglia di vedere i suoi miti che cantano le hit. Perché non proporre agli artisti di stopparsi per qualche tempo e rigenerarsi, tanto di musica ce n’è in abbondanza per i prossimi vent’anni? E in questi mega eventi tv l’effetto nostalgia è tutto. In una serata in cui ci sono Pulp Fiction e Milan-Monza in tv, l’unico fattore che ti tiene incollato a Rai Uno è sentire un vecchio singolo e canticchiarlo. Applausi ad esempio per Raf e Umberto Tozzi o Eros Ramazzotti. Che bellezza Venditti con De Gregori. Fantastico Zucchero, stiloso persino Ligabue. Ti prende bene anche Marco Masini in quest’ottica.

Invece: chi ha voglia di sorbirsi il nuovo pezzo di Rocco Hunt o Fabrizio Moro? O peggio ancora chi ha ancora voglia di sentire ancora Karaoke della Amoroso? Ormai ci ha lobotomizzato, no?

I Seat Music Awards ti mettono in crisi, perché alternano momenti buoni al delirio totale. Che ne so, a un certo punto della seconda serata salta fuori pure Gigi D’Alessio con il look di Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia, attorniato da dieci rapper napoletani vestiti male (in cui il più molesto è chiaramente Clementino). Però poi ti aprono la seconda serata con Mika e Michele Bravi lanciati in una pompatissima Bella d’estate di Mango. Non gli avrei dato una lira sulla carta e invece spaccano. E questo avvalora il teorema per cui il vecchio è meglio del nuovo.

Ha rotto le scatole anche sentire gli artisti ripetere ogni trenta secondi che la serata non è tanto per loro quanto per i lavoratori della musica. Si ok, è vero, basta dirlo una volta altrimenti sembra che sia pura retorica. Non sono gli artisti stessi i primi tra i lavoratori della musica? Pensiamo a chi aveva un tour, a chi doveva suonare allo stadio, a chi se ne sta a casa a secco.
Forse la gente a casa non lo sa, ma quelli lì in televisione, anche se cantano e ballano, stanno lavorando. La promozione è una parte essenziale del lavoro del cantante. Gli stessi artisti la odiano spesso, ma è ciò che li fa campare. Vi siete mai chiesti come mai quando un cantante pubblica un singolo lo trovate sui giornali, nei programmi radio, a Quelli che il calcio? Perché fa promozione. Ecco, i Seat Music Awards servono per annunciare nuovi singoli, collaborazioni, libri in uscita, progetti, duetti e per stuzzicare il pubblico e far sì che qualcuno compri i biglietti dei concerti nel 2021. Non c’è niente di male a dirlo, anzi forse spezzerebbe l’alone retorico delle preghierine per i tecnici che sono “la nostra famiglia”, “quelli che rendono possibile il sogno”. Che palle moralizzarla così, manco costruissero ospedali nel Darfur.

Un’altra cosa da proporre sarebbe anche abolire i presentatori. Gli artisti potrebbero autogestirsi da soli, darsi il cambio senza il tedio di dover conversare con Carlo Conti, la retorica vivente, che non aiuta. Quando vuol fare una battuta non gli riesce, quando vuole fare il serio sembra finto, ha i tempi per il telequiz televisivo che guarda mia nonna e mi fa pensare che i Music Awards siano rivolti a un pubblico che comprende mia nonna.

La Incontrada ok, Nek no. Nek è ancora ottimo a cantare (lo dimostra ogni volta che lo fa) ma in versione presentatore sembra che sia alla Sagra del Crescione in Romagna. Non aiuta che la maggior parte degli artisti si esibisca in playback in un’arena vuota. Cavolo tutta sta retorica dell’arte che ci cambia la vita che è importante… fate un concerto dopo mesi, almeno suonate davvero.

Detto questo, i Seat Musica Awards è: né bene né male, forse meglio di Sanremo e potrebbe essere ottimo se si rimodellasse esteticamente sui vecchi Festivalbar.