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I Clash di ‘Sandinista!’ hanno anticipato l’iper-produttività contemporanea

Registrare tanto e pubblicare tutto. Non porsi alcun limite. Remixare sé stessi. I musicisti lo fanno oggi su Spotify. I Clash l'hanno fatto 40 anni fa, ai tempi del vinile e delle musicassette

I Clash ai tempi di "Sandinista!'

Foto: Pennie Smith

«Se qualcuno ci avesse detto “qui ci starebbe bene una balalaika” avremmo risposto “portateci subito una balalaika, la balalaika più grossa che trovate!”».

La frase è di Joe Strummer, e retrospettivamente spiega benissimo l’atteggiamento dei Clash nel momento in cui si mettono all’opera su Sandinista!. C’è tutto: la sete di sperimentazione e l’arroganza di chi pensa di poter fare e suonare qualunque cosa anche se non ne è in grado, la vocazione all’internazionalismo musicale oltre che a quello politico (qualcuno scrisse anni fa che il titolo perfetto per Sandinista! sarebbe stato World Calling, il richiamo di Londra già una cosa del passato) e la sbruffoneria da Joe Pesci in un film di Scorsese, il coraggio di buttarsi senza rete e una mancanza di senso del limite (dei propri limiti, più che altro) per certi versi quasi comica. Sandinista! racchiude tutte queste antinomie, ed è anche per questo che a distanza di quarant’anni esatti dalla sua uscita non si sono fatti ancora bene i conti con questo triplo album, al quale si devono di norma aggiungere aggettivi a scelta da pescare nel glossario del bravo critico musicale: monumentale, dispersivo, anticipatore, auto-indulgente, visionario, incoerente e così via.

Nella settimana di dicembre del 1980 in cui venne pubblicato, con il mondo sotto shock per l’assassinio di John Lennon, Rolling Stone titolò “Clash drop The Big One”. Enorme lo era davvero, Sandinista!, e altrettanto sicuramente fu una bomba atomica sganciata sul panorama musicale di allora. Un gigatone di suoni il cui impatto venne tuttavia stranamente attutito proprio dal gigantismo dell’opera, come se tutte quelle canzoni, quelle intuizioni, quegli spunti e anche quelle tenere smargiassate vedessero diluite, quasi disinnescata la loro potenza per il fatto di essere sparse lungo due interminabili ore e mezza.

I Clash a Parigi nel 1981. Foto: Pennie Smith

Secondo la vulgata critica più diffusa, se la scaletta di Sandinista! fosse stata ridotta di due terzi avremmo avuto il capolavoro assoluto degli anni ’80. Qualcuno si spinge fino ad accettare l’idea di un doppio album, oppure – toh – un doppio con allegato un EP di remix gratis (che era quello che i Clash stessi raccontarono a quelli della CBS, salvo poi fregarli rifilandogli un terzo disco quando era troppo tardi per tornare indietro, e imponendo la vendita al prezzo di un album singolo). Che poi è quello che nei decenni passati si diceva, per esempio, del White Album beatlesiano, e oggi quale persona sana di mente rinuncerebbe a un solo pezzo del doppio bianco, compresa la spesso vituperata Revolution #9? Il terzo disco di Sandinista! potrebbe benissimo essere una Revolution #9 versione punk (o post punk, meglio) e fatta di più brani cuciti assieme, con i suoi dub sgangherati, i bambini che cantano Career Opportunities, le auto-citazioni, quel busker fricchettone di Tymon Dogg con il suo violino, collage di sovra-incisioni come Mensforth Hill e tutto quanto. Dispensabile, dunque? Assolutamente no, proprio come quel taglia-e-cuci sbrindellato di Lennon la cui mancanza amputerebbe la grandezza del White Album. Sandinista! trae la propria forza di gesto artistico, di statement epocale esattamente dal suo essere sregolato. Se vale tutto, allora che sia così fino in fondo.

D’altra parte, se si vuole usare il bisturi critico della “qualità” (ovvero: quanto una canzone è ben costruita, ben prodotta, ben mixata, ben suonata, ecc) di roba da eliminare ce ne sarebbe eccome. Non c’è niente di male ad esempio nello sperimentare con il dub, a maggior ragione per una rock band bianca del 1980, ma se quei pezzi dub, con la parziale eccezione di The Equaliser, suonano dilettantistici e piatti (nonostante la presenza di Mikey Dread in cabina di regia) tutto sommato si potevano evitare. Alcune canzoni sembrano non finite, certi inserti extra-musicali paiono forzati (l’effettistica da videogioco di Ivan Meets G.I. Joe, anche se quarant’anni fa poteva essere quintessenza di contemporaneità ), i mix di alcuni brani un po’ arrangiati alla così come viene. Poi ci sono difetti che stavano nel dna dei Clash fin dall’inizio, su tutti la tendenza al didascalismo (Washington Bullets che parla di ingerenze americane in Centro America su un ritmo latino-tropicale, oppure il posticcio accento giamaicano di Strummer nei pezzi reggae).

La foto di Pennie Smith usata per la copertina di ‘Sandinista!’

Ma di nuovo: se a Sandinista! togli il suo peggio, non sarebbe Sandinista!. Cioè un documento assolutamente imperfetto che tuttavia coglie uno slancio creativo (quello dei Clash) e un contesto spazio-temporale ben preciso (quello del suono urbano, soprattutto newyorkese, all’alba degli anni ’80, mediato dalla percezione di quattro rocker inglesi). Il concept del lavoro stava nel riprodurre quel flusso ininterrotto di vibrazioni, brandelli sonori, generi nuovi, ritmi che prorompevano dai ghetto blaster mentre si camminava mezzi addormentati (o più probabilmente stonati) per le vie di una megalopoli occidentale in un momento in cui tutte le barriere culturali sembravano crollare. In questo senso, è sufficiente l’ouverture in grande stile di The Magnificent Seven, quello sì un brano davvero immenso. Non il primo tentativo di cimentarsi con il rap da parte di un gruppo bianco (i Blondie erano arrivati prima per un soffio con Rapture), certamente il più convinto e storicamente definitivo. Un brano in cui il talento naturale di Topper Headon e la formidabile intuitività di Paul Simonon reggono il gioco ancora più che nel resto di un album nel quale la sezione ritmica giganteggia. E poi certo, ci sono tutte quelle altre canzoni favolose come Hitsville U.K., Somebody Got Murdered, The Call Up, Charlie Don’t Surf, lo swing cazzaro di Look Here e il gospel di The Sound of Sinners, cover eterne come Junco Partner e Police on My Back.

Quarant’anni dopo, se volessimo riconoscere tratti contemporanei a Sandinista! forse non dovremmo cercarli nell’aver anticipato, come si è sempre detto, la tendenza alla fusione di linguaggi e al melting pot (anche perché in Sandinista! i linguaggi e i generi non si fondono, semmai si giustappongono). C’è un altro paradossale fattore di modernità, e sta proprio in quella mancanza di senso del limite. Produttiva, prima ancora che creativa. Leggenda narra che il piano originario dei Clash per il 1980 fosse quello di pubblicare un album al mese. Si sono accontentati di un triplo alla fine dell’anno, ma viene da chiedersi se in un contesto come quello attuale quei Clash non sfrutterebbero le modalità di diffusione e i canali odierni per pubblicare musica a getto continuo, per remixarsi, ri-dubbarsi, ecc. Più Kanye West di Kanye West, insomma. L’iper-produttività, il voler pubblicare tutto e subito, sono un segno di questi tempi, in alcuni casi per esigenza artistica supportata dalla tecnologia e in molti altri per mera necessità di sopravvivenza. I Clash, in fondo, seguirono lo stesso impulso quarant’anni fa, comprimendolo in sei facciate di vinile. Ringraziamoli per questo. E ringraziamo anche il fatto che nessuno in quel momento avesse una balalaika sotto mano.

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